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La campagna del settimanale Carta ha fatto tappa anche in Abruzzo

Chi non agisce è un morto che cammina

Se il “primo mondo” dorme assopito dai fumi del falso benessere e del mercato, sono gli ultimi della Terra a indicarci la strada e a lottare per noi.
27 maggio 2010 - Paolo

Mondiali al contrario a Chieti

Abahlali baseMjondolo significa quelli che vivono nelle baraccopoli, ma è un movimento per tutti; un giorno potresti non avere più cibo, elettricità, acqua e allora anche la tua casa in mattoni diverrebbe una baracca”.

Dal Sud-Africa,la nazione arcobaleno, 3 attivisti di Abahlali, accompagnati da un missionario comboniano e un volontario di Castel Volturno, stanno percorrendo l’Italia per l’iniziativa “ I Mondiali al Contrario “ organizzato dal periodico Carta.

Venerdì 21 maggio, su invito di Abruzzo Social Forum, Libidine ed Arci, hanno fatto tappa anche a Chieti per spiegare la loro idea di democrazia.

Con l’avvicinarsi della competizione mondiale che terrà incollata alla televisione buona parte del mondo occidentale il “terzo incomodo” deve essere spazzato sotto il tappeto. Gli “effetti collaterali” di questa Coppa del Mondo sono i poveri, gli ultimi, che non devono infastidire né farsi vedere agli occhi indiscreti delle telecamere e degli opulenti turisti. Sono i baraccati sud africani, che una volta spenti i riflettori dagli stadi resteranno come prima, se non peggio di prima. E’ per informare e rendere coscienti su di una storia, quella del Sud Africa, che spesso stoppiamo con la fine dell’Apartheid, che Abahlali baseMjondolo gira l’Italia.

Il video “Breyani and the Councillors” mostra la situazione nelle baraccopoli di Durban, passando per Foreman, Querry e Kennedy Road, dove Abahlali ha preso vita. Scene tristemente note, di persone costrette a vivere di stenti, senza un lavoro, condividendo con altre 300 persone una latrina. Scene ricorrenti in questo mondo dove il business conta più dell’uomo, molto vicine alle favelas brasiliane o alle discariche keniane, ma con una variante non da poco; i baraccati in Sud Africa hanno detto che “enough is enough” e hanno deciso di riprendersi in mano la loro vita. Dopo anni di promesse disilluse, di sfratti e demolizioni senza alternative è nata Abahlali , nel 2005.

“Le condizioni attuali sono ereditate dall’Apartheid – racconta Thembani Jerome – nel ’94, dopo il voto, tutti pensavano che le baraccopoli sarebbero scomparse, ma nessuno ha mai cambiato qualcosa per i poveri, che diventano importanti solo in tempo di elezioni”.

Non si può fare a meno di riscontrare somiglianze col nostro mondo (nelle dovute proporzioni) nel racconto di Thembani, Philani e Busisiwe, quando parlano di una politica sempre più lontana dal popolo, venduta ai potentati economici ed interessata solo al potere. Leggi ingiuste rimaste immutate dal ‘94, la costruzione di una ricchezza sulla base della negazione dei diritti della maggioranza della popolazione ha fatto sì che l’Apartheid rimanesse nella sua forma più squallida, quella dell’oppressione degli ultimi. Alle richieste incessanti della popolazione sprovvista di elettricità, acqua e lavoro, i consiglieri comunali non sanno far altro che distribuire breyani (un cibo indiano). E stanchi di breyani le donne, gli uomini e i bambini delle baraccopoli si sono riversati nelle strade. Non dorme la gente di Foreman e degli altri “insediamenti informali”, e non vuole l’elemosina dall’alto. Vuole diritti e la partecipazione in essi.

Niente per noi senza di noi”, è questo uno dei motti del movimento che vuole riportare al centro il potere del popolo, il suo ruolo primario nelle scelte di una nazione. Un movimento dal basso che punta alla riconquista della propria esistenza, cosa che non va giù alle autorità, le quali preferiscono che le persone mangino dalle loro mani. Per questo non di rado viene schierato il braccio forte del potere contro persone disarmate e indifese, negando autorizzazioni per manifestazioni o caricando violentemente la folla.

“Non vogliamo rovesciare alcun governo, vogliamo che i governi lavorino per la gente. E non chiediamo molto, solo case adeguate, terre dove costruirle, elettricità, acqua e lavori decenti”. Lavori per cui la gente si trasferisce in città, ed è facile capire che gli sgomberi, le demolizioni e i trasferimenti coatti in periferia significano o perdita del lavoro o doversi pagare i trasporti, con spese superiori ai 2-300 Rand di stipendio mensile.

Se il “primo mondo” dorme assopito dai fumi del falso benessere e del mercato, sono gli ultimi della Terra a indicarci la strada e a lottare per noi, ricordandoci, con le parole di Busisiwe, che

“chi non agisce è un morto che cammina”.

 

 

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