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Ilva, autorizzazione integrata ambientale (AIA)

AIA, dossier di Altamarea

I sindaci di Taranto e Statte possono esprimere un parere vincolante
9 aprile 2011
Alessandra Congedo

«Ieri abbiamo mandato al Ministero dell’Ambiente una sintesi delle principali criticità ambientali dello stabilimento Ilva e delle incredibili incongruenze della Commissione Ippc. A Roma devono sapere che siamo determinati a contrastare con ogni mezzo qualunque Aia annacquata». Le parole di Biagio De Marzo, dette a nome di Altamarea, nel corso di una conferenza stampa tenuta insieme a Luigi Boccuni, sono spinte da un forte timore: «Non vorremmo che il Governo ci riservasse un altro scherzetto, come il decreto sul benzo(a)apirene approvato nello scorso mese di agosto che ha, di fatto, prorogato la scadenza per il rispetto dei limiti di emissione».

 

Questi sono giorni cruciali per il rilascio dell’Autorizzazione Integrata Ambientale al siderurgico. Per metà aprile, infatti, è attesa la riconvocazione della Conferenza dei Servizi. Nell’ultima riunione, tenuta lo scorso 22 febbraio, Altamarea aveva presentato una relazione generale concordata con sei associazioni. Nonostante le perplessità manifestate dal legale dell’Ilva, la Conferenza aveva deciso di aggiornare i lavori dando mandato alla Commissione Ippc di esaminare, entra 30 giorni, le osservazioni presentate, aggiornando eventualmente il parere istruttorio conclusivo.

 

«A distanza di un mese e mezzo non si ha alcuna notizia di tavoli tecnici o altro – ha sottolineato l’ing. De Marzo – dopo aver espresso assoluto dissenso sul parere istruttorio conclusivo perché erroneo, ingannevole e del tutto inadeguato al rilascio dell’Aia, denunciamo all’opinione pubblica l’operato della Commissione Ippc e le sue lungaggini che permettono all’Ilva di continuare a gestire gli impianti senza apportare riduzioni effettive del carico inquinante».

 

Sono tanti i punti critici evidenziati da Altamarea nel documento inviato ieri al Ministero dell’Ambiente. Si comincia dalla richiesta dell’Ilva di ottenere l’Aia per una capacità produttiva di acciaio pari a 15 milioni di tonnellate all’anno, una quantità molto più elevata dei 9,5 milioni prodotti nel 2005.

 

«L’Ilva non spiega come intende realizzare una capacità produttiva superiore di circa il 60% rispetto alla produzione effettiva senza comportare un aumento delle emissioni – ha proseguito De Marzo – fermo restando tutte le altre obiezioni, la capacità produttiva da autorizzare non deve essere, immotivatamente, molto superiore a quella realizzata nel 2005».

 

Altamarea ha contestato anche una proposta della Commissione Ippc che, prendendo atto di una certificazione Uni En Iso valida fino al 30 aprile 2013, estende la durata dell’Aia all’Ilva da 5 a 6 anni. «In quel documento è scritto che le attività certificate sono quelle che partono dalle colate continue. Mancano proprio quelle maggiormente inquinanti – ha evidenziato De Marzo – la Commissione, quindi, ha ignorato tale incompletezza».

 

Le fonti di maggiore preoccupazione indicate dagli ambientalisti sono due: le cokerie e i parchi minerali.

 

«In nessuna parte del mondo è possibile mettere le cokerie vicino ai centri abitati – ha detto l’ingegnere – per questo motivo chiediamo che venga realizzato un piano operativo per la loro delocalizzazione. Se questo problema non verrà risolto, l’Ilva potrà andare incontro a brutte sorprese, anche da parte della Magistratura, come accaduto qualche anno fa». L’altro fronte caldo è quello dei parchi minerali tuttora scoperti nonostante l’estrema vicinanza al rione Tamburi: «Per intervenire in questo ambito l’azienda dovrebbe mettere mano al portafogli per importi considerevoli – ha evidenziato l’esponente di Altamarea – finora, però, ha dimostrato di non avere alcuna intenzione di farlo».

 

In una nota inviata al Ministero dell’Interno – Direzione Regionale Puglia, lo scorso 5 aprile, Altamarea ha chiesto chiarimenti su un un’altra questione: «Dall’esame di due documenti ufficiali dei Vigili del Fuoco del 2008 e del 2009, abbiamo rilevato che l’Ilva di Taranto, nonostante sia assoggettata alla direttiva Seveso, continua a funzionare da anni senza il Certificato Prevenzione Incendi e il nulla osta in materia di Rischio di Incidente Rilevante – ha spiegato De Marzo – il Comitato Tecnico Regionale, dopo aver respinto più volte il Rapporto di Sicurezza del gestore, lo aveva ritenuto validabile a condizione che entro il 31/12/2009, fossero soddisfatte 15 prescrizioni e 6 raccomandazioni. Proprio ieri abbiamo chiesto alla Direzione Regionale dei Vigili del Fuoco di farci sapere qual è la reale situazione». Il collegamento tra questa richiesta e l’Aia è presto spiegato: «Le norme in vigore prevedono che il Certificato Prevenzione Incendi e il nulla osta facciano parte della documentazione prodotta per la richiesta di autorizzazione».

 

Alla luce di tutti questi elementi, gli ambientalisti hanno lanciato un accorato appello alle istituzioni nazionali e locali affinché non acconsentano al rilascio di un Aia e di un Piano di Monitoraggio e Controllo "annacquati", deleteri per un territorio già gravemente provato a livello ambientale e sanitario.

 

«Al Ministero dell’Ambiente chiediamo di assumersi direttamente la responsabilità della bozza. Mentre ai sindaci di Taranto e Statte ricordiamo che sono loro gli unici a poter esprimere un parere vincolante sul rilascio dell’Aia. Facciano valere il peso di questo potere e prendano una posizione precisa prima che sia troppo tardi». Infine, un avvertimento: «Il rilascio dell’Aia alle attuali condizioni sarebbe la pietra tombale dell’emergenza ambientale tarantina. Poi, ci rimarrebbe solo una possibilità: impugnare il provvedimento, ma questa strada sarebbe davvero troppo lunga».

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