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Sintesi da un dossier del Washington Post

Analisi delle attività degli Stati Uniti in Libia

Dallo scoppio della crisi libica alle operazioni Odissea all'Alba e Unified Protector: analisi di un processo politico e sociale ancora in atto, della risposta militare internazionale e di ruolo, obiettivi e mezzi degli USA in questo contesto.
22 luglio 2011 - Silvia Mastropierro (Sintesi da un dossier del Washington Post)

Obama e Gheddafi  Panoramica delle attività degli Stati Uniti in Libia

Nel suo discorso alla nazione del 28 marzo 2011, il presidente Obama ha presentato una spiegazione completa dei motivi per cui ha autorizzato l’azione militare in Libia da parte degli Stati Uniti in quanto parte di una coalizione internazionale. Quando Gheddafi ha iniziato ad attaccare il suo stesso popolo sceso in piazza per reclamare riforme e ha promesso che non avrebbe avuto pietà per la città di Bengasi, la posta in gioco è diventata molto alta. C’era il rischio di violenze efferate su vasta scala contro la popolazione civile libica e l’unico modo per fermarle era un mandato d’azione internazionale sostenuto da un’ampia coalizione, con il supporto dei paesi arabi e con una richiesta d’aiuto del popolo libico. Era in gioco anche la sicurezza nazionale, poiché si tratta di un’area geografica di fondamentale importanza alle prese con un delicato momento di transizione. Proprio in questa fase cruciale, gli Stati Uniti hanno voluto mostrare alle popolazioni del Medio Oriente e del Nord Africa che sono dalla loro parte. Il rischio di una destabilizzazione di tutta la zona è stato riconosciuto anche dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che ha definito nella Risoluzione 1973 la situazione in Libia come “una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionali”. Anche il Segretario della Difesa Robert Gates ha dichiarato al Congresso, il 31 marzo, che Gheddafi costituiva un pericolo per la stabilità internazionale. Al di là degli obiettivi militari, con il suo comportamento efferato Gheddafi aveva perso il diritto di governare sulla Libia e doveva dimettersi. Il Procuratore della Corte Penale Internazionale ha fatto richiesta per l’emissione di mandati d’arresto per crimini contro l’umanità. Inoltre, era a rischio l’impegno preso da lungo tempo dagli Stati Uniti di salvaguardare la credibilità del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e la sua efficacia nella promozione della pace, specialmente dopo che le forze di Gheddafi avevano ignorato le richieste di cessate il fuoco e di non attaccare i civili.

Nelle poche settimane trascorse dall’attuazione della Risoluzione 1973, la situazione dei civili nel territorio libico è costantemente migliorata. È stata scongiurata una catastrofe umanitaria grazie all’arresto delle forze di Gheddafi alle porte di Bengasi e alla loro espulsione da molti paesi e città della nazione; si è levato un coro sempre crescente di voci internazionali a favore dell’allontanamento del dittatore e ormai è solo una questione di tempo; l’opposizione libica, capeggiata dal Consiglio Nazionale di Transizione, sta guadagnando credibilità e legittimità ed ha espresso una proposta per il post-Gheddafi. Il 9 giugno, il Segretario di Stato Hillary Clinton ha dichiarato che gli Stati Uniti considerano il Consiglio Nazionale di Transizione l’interlocutore legittimo per il popolo libico. Australia, Canada, Germania, Spagna e gli Emirati Arabi Uniti hanno espresso pareri favorevoli. Tutti questi risultati sono stati ottenuti con un’azione di una rapidità senza precedenti e senza l’impiego di truppe americane di terra.

 

Obiettivi politici e militari e mezzi

Il presidente ha onorato il suo impegno di concentrare gran parte del nostro sforzo militare nella prima fase delle operazioni in Libia, al fine di distruggere bersagli militari strategici, istituire la no-fly zone e rendere possibile la protezione del civili, in linea con la Risoluzione 1973. Dopo un breve lasso di tempo, il comando delle operazioni è passato alla NATO. Dal 4 aprile, il coinvolgimento militare degli Stati Uniti è stato limitato ad un ruolo di supporto. Dal punto di vista politico, gli Stati Uniti hanno portato elementi di stabilità in Libia per permettere al popolo libico di reclamare il proprio futuro.

