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Illustrate le principali criticità dell'impianto

Il sottosegretario Enrico Letta ha incontrato il Comitato contro il rigassificatore di Taranto

Il sottosegretario ha assicurato che verrà mantenuto il dialogo con i cittadini e che non vi saranno prove di forza. L'incontro si è tenuto nella prefettura di Taranto. Di fronte alla Prefettura un presidio con cartelloni e slogan ha manifestato il NO all'impianto
21 gennaio 2007

La delegazione che ha partecipato all'incontro con il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Enrico Letta era composta da Maria Giovanna Bolognini, Leo Corvace, Alessandro Marescotti, Antonietta Podda e Francesco Sorrentino.
Presidio di fronte alla prefettura (20 gennaio 2007)


Il sottosegretario era accompagnato dal Prefetto di Taranto Franco Alecci e dal Commissario liquidatore al Comune di Taranto Francesco Boccia.

Durante il colloquio Leo Corvace ha potuto consegnare un'apposita relazione sul rigassificatore soffermandosi sul fatto che la cittadinanza non è a conoscenza dei piani di emergenza, nonostante a Taranto vi siano nove impianti a rischio di incidente rilevante sottoposti alla legge Seveso e una base navale a rischio nucleare soggetta al Decreto Legistativo 230/95.
Enrico Letta a Taranto, presidio di fronte alla Prefettura


Pertanto - ha proseguito Corvace - "in caso di incidente la popolazione non saprebbe come comportarsi". "A ciò si aggiunge il progetto di rigassificatore la cui distanza dai serbatoi Agip è di soli 775 metri", ha sottolineato Alessandro Marescotti mostrando la mappa realizzata dalla Gas Natural con le relative distanze certificate dalla stessa azienda. E' stato evidenziato il fatto che nell'area industriale vi è la presenza di due torce sempre accese, possibili fonti di ignizione dei vapori di metano emessi dall'impianto di rigassificazione.
Cartelloni esposti il 20 gennaio 2007 di fronte alla Prefettura di Taranto
Di rischi non si è parlato solo in via ipotetica, ma Corvace ha elencato una sequenza di incidenti che hanno interessato le vie di transito che attraversano l'area.

E' stato poi citato il caso della fuoriuscita di 35 milioni di carburante da un serbatoio dell'Agip collocato nelle vicinanze del sito del rigassificatore. Il fatto è accaduto il 1' maggio 2006. Il sottosegretario ha chiesto informazioni al Prefetto, il quale ha confermato la presenza di elementi di "criticità" nell'area.

Nel colloquio il sottosegretario Enrico Letta ha chiesto delucidazioni sulla precisa ubicazione dell'eventuale rigassificatore e i membri del Comitato gli hanno consegnato la foto satellitare del sito.

L'immagine satellitare - di per sé molto elequente - è stata poi inviata a tutti i giornalisti per posta elettronica dal Comitato.

"E' del tutto evidente la notevole vicinanza con l'Agip, l'Ilva e gli altri impianti ad alto rischio presenti in un'area ristretta", hanno fatto notare Antonietta Podda e Maria Giovanna Bolognini, consegnando la tutta documentazione al sottosegretario.

Alessandro Marescotti ha illustrato le simulazioni al computer con il raggio di fuoco che sprigiorerebbe un incidente ad una gasiera, sottolinendo l'effetto domino conseguente e l'assoluta insufficienza delle distanze di sicurezza.

Francesco Sorrentino ha ringraziato il sottosegretario per aver incontrato il Comitato e ha richiesto un approfondimento di tali questioni in un apposito incontro a Roma.

Il sottosegretario Letta si è detto disponibile a tale incontro e ha voluto rassicurare che sui rigassificatori non vi sarà alcuna "prova di forza" ma sarà mantenuto un costante il dialogo con le popolazioni interessate, garantendo un attento ascolto rispetto alle preoccupazioni esposte. Ha riconosciuto che l'Italia ha un territorio "molto antropizzato" e che i siti in cui sono stati proposti i rihassificatori presentano problematiche a cui il governo non intende sottrarsi.

"Del resto - ha detto Letta - le procedure sui rigassificatori avvengono in un clima di consultazioni che non prescinde dal confronto". Ma su questo particolare aspetto la frecciata critica non si è fatta attendere. Infatti gli è stato fatto notare che a Taranto, se non fosse stato per uno "scoop" giornalistico, la procedura autorizzativa sarebbe stata completata in modo "segreto" senza informare la popolazione, "così come è accaduto a Livorno", ha precisato Marescotti.

"Questo colloquio è solo l'anticipazione di un dialogo che deve continuare", ha precisato Sorrentino, mentre Corvace ha voluto ricordare che le prospettive di sviluppo della città sono legate al porto e che un rigassificatore in tale area - con le sue 110 gasiere previste all'anno - costituirebbe un grave intralcio allo sviluppo portuale.

