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Nichi Vendola sulle morti bianche

«Stai ancora parlando della Puglia, immagino»...

La precarizzazione è diventata esistenziale. La sinistra del XXI° secolo ha bisogno di agire. Sulla vita delle persone. Ha bisogno di agire per evitare le morti. Come alla ThyssenKrupp. Questo, solo questo conta.
9 dicembre 2007
Fonte: Liberazione

- In realtà parlo di cose che avvengono in Puglia come in Inghilterra. Insomma, te la dico così: gli incidenti, le morti sul lavoro non sono un "accidente". Sono un'Epifania.

- Un'Epifania?

Sì, nel senso di una narrazione sintetica che riepiloga tutte le storie. Tutte le storie legate alla cultura del lavoro, dell'impresa, tutte le storie legate alla politica, alle battaglie politiche che abbiamo progressivamente rimosso. Che abbiamo abbandonato, non considerandole più come questione sociale ma metabolizzandole come un elemento della modernità.

- Scusa Vendola. Se dici che le morti sul lavoro sono nel Dna di questo sistema, del sistema capitalistico, vuol dire che la soluzione è solo nel suo superamento. E' detta in maniera rozza ma non è così?

Io vorrei che portassimo le domande alla vera radice dei problemi.

- E qual è la "vera radice"?

E' nell'abbandono, nell'abbattimento del novecento, è nella regressione del lavoro alla sua forma grezzamente economico-corporativa. E' nella perdita del suo significato sociale e democratico. Questo è il punto. Sì, stiamo assistendo ad un film che si riavvolge....

- Stiamo tornando indietro?

Ma pensiamoci: cosa è stato il '900? E' stato il secolo della trasformazione del lavoro da fatto biologico a fatto sociale, con la costruzione da parte dei lavoratori di un corpo collettivo, di un tessuto di socialità che è stato a fondamento della civiltà. Questo è stato il secolo scorso: la straordinaria trasformazione della solitudine del lavoratore - che era solo davanti al caporale o davanti all'intermediario fra lui e il padrone - in una crescita collettiva. Che ha innervato la società italiana, imponendo la cultura del lavoro. Fino ad imporre quella scultura neoclassica che è il primo articolo della nostra Costituzione. Oggi, invece, si riavvolge il film, si torna indietro.

- Per tornare al mercato delle braccia nelle piazze dei paesi?

Magari non c'è più la piazza con quel retrogusto feudale del Sud ma c'è una piazza planetaria. Che funziona in rete, ma dove operano esattamente i moderni caporali. Una piazza planetaria che assume nomi esotici, che reclamizza virtù telematiche, che parla di promesse escatologiche cybernetiche. Ma sempre di quel mercato si parla. Che produce un solo effetto.

- Quale?

La solitudine. Produce il lavoro senza legami sociali, senza contesto, Senza il corredo dei diritti a cui ci aveva abituato il secolo scorso. Produce solitudine che esternalizza l'idea di cittadinanza. Prima mi chiedevi perché è avvenuto tutto questo.Perché per contrastare tutto ciò, bisognerebbe mettere in discussione il totem della globalizzazione. Che impone la competitività dentro il mondo del lavoro, che impone la competizione fra i lavoratori di questa parte del mondo e quelli dei paesi poveri. Con una gara che spinge il modello di lavoro sempre più verso il basso. E tutto ciò che ne consegue - riduzione del costo del lavoro, flessibilità, la giostra delle delocalizzazioni - viene presentato come un discorso teologico. Chi vi si oppone è considerato quasi un blasfemo. E, attenzione, perché non è un discorso che riguardi solo il lavoro...

- Perché? Cos'altro c'è?

Perché si è esteso ad ogni aspetto della vita. La precarizzazione è diventata esistenziale. Sì, la precarietà è diventato un dato antropologico.

- Diciamoci la verità: è un dato che la sinistra non ha colto. O non ha colto appieno?

Sì, stiamo parlando di una sinistra nuova. Che non deve solo rifiutare le formule astratte dei liberaldemocratici. Non deve insomma solo dire no al modello americano...

- Nel senso che quel "no" da solo non basta?