   Antefatto

La crisi è iniziata a febbraio, quando il popolo libico è sceso per le strade chiedendo riforme e rispetto dei diritti umani. Le forze di sicurezza di Gheddafi hanno risposto con efferata violenza repressiva. Ci sono stati rastrellamenti in ospedali e case private, arresti arbitrari e forse esistono responsabilità per stupri di massa. Per queste ragioni, il Procuratore della Corte Penale Internazionale ha richiesto l’emissione di un mandato d’arresto per crimini contro l’umanità nei confronti di Gheddafi, di suo figlio Saif al-Islam e di uno dei capi dell’intelligence.

Il 25 febbraio, il Presidente ha risposto alla crescente violenza in Libia con l’Ordine Esecutivo 13566, che imponeva pesanti sanzioni economiche a Gheddafi, al suo governo e ai suoi più stretti collaboratori. In particolare, prevedeva un congelamento di tutte le risorse del governo libico che si trovano negli Stati Uniti o che sono in possesso o sotto il controllo di americani in tutto il mondo. Sosteniamo con forza il Disegno di Legge 1180 del Senato, presentato dai senatori Johnson, Shelby, Kerry, McCain, Levin, che renderebbe disponibili le risorse congelate per scopi umanitari a beneficio del popolo libico.

Sempre il 25 febbraio, il Segretario di Stato ha approvato una linea favorevole alla revoca dei visti in possesso di coloro che sono stati accusati di crimini contro l’umanità in Libia e dei loro familiari più stretti. Il Segretario ha anche sospeso la piccola cooperazione militare che avevamo con la Libia.

Il 26 febbraio, anche il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si è schierato contro quest’ondata di violenza adottando all’unanimità la Risoluzione 1970 che richiedeva la fine delle brutalità, imponeva un divieto di viaggio e congelava le risorse economiche di Gheddafi e dei suoi più vicini familiari e collaboratori.

Ignorando le richieste della comunità internazionale, Gheddafi ha continuato ad attaccare il suo popolo e il primo marzo il Senato ha approvato una risoluzione che condannava tali attacchi e premeva affinchè le Nazioni Unite si attivassero per proteggere i civili in Libia, anche con l’imposizione di una no-fly zone.

In cooperazione con i partner della NATO, con il mondo arabo e con i membri africani del Consiglio di Sicurezza, gli Stati Uniti hanno caldeggiato il passaggio della risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il 17 marzo. Questa richiedeva un immediato cessate il fuoco in Libia, imponeva il divieto di sorvolo nello spazio aereo nazionale (no-fly zone), autorizzava l’uso di tutte le misure necessarie per proteggere i civili e rendeva più severe le sanzioni contro il regime di Gheddafi e gli enti sotto il suo controllo, comprese la National Oil Corporation e le sue filiali. Nonostante ciò, Gheddafi ha sfidato di nuovo la comunità internazionale, dichiarando che non avrebbe avuto compassione per la città di Bengasi assediata dalle sue truppe.

A questo punto, fermare un disastro umanitario, sostenere migliaia di civili contro un dittatore senza scrupoli e scongiurare l’instabilità ai confini di Egitto e Tunisia, alleati-chiave degli Stati Uniti anch’essi in una delicata fase di passaggio, era una questione di ore, non di giorni.

Di conseguenza, il Presidente è passato all’azione, chiarendo che il nostro obiettivo militare sarebbe stato proteggere i civili e far rispettare i termini della Risoluzione 1973, che avrebbero spianato la strada ad una reale transizione politica. In accordo con la comunità internazionale, gli Stati Uniti hanno inasprito le sanzioni contro il governo libico, costruito un’ampia coalizione che esercitasse pressione diplomatica su Gheddafi e ne aumentasse l’isolamento, dato sostegno politico alle operazioni militari.
Quest’azione è stata lanciata poco più di un mese dopo le prime proteste significative in Libia, nove giorni dopo il primo uso della potenza aerea da parte di Gheddafi e, soprattutto, prima che costui riuscisse a conquistare Bengasi e a punirla “senza pietà”.

Negli anni ’90, in Bosnia, la comunità internazionale impiegò due anni prima d’intervenire per la protezione dei civili e un anno per difendere la popolazione del Kosovo. Gli Stati Uniti e i loro partner di coalizione in 31 giorni hanno evitato un massacro in Libia.