Note: Questo è il documento elaborato da Leo Corvace e consegnato al sottosegretario Enrico Letta il 20 gennaio 2007 in Prefettura.


DOCUMENTO DEL COMITATO CONTRO IL RIGASSIFICATORE

La ‘Gas Natural’ intende realizzare a Taranto un rigassificatore nei pressi dell’ex yard Belleli. L’area, già interessata da grossi incidenti ( come il recente sversamento di 35mila mc di gasolio nella raffineria e lo scoppio nell’Hidrochemical nel 2004) è stata individuata senza alcun preliminare studio di fattibilità.
Taranto contribuisce già ampiamente allo sviluppo di attività di rilevanza strategica nazionale per la presenza sul suo territorio del più grande centro siderurgico nazionale, della più importante base navale militare, di una raffineria con annessi depositi di stoccaggio di idrocarburi (riserve nazionali), del terminale dell’oleodotto dalla Val d’Agri, di tre centrali termoelettriche, oltre a due termovalorizzatori e diversi cementifici. Per queste presenze è stata dichiarata area ad elevato rischio ambientale e sito di interesse nazionale per le bonifiche ma è ancora in attesa di un adeguato piano di risanamento.
La Puglia produce energia ben oltre il suo fabbisogno esportandola nel resto del Paese. In previsione anche due condotte sottomarine che trasporteranno metano rispettivamente dalla Turchia e Mar Caspio sino ad Otranto e dall’Albania sino ad un accosto lungo il versante Nord della regione. L’equivalente del gas trasportato sarà di circa 16 miliardi di mc, l’equivalente della produzione di due rigassificatori.
Occorre attenersi a quanto già deliberato all’unanimità dal consiglio comunale nella seduta del 28.05.02 : “..non si può perdere di vista l’obiettivo fondamentale dello sviluppo ragionato ed integrato del nostro territorio al quale vanno ricondotte tutte le scelte che riguardano il porto e le aree retroportuali..; quindi è improponibile un rigassificatore nel porto di Taranto in quanto verrebbero ingiustamente sottrattale..le poche aree disponibili che vanno, invece, destinate alla logistica primaria ed alle attività di traffico commerciale”.
Di recente il Ministero dell’ambiente, accogliendo le osservazioni del comitato e di altre associazioni, ha azzerato l’iter avviato per la valutazione di impatto ambientale del progetto ed imposto alla ‘Gas Natural’ ben quaranta osservazioni. Il pronunciamento favorevole allo stesso progetto da parte del comitato tecnico della Provincia è stato clamorosamente messo in discussione. E con esso la posizione di chi in città ed in sede di comitato tecnico regionale, senza avviare le consultazioni previste dalla ‘Seveso’, aveva assunto la medesima posizione.
Stretta nella morsa disoccupazione-inquinamento-alti tassi di mortalità tumorale, Taranto non può più sopportare ulteriori carichi in termini ambientali e/o di rischio tecnologico

Si ritiene il sito di Taranto del tutto inidoneo ed improponibile in quanto :

Presenta un territorio compromesso, con altissimi livelli di inquinamento. Taranto è stata dichiarata area ad elevato rischio ambientale nel Novembre 2000. Il piano approvato nel Novembre 1998 si è rivelato del tutto inadeguato avendo recepito, più che le necessità del territorio, le indicazioni provenienti dalle stesse industrie responsabili della crisi ambientale.
Negli ultimi anni la situazione ambientale del territorio è anche peggiorata. L’Ilva ha elevato la sua produzione annuale di acciaio da circa 6 a 9 milioni, con ulteriore aggravio della situazione ambientale del territorio. La stessa azienda intende costruire una nuova centrale termoelettrica da 600 mgw senza la contestuale dismissione dell’obsoleta CET/2. La raffineria, a sua volta, è in procinto di elevare le sue capacità produttive da 6,5 a 11 milioni anche in seguito al trasferimento, tramite oleodotto, del greggio dalla Val d’Agri al suo terminale.
I dati forniti dall’’European Pollutant Emission Register’ del 2002 sono eloquenti. A Taranto vengono prodotti il 30,6 % di tutta la diossina italiana e l’8,8 % di tutta Europa (fra le sostanze cancerogene più letali), 8.080.000 ton. di Anidride carbonica (CO2), 405.000 ton. di Ossido di carbonio (CO), 5.000 ton di Anidride solforosa (Sox), 25,90 ton. di Idrocarburi policiclici aromatici (IPA, cancerogeni), 2.000 ton di polveri (7 kg. per abitante).
Secondo l’ultimo rapporto dell’Apat del 2006, Taranto è la realtà industriale con il maggior tasso di inquinamento, il 93 % del quale di produzione industriale. Lo stabilimento Ilva di Taranto è il maggior produttore di CO2 nel Paese dopo le centrali termoelettriche di Brindisi.