Dico che bisogna contrastare non solo questa o quella formula. Bisogna contrastare l'intera visione di una società nella quale il mercato regola il lavoro e lo Stato regola i consumi. Ma anche qui, stiamo attenti. La forza più grande del centrosinistra, la forza moderata del piddì ha percezione delle nuove sfide che abbiamo davanti. Solo che le percepisce come una provocazione etica o pensa al proprio intervento come un dovere sociologico. La loro idea di società è quella composta da una cittadinanza sorvegliata da consumatori intelligenti. Propongono solo correttivi. Ci vuole altro, molto altro.

- E se provassimo a definire questo "altro"?

Ti rispondo così: se riflettiamo a tutto quello di cui stiamo parlando, il socialismo può tornare ad essere un'alternativa. Un'alternativa radicale all'altezza delle cose. Un socialismo depurato da tutte le insopportabili nostalgie, attraversato da una critica senza alibi o giustificazione alla sua storia. Un socialismo che proponga, riproponga il tema della libertà. Proprio a partire dalle condizioni materiali di vita e di lavoro.

- Pensi che la sinistra italiana sia pronta a questo "lavoro"?

Innanzitutto ti dico che la sinistra è una domanda. Una domanda sociale. Che nasce dalla cronaca, dalle terribili fiamme alla ThyssenKrupp.

- Insomma, stai dicendo che c'è bisogno di sinistra?

Sì. E se questo è il compito penso che valga la pena affrontare qualunque sacrificio...

- A che pensi?

A quelli legati ai piccoli orgogli di bottega ma anche alle comprensibili rivendicazioni identitarie. E' una posta troppo importante per poterla sacrificare sull'altare dei vizi, dei nostri vizi. Di quelli del ceto politico.

- Ed eccoci alla "cosa rosso-ambientalista" che si inaugura oggi...

Sì, ma prima fammi dire un'altra cosa.

- Ovviamente.

Che questo stesso discorso vale anche per la riforma elettorale. O dentro questo dibattito metti anche la tua analisi della società, della sua cultura dominante, dei rischi di frammentazione corporativa che si porta dietro o non ne esci. Insomma, noi non possiamo discutere di riforma elettorale senza riflettere sugli anticorpi necessari per riaffermare la nostra visione della coesione sociale. Altrimenti c'è il rischio che si inauguri un'altra stagione di furbizie. Magari con protagonisti gli stessi che negli ultimi quindici anni ci hanno spiegato tutte le virtù del bipolarismo e del maggioritario. Arrivando a costruire una Seconda repubblica che ci fa rimpiangere la prima.

- Siamo arrivati all'appuntamento di oggi.

Di cosa dovremmo discutere? Di come tenere assieme le percentuali di ciascuno? No, non credo. Credo soprattutto che dobbiamo fare una cosa: ricostruire il principio che la politica si organizza dal basso. Potremmo parlare di forme di organizzazione e quant'altro ma credo che sia importante soprattutto una cosa.

- Quale?

Far crescere il "fattore S". La speranza.

- E dentro questo progetto tu che ruolo ti assegni?

Di essere uno dei tanti. Che porta il suo bagaglio di esperienze. Pronto a confrontarsi con le altre esperienze.

- Per te però qualcuno vede un ruolo da leader di questo nuovo soggetto. Ne scrivono tanti giornali...

Io credo che occorra accelerare i tempi, perché tutto deve diventare realtà. Ma non mi piace un atteggiamento psicologico che impone la fretta. Perché porta a scorciatoie. Prima viene il progetto, la carta dei valori condivisa, prima viene la ricostruzione della politica, di un modo di far politica nuovo. Poi, dopo si vedrà il resto.

- Ma un leader serve a questa sinistra?

La discussione su questo tema potrebbe addirittura essere un inganno. Perché se non c'è una cultura politica chiara, un progetto, queste mancanze non potranno essere surrogate da un leader. La sinistra del XXI° secolo ha bisogno di agire. Sulla vita delle persone. Ha bisogno di agire per evitare le morti. Come alla ThyssenKrupp. Questo, solo questo conta.

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