Gli Stati Uniti hanno anche contribuito con 81 milioni di dollari allo sforzo internazionale per offrire risorse umanitarie alla popolazione libica e per il rimpatrio dei cittadini di altre nazioni presenti in Libia. Con l’aiuto economico degli Stati Uniti, quattro organizzazioni non governative, quattro agenzie delle Nazioni Unite e due organizzazioni internazionali stanno offrendo attivamente assistenza sul territorio libico. Gli Stati Uniti hanno anche fornito assistenza militare gratuita per un valore di quasi 1,1 milioni di dollari.

   Dove siamo adesso

Una coalizione composta dalla NATO e dagli alleati arabi continua a portare avanti la missione militare in forma limitata. All’inizio delle operazioni gli Stati Uniti si sono avvalsi delle loro straordinarie capacità militari per fermare l’offensiva del regime e indebolire i suoi sistemi di difesa aerea, per poi passare, il 31 marzo, il pieno comando e controllo ad una coalizione condotta dalla NATO. Da allora: tre quarti delle incursioni aeree in Libia sono stati effettuati dai partner non americani della coalizione; le 20 navi che controllano che sia rispettato l’embargo delle armi sono europee o canadesi; la maggior parte delle missioni aeree per colpire obiettivi a terra è stata condotta dagli alleati europei e le poche sortite aeree americane si sono limitate a sopprimere la difesa aerea nemica, limitando al massimo i danni collaterali nelle aree urbane; gli Stati Uniti hanno fornito alla coalizione quasi il 70% delle capacità d’intelligence e gran parte delle riserve di carburante per gli aerei. Dal punto di vista politico, il ruolo giocato dagli Stati Uniti continua ad essere centrale per il mantenimento e la diffusione del consenso internazionale sulle dimissioni di Gheddafi. Continuiamo anche a lavorare per valorizzare le potenzialità dell’opposizione libica e aumentare la sua capacità di attuare una transizione politica.

Il Consiglio Nazionale di Transizione, riconosciuto come interlocutore legittimo del popolo libico, si è recentemente allargato a rappresentanti provenienti da tutto il territorio, per diventare un organismo realmente rappresentativo. Si è impegnato a promuovere una transizione democratica, ad aderire agli standard internazionali e a rispettare i diritti umani. Forse il punto più importante, adesso, è trovare un espediente per scongelare le risorse del governo libico in un modo che rispetti le condizioni delle risoluzioni 1970 e 1973, per l’uso di tali risorse a fini umanitari. Questo è il campo in cui si sente maggiormente il bisogno dell’assistenza del Congresso e che potrebbe diventare determinante per il successo della nostra strategia.

   Obiettivi della coalizione

In nessuna delle suddette fasi gli Stati Uniti hanno agito da soli, anzi hanno promosso la mobilitazione della comunità internazionale per azioni collettive e creato le condizioni perché anche altri lavorassero ai comuni obiettivi e per dividere il peso di questi sforzi. La coalizione con a capo la NATO ha recentemente deciso di prolungare di altri 90 giorni l’operazione Unified Protector dopo il 27 giugno, finchè non saranno fermati tutti gli attacchi e le minacce ai civili e finchè non ci sarà un credibile e verificabile cessate il fuoco. Nel frattempo, aumenta la pressione politica, diplomatica e finanziaria su Gheddafi, sempre più isolato. La lista dei suoi collaboratori che lo hanno abbandonato cresce di giorno in giorno. I manifestanti sono tornati nelle strade di Tripoli, di Zawiyah e di Zlitan. Mentre l’influenza di Gheddafi diminuisce sempre più in Libia e in tutto il mondo, un coro sempre più corposo e composito di voci internazionali richiede il suo allontanamento.

 

Libia, carta geografica Supporto degli Stati Uniti alla missione NATO

L’Operazione Odissea all’Alba (Odyssey Dawn) è partita il 19 marzo 2011 per effetto della Risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La responsabilità di conduzione della missione, che adesso si chiama Unified Protector, il 31 marzo è passata sotto il comando integrato della NATO e, a partire dal 4 aprile, la NATO ha avuto pieno controllo delle operazioni. Attualmente la missione continua a privilegiare tre obiettivi: far rispettare l’embargo navale delle armi, far rispettare la no-fly zone e proteggere attivamente i civili dagli attacchi o dalle minacce di attacco.