Detiene un elevato fattore di rischio tecnologico. Il sito proposto per la costruzione del terminale di rigassificazione è collocato infatti in una zona nella quale insistono ben otto impianti ad elevato rischio di incidenti rilevanti tra cui la Raffineria ‘Agip Petroli s.p.a.’, l’AGIPGAS (stoccaggio, imbottigliamento gpl) etc. In particolare è posto a soli 775 mt dalla cisterna del deposito AGIP dove il 1° Maggio del 2006 vi è stato lo sversamento di 35.000 mc di gasolio.
La stessa zona è attraversata da due importanti arterie di traffico stradale e ferroviario , la Statale Jonica 106 e la tratta ferroviaria Taranto - Metaponto - Bari - Roma. Nel 1992 un rapporto della Direzione del Siar del Ministero dell’Ambiente includeva queste arterie (oltre la parallela Statale 7) nell’area critica sia a rischio di decessi che di feriti. Inserimento confermato anche dal piano di emergenza esterna agli stabilimenti industriali Raffineria ENI, AGIPGAS ed Ilva redatto nel Novembre 2003 dalla Prefettura di Taranto. La zona ‘Rondinella’ risulterebbe interessata, secondo questo piano, dagli scenari riguardanti eventuali casi sia di incendio sia di rilascio di nube tossica.
La realizzazione del rigassificatore andrebbe quindi ad accentuare lo stato di pericolosità di quest’area e le probabilità di effetto domino.

La direttiva ‘Seveso’ è rimasta in larga parte inapplicata. I ritardi e le inadempienze delle istituzioni rendono ancor più preoccupante l’insediamento di altre industrie considerate a rischio di incidenti rilevanti. Se la città fosse investita da una nube tossica o dagli effetti di uno scoppio o di un incendio di grosse proporzioni sarebbe del tutto impreparata. Il comune di Taranto non ha infatti ancora provveduto ad informare (art. 22 della ‘Seveso 2’) adeguatamente la popolazione sui rischi a cui è sottoposta per la presenza sul territorio di aziende rientranti nella ‘Seveso’ e sul comportamento da seguire in caso di incidenti rilevanti. Non sono stati resi noti i contenuti delle schede fornite dai gestori ed i piani di emergenza esterni.
Il comune di Taranto non ha neanche adempiuto alle disposizioni previste dal D.M. 5 Maggio 2001 che nel suo art. 4 prevede la redazione di un Elaborato Tecnico “Rischio di incidenti rilevanti (RIR)” con cui sottoporre a specifica regolamentazione urbanistica le aree ritenute a rischio ed imporre distanze di sicurezza da osservare nella programmazione urbanistica (in merito a infrastrutture, servizi, edifici, attività economiche che devono quindi essere collocati lontano da questi stabilimenti). Lo stesso piano regolatore del porto è stato di recente adottato senza questo adempimento preliminare

Vi è assenza dei requisiti di carattere istituzionale. Istituzioni ed organismi di controllo ambientale sono inadempienti o non in grado di garantire che l’insediamento di un rigassificatore o di altro impianto a rischio tecnologico possa avvenire con i necessari presupposti di sicurezza. L’Arpa Puglia, ed il suo dipartimento di Taranto in particolare, presenta strutture inadeguate come più volte il suo nuovo direttore generale dr. prof. Giorgio Assennato ha denunciato. (da relazione alla commissione ambiente della Regione :“ (l’Arpa) ..non è attualmente in grado di affrontare, dal punto di vista sia organizzativo che di risorse, tutti i compiti previsti dalla Legge Regionale e, comunque, le rilevanti questioni ambientali posti dal quadro ambientale pugliese...(si registra) la mancata effettuazione di prelievi e analisi sulle emissioni in atmosfera dello stabilimento ILVA di Taranto.. oltre che la ridottissima attività di controllo sulle emissioni delle numerose altre attività industriali pugliesi; ciò rende la Puglia in gravissimo ritardo rispetto a quanto previsto dalla normativa europea sull’IPPC, con prevedibili altre sanzioni europee nei confronti della Regione e della stessa ARPA”).
La Provincia di Taranto, dal canto suo, non ha ancora definito il piano di coordinamento provinciale. Questa assenza, unita a quella del R.I.R. da parte del comune di Taranto pregiudica la possibilità di dotarsi di uno strumento in grado di disciplinare “la relazione degli stabilimenti con gli elementi territoriali e ambientali vulnerabili .., con le reti e i nodi infrastrutturali, di trasporto, tecnologici ed energetici, esistenti e previsti, tenendo conto delle aree di criticità relativamente alle diverse ipotesi di rischio..” (D.M. 9.05.01 - Art.3)