Il Dipartimento della Difesa sta fornendo risorse a supporto e integrazione dei contributi della NATO e dei partner di coalizione nell’ambito dell’Operazione Unified Protector. Queste risorse consistono in: assistenza nella guerra elettronica; rifornimento aereo; capacità di assistenza in area critica; aiuto in recupero, ricerca e salvataggio del personale, intelligence, sorveglianza e ricognizione; pacchetto d’attacco di emergenza. Gli Stati Uniti stanno anche allargando i Peacetime Establishment nei quartieri generali della NATO con un incremento di personale militare americano.

Come annunciato dal presidente Obama, il nostro contributo non comporta l’impiego di forze militari americane di terra nel territorio libico, fatta eccezione per le risorse necessarie alle operazioni di salvataggio e cura, qualora sia necessario.

In occasione della riunione ministeriale della NATO dell’8 giugno, si è deciso di prolungare la missione di 90 giorni a partire dal 27 giugno, quindi fino alla fine di settembre. Ciò è un chiaro segnale della volontà da parte della NATO di portare questa crisi ad una rapida conclusione.

Gli Stati Uniti e i loro partner di coalizione della NATO continueranno a fare pressione su Gheddafi finchè non saranno raggiunti in pieno questi tre obiettivi: l’arresto degli attacchi ai civili da parte del regime di Gheddafi; il ritiro verificabile di tutte le sue forze alle sue basi; possibilità di un accesso immediato, totale e sicuro per scopi umanitari.

Gli Stati Uniti mettono a disposizione risorse e capacità che gli altri partner della NATO e della coalizione o non possiedono oppure possiedono in maniera molto limitata, fondamentali perché la NATO riesca a difendere i civili e far rispettare la no-fly zone e l’embargo delle armi. Si tratta di: soppressione delle difese aeree nemiche; aeromobili a pilotaggio remoto; rifornimento aereo; supporto nelle operazioni di intelligence, sorveglianza e ricognizione.

 

Conseguenze della non partecipazione degli Stati Uniti alle operazioni NATO

Se gli Stati Uniti ponessero fine al loro coinvolgimento nella missione NATO, si ridurrebbe drasticamente la capacità della coalizione di portare a termine le azioni autorizzate dalla Risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (protezione dei civili, rispetto no-fly zone ed embargo delle armi). Se, per mancanza di risorse, la NATO dovesse terminare le operazioni prima del 27 settembre, la sua credibilità sarebbe seriamente danneggiata, con significative conseguenze per la sicurezza globale.

 

Costi attuali e previsti

Costi militari
Fino al 3 giugno 2011, i costi delle operazioni militari del Dipartimento della Difesa e dell’assistenza umanitaria in Libia ammontavano a 715,9 milioni di dollari.

Di questa cifra, una piccola parte è stata utilizzata per sostenere le operazioni in Libia dei partner di coalizione.

La determina presidenziale n. 2011-09, firmata il 26 aprile 2011, prevedeva lo stanziamento di oltre 25 milioni di dollari in beni non letali a supporto dei partner-chiave del governo americano, come il Consiglio Nazionale di Transizione. Attualmente la stima dei costi dei beni e del loro trasporto è di 15 milioni di dollari, quindi approssimativamente 10 milioni di dollari dello stanziamento non sono stati utilizzati.

Il contributo diretto del Dipartimento della Difesa per scopi umanitari in Libia è di 1,04 milioni di dollari al 3 giugno 2011, serviti per coprire le spese per il rimpatrio di oltre mille egiziani dalla Tunisia in Egitto e per l’acquisto di due ambulanze da parte della Società Tunisina della Mezzaluna Rossa.

Le spese previste entro il 30 settembre 2011, cioè entro la fine della proroga della missione NATO, sono di circa 1,1 miliardi di dollari, di cui quasi 300 milioni di dollari saranno compensati dai costi più bassi delle operazioni in tempo di pace, che in parte saranno il risultato della missione in Libia. Per questo motivo, la reale stima delle ulteriori spese entro il 30 settembre è di circa 0,8 miliari di dollari.

Il Dipartimento coprirà queste spese utilizzando i fondi della Difesa al momento disponibili. Il Dipartimento ha pianificato il rimpiazzamento delle munizioni usate per le operazioni in Libia come parte del suo normale programma di bilancio.

Costi umanitari
Il governo americano ha fornito quasi 81 milioni di dollari per attività umanitarie in risposta al conflitto libico, di cui assistenza militare per il valore di circa 1,1 milioni di dollari per il rimpatrio di oltre mille egiziani dalla Tunisia all’Egitto.

Complessivamente, la situazione umanitaria in Libia è relativamente stabile. Nei prossimi mesi, l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID) e il Dipartimento dell’Ufficio di Stato per la Popolazione, i Rifugiati e la Migrazione (State/PRM) prevedono l’eventualità un finanziamento aggiuntivo e mirato per scopi umanitari, specialmente nelle aree al momento inaccessibili. L’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale collaborerà a stretto contatto con il Programma Alimentare Mondiale e altri partner per identificare e rispondere a nuove emergenze per necessità di cibo, se ce ne sarà bisogno.

Il 9 giugno 2011, al terzo incontro del Gruppo di Contatto per la Libia, il segretario di stato Hillary Clinton ha annunciato un ulteriore contributo di 26,5 milioni di dollari da parte dell’Ufficio di Stato per la Popolazione, i Rifugiati e la Migrazione, da impiegare per scopi umanitari in Libia e nei paesi confinanti. L’Ufficio per le Iniziative di Transizione dell'USAID, inoltre, sta programmando di fornire oltre 5 milioni di dollari per comunità, media locali e, ove appropriato, autorità di governo provvisorie nella Libia orientale.

 

Analisi dell’impatto sulle operazioni americane in Iraq e Afghanistan

Dipartimento della Difesa: non c’è stato un impatto significativo sulle attività degli Stati Uniti in Iraq e Afghanistan. Tutte le forze temporaneamente deviate da altre operazioni sono state ripristinate, fatta eccezione per un cacciatorpediniere a missili guidati, che riprenderà il suo posto nel corso di giugno 2011.

Dipartimento di Stato: il Dipartimento non ha ravvisato, né prevede alcun impatto sulle attività in Iraq.

Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID): le attività umanitarie in Libia non hanno contrastato le attività dell’USAID in Iraq e Afghanistan, perché i progetti di sviluppo portati avanti in queste aree sono economicamente supportati da enti diversi da quelli che hanno offerto sostegno alle operazioni in Libia.

 

Descrizione del Consiglio Nazionale di Transizione provvisorio

Il Consiglio Nazionale di Transizione dell’opposizione libica si compone di 45 membri, guidati dall’ex Ministro della Giustizia libico Mustafa Abdujalil. Il Consiglio Nazionale di Transizione include anche membri provenienti da aree controllate dal regime come Tripoli e Sebha, per rappresentare tutte le regioni e la popolazione libica. Per questo, ha organizzato un ufficio esecutivo di 15 persone guidato dal Primo Ministro provvisorio Mahmoud Jibril. Al momento, le condizioni non permettono al Consiglio di ricoprire appieno e adeguatamente tutti i suoi incarichi rappresentativi, inoltre sono presenti delle discordanze politiche, come sarebbero presenti in qualsiasi organismo democratico.

Il Consiglio Nazionale di Transizione si è chiaramente espresso sul proprio ruolo provvisorio, ma non sempre è stato chiaro sulla durata di questo ruolo. Riconosce tuttavia la necessità delle elezioni entro un arco di tempo ragionevole dopo la caduta del regime di Gheddafi, per conferire legittimità al nuovo governo libico. Il Consiglio ha anche dichiarato il proprio impegno a rispettare le Convenzioni di Ginevra, i diritti umani e a ripudiare il terrorismo.

Riconoscimento: gli Stati Uniti considerano il Consiglio Nazionale di Transizione come l’interlocutore legittimo per il popolo libico durante questo periodo provvisorio. Australia, Canada, Germania, Spagna e gli Emirati Arabi Uniti hanno espresso recentemente posizioni simili. In forte contrasto con quanto avveniva nel regime autoritario di Gheddafi, privo di costituzione e di legittimità, il Segretario Clinton e altri funzionari americani stanno coinvolgendo i membri dell’opposizione libica, incluso il Consiglio Nazionale di Transizione, per ascoltare le loro aspirazioni e i passi che vogliono compiere per costruire una democrazia che rappresenti il popolo libico e protegga i diritti di tutti i libici.