Vi è la mancata applicazione del D.M. n.293/2001 in materia di regolamento per i porti petroliferi ed industriali. Nonostante la presenza nel porto di aziende sottoposte alla direttiva ‘Seveso’ ed una movimentazione merci tra le maggiori nel Paese ( al terzo posto per quelle ‘secche’) e con una tipologia a rischio (prodotti petroliferi, carbone, minerali, bitume..), il porto di Taranto risulta ancora sprovvisto del piano integrato portuale, del piano di emergenza interno e di quello esterno.
Da queste considerazioni appare evidente come il territorio difetti di pianificazione urbanistica, di strumenti di coordinamento istituzionale e di controllo. Si ritiene quindi non essere garantite le necessarie garanzie di sicurezza, di puntualità nei controlli, di pianificazione urbanistica, di preparazione della popolazione per poter insediare un terminale di rigassificazione nel sito proposto.

La realizzazione di un terminale di rigassificazione comporterebbe un aggravamento del contesto delineato poiché :

- eleverebbe il tasso di pericolosità dell’area. Durante il suo esercizio vengono infatti a formarsi vapori di boil-off che, quando non sono recuperabili, vengono rilasciati in atmosfera attraverso candele di scarico. Altro vapore si disperde accidentalmente creando delle pozze. Si tratta di gas altamente infiammabile che, per la vicinanza di industrie pericolose (sottoposte alla direttiva ‘Seveso’) costituirebbero un fattore di alto rischio di incidenti rilevanti. Basti pensare alla raffineria, ai suoi serbatoi di benzina, alle sue torce costantemente accese. In forte pericolo anche le già menzionate arterie a grande scorrimento come la tratta ferroviaria Taranto- Metaponto e la statale 106.
- ha un notevole impatto ambientale. Il progetto prevede il dragaggio di 1.300.000 mq di fondali con ben 4.500.000 mc di fanghi di risulta per lo più contaminati da sostanze tossiche (vedi piano di caratterizzazione dell’ex yard Belleli ed altre ricerche) come IPA, cadmio, mercurio, selenio, cromo, arsenico, etc. Rilevante la quantità di questi fanghi da considerarsi come rifiuti e quindi da smaltire in discarica. Il territorio non presenta le volumetrie necessarie e già mal sopporta il traffico di rifiuti da ogni parte del Paese (soprattutto Campania) e della regione (ordinanza Vendola) !
Per rifornire i vaporizzatori ‘Open Rack’ delle quantità di acqua di mare necessaria per il processo di rigassificazione del g.n.l. è previsto un prelievo di acqua di mare di ben 25.000 mc/h.. Il conseguente scarico, dopo clorazione ed a basse temperature, andrà ad incidere negativamente sulla qualità del mare (come del resto i sedimenti in sospensione dovuti a dragaggio) e sul posidonieto dell’isola di San Pietro, un sito di interesse comunitario.

- determina ripercussioni negative sulle direttrici di sviluppo del porto e sul traffico portuale. Il transito di circa 100 - 110 metaniere l’anno, con i problemi di sicurezza che comporta, inciderebbe sui tempi di attesa del naviglio in entrata o in uscita dal porto e, di conseguenza, sul costo delle loro operazioni. Non solo, ma andrebbe a compromettere il potenziamento del porto interferendo con i preannunciati investimenti di società come la Westland o la stessa Evergreen che comporteranno incrementi del traffico navale e necessità di nuove disponibilità di spazi al suo interno .
Il sito proposto per la costruzione del rigassificatore non può che essere destinato al potenziamento delle attività portuali. . Il ‘no’ al rigassificatore è anche una scelta per una destinazione d’uso ed una direttiva di sviluppo di altro tipo delle aeree portuali. Meno attività industriali e più di natura commerciale. La logistica di supporto al sistema portuale è fondamentale per farlo decollare.

- accentua i problemi della sicurezza derivante dalla presenza sul territorio della più importante base navale militare del Paese, diventata della NATO. Gasiere, petroliere, naviglio militare, basi militari ed industrie rientranti nella ‘Seveso’ determinano un contesto di altissimo rischio per la città ed un mare meno sicuro. Vanno anche registrati ritardi nell’applicazione del D.L. 230/95 sul rischio nucleare che incombe sui porti interessati alla possibile presenza di naviglio a propulsione e/o armamento nucleare. Taranto risulta inclusa nell’elenco ufficiale di questi porti, ma il piano di emergenza previsto ultimamente anche dal D.P.R. del C.d.M.del 10 Febbraio 2006 non è stato ancora divulgato.

COMITATO CONTRO IL RIGASSIFICATORE DI TARANTO
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