Piano di transizione: il Consiglio ha steso una tabella di marcia per un processo politico che si sostituisca al regime dopo l’allontanamento di Gheddafi dal potere. La tabella di marcia, che si fonda sul preservare l’unità e sovranità della Libia, espone i passi da compiere per scrivere la bozza di una costituzione, convocare un’assemblea nazionale ed implementare un governo provvisorio. Il Consiglio, concentrato anche sull’unificazione della Libia, si impegna ad attivare meccanismi di riconciliazione nazionale e di partecipazione delle aree attualmente sotto il controllo del regime. Per questo motivo, c’è la volontà di collaborare con i tecnocrati del regime che non siano stati partecipi di violazioni dei diritti umani. Il rappresentante degli Stati Uniti a Bengasi è coinvolto in sistematici incontri con il Consiglio Nazionale di Transizione riguardanti la pianificazione del suddetto processo politico post Gheddafi.

Sul piano internazionale, il Consiglio si è impegnato per costruire consapevolezza e raccogliere supporto a favore dell’opposizione libica. In patria, ha collaborato e continua a collaborare a stretto contatto con i comuni per fornire i servizi essenziali nelle aree sotto il controllo dell’opposizione, come acqua, elettricità e sicurezza.

Assistenza: nonostante gli impegni presi da un certo numero di donatori, questi devono ancora versare il contributo promesso per assistere finanziariamente il Consiglio Nazionale di Transizione. Per facilitare l’investimento dei beni bloccati dagli Stati Uniti, l’Amministrazione supporta il Disegno di Legge 1180 del Senato, che permetterebbe l’uso per scopi umanitari delle proprietà del governo libico confiscate dagli USA.

Gli Stati Uniti sostengono anche le vendite di greggio proveniente dalle aree controllate dal Consiglio Nazionale di Transizione, grazie ad una nuova licenza generale per la Libia in questo ambito, finalizzata a superare le sanzioni nel rispetto delle leggi, per la partecipazione degli americani alla compravendita di petrolio e gas prodotto nelle suddette aree. Il 25 maggio ha avuto luogo la prima transazione tra il Consiglio Nazionale di Transizione libico e un raffinatore di greggio americano.

Analisi di potenziali collegamenti con gruppi estremisti: non siamo a conoscenza di alcun contatto diretto tra il Consiglio e organizzazioni terroristiche. Ci sono notizie della presenza, nella parte orientale del Paese, di ex membri dei Gruppi Combattenti Islamici Libici al fianco delle forze di opposizione contro il regime. Alcuni di questi ex membri hanno partecipato negli ultimi due anni ad un programma governativo di riabilitazione e rilascio dalla prigione destinato a coloro che hanno rinunciato al terrorismo. Il Consiglio Nazionale di Transizione ha chiaramente dichiarato la sua natura laica e il rifiuto del terrorismo e di influenze estremiste.

La Fratellanza Musulmana Libica, un gruppo precedentemente bandito dal regime, in un contesto di apertura del Consiglio a tutte le componenti della società civile, vi partecipa adesso attivamente, e ha dichiarato il suo supporto per un Islam moderato, la sua posizione favorevole al ruolo delle donne nella costruzione dellla società ed ha istituito un’organizzazione di aiuto a Bengasi.

 

Analisi legale e supporto dell’Amministrazione a favore di una risoluzione bipartisan

Vista l’importanza degli interessi in gioco in Libia e per i quali i militari americani hanno lavorato e la durata limitata delle azioni, il Presidente aveva l’autorità costituzionale di dirigere tali operazioni militari all’estero. Le forze americane stanno giocando il loro ruolo in una coalizione multinazionale le cui operazioni sono legittimate e limitate dai termini della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

L’Amministrazione ha ripetutamente dichiarato il suo favore per una soluzione bipartisan che veda democratici e repubblicani uniti nell’impegno di sostenere le aspirazioni del popolo libico ad una riforma politica e alla democrazia.

 

Consultazione del Congresso

L’Amministrazione si è consultata a lungo con il Congresso sull’impegno degli Stati Uniti in Libia. Dal primo marzo, essa ha:

  • Testimoniato a più di 10 udienze che includessero sostanziali discussioni sulla Libia;

  • Partecipato ad oltre 30 briefing, tra cui tutti e tre i briefing convocati “per tutti i Membri” e tutti quelli convocati “per tutto lo staff”;

  • Condotto dozzine di convocazioni con i singoli Membri;

  • Fornito 32 aggiornamenti via e-mail ad oltre 1.600 membri dello staff del Congresso.

 

Note:

Peacetime Establishments: tavoli che organizzano le richieste di personale autorizzato in tempo di pace.

Tradotto da Silvia Mastropierro per PeaceLink . Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte (PeaceLink) e l'autore della traduzione.
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