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Gli USA ritirano le truppe ma temono che anche l'aiuto economico venga meno

20 febbraio 2013 - Richard W. Stevenson
Fonte: New York Times - 14 febbraio 2013

WASHINGTON- La decisione del presidente degli Usa Obama di ritirare nel corso del prossimo anno oltre la metà delle truppe statunitensi in Afghanistan ha dato il via a un animato dibattito su una questione molto rilevante per il futuro del Paese: per quanto tempo gli Stani Uniti e i loro alleati devono continuare a fornire aiuti non militari.
Il tentativo di “modernizzare” e stabilizzare l’Afghanistan, impresa che dura ormai da dodici anni, è per certi versi il più ambizioso piano di “ricostruzione statale” mai intrapreso dagli USA. È anche fra i più analizzati e criticati.
Il piano, anche se appesantito dalla corruzione e dagli sprechi, è riuscito a dare a molti afgani per la prima volta accesso all’assistenza sanitaria. Ha anche attratto violente rappresaglie da parte dei Talebani riuscendo però a istruire una generazione di giovani afgane. Accusato di diffondere una cultura straniera è comunque riuscito a gettare le fondamenta per un’economia funzionante.
La maggior parte dei soldati degli USA e della NATO lascerà il Paese entro la fine del 2014. I sostenitori degli aiuti economici mettono in guardia rispetto all’interruzione del finanziamento da parte degli USA e dei loro Alleati. Allo stesso tempo però riconoscono che la corruzione del governo afgano e la pressione del Congresso per ridurre la spesa pubblica rendono difficile sostenere la loro posizione.
“A causa dei vincoli economici che ci siamo imposti è molto probabile che il Congresso non confermi il finanziamento di 2,5 miliardi di dollari l’anno per un tempo indefinito” dice Caroline Wadhams, membro di American Progress, un gruppo di ricerca liberal.
L’amministrazione USA e gli altri sostenitori degli aiuti economici stanno cercando di mantenere il consenso attorno a un piano internazionale. L’accordo era stato raggiunto l’anno scorso fra i Paesi più coinvolti nell’inviare aiuti economici all’Afghanistan e prevede la riduzione graduale dei fondi in modo da lasciare molto tempo al governo afgano e ad altre istituzione di adattarsi.
“Negli ultimi dieci anni siamo riusciti a ottenere degli ottimi risultati in Afghanistan. Ciò ci permetterà di convincere il Congresso e il popolo statunitense che vale la pena continuare a fare questi investimenti” dice J. Alex Thier, capo dell’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale in Afghanistan e Pakistan.
In palio, secondo gli esperti, c’è la capacità negoziale dell’Afghanistan nei prossimi anni, quando l’economia, il bilancio e i programmi sociali dovranno fare a meno degli aiuti stranieri. Questo è un periodo cruciale perché l’Afghanistan dovrà farsi carico della sicurezza e della guerra ai Talebani.
Gli aiuti degli USA, da soli, sono superiori ai circa 2 miliardi di dollari annuali di tasse che il governo afgano riesce a raccogliere. La smobilitazione delle truppe comporterà serie conseguenza economiche: i civili afgani e il prodotto interno lordo del Paese dovranno fare fronte al venir meno delle spese dell’esercito USA che finora è stato una formidabile opportunità di lavoro per la popolazione locale.
In un recente discorso John F. Sopko, l’ispettore generale che si occupa di sorvegliare il rapporto costi-benefici del piano di ricostruzione, ha detto che gli ufficiali USA si erano acutamente resi conto che la transizione economica e quella riguardante la sicurezza erano strettamente legate.
“Non ritengo esagerato dire che il successo o il fallimento del nostro intero programma d’investimenti in Afghanistan dipende dalla possibilità di raggiungere o meno questi due ambiziosi, e collegati, obiettivi” dice Mr. Sopko.
Secondo le stime più generose fornite dall’Agenzia di Mr. Sopko, ispettore generale per la ricostruzione dell’Afghanistan, gli USA dal 2002 hanno speso novanta miliardi di dollari in aiuti e nella ricostruzione dell’Afghanistan. Questa cifra include i programmi condotti dall’esercito USA e i costi sostenuti per garantire la sicurezza dell’intera struttura organizzativa.
Le stime più modeste fanno riferimento ai soldi transitati attraverso l’USAID, l’agenzia del dipartimento di Stato che ha condotto il piano di aiuti non militari, e parlano di quindici miliardi di dollari. Mr. Obama cercherà probabilmente di aggiungere altri 2/2.5 miliardi di dollari per ogni anno compreso nell’impegno che gli Usa hanno preso l’anno scorso a Tokyo in una riunione degli Stati donatori. Questi paesi si sono impegnati a fornire all’Afghanistan sedici miliardi di dollari in assistenza economica nei prossimi quattro anni. Circa la metà di questa cifra arriverà dagli USA.
In un resoconto dello scorso hanno la Banca Mondiale afferma che: “La chiave è affrontare in modo efficiente la diminuzione degli aiuti, ridurre gli effetti negativi e puntare su una strada più sostenibile nel lungo periodo”.
A livello pratico, i programmi d’aiuto stanno già affrontando delle difficoltà a causa del ritiro dei militari. Avendo meno basi, meno possibilità di trasporto aereo e meno soldati sul territorio afgano i militari non sono sempre in grado di fornire protezione a chi si occupa di questi programmi.
Più in generale, alcuni critici dell’amministrazione sostengono che non esiste un piano per migliorare l’affidabilità del governo afgano e che man mano che la presenza internazionale diminuisce calano anche le possibilità che il programma possa funzionare in maniera adeguata, soprattutto viste le necessità e i pericoli che emergono in altri settori o in altre parti del Mondo.
Mantenere un’efficace e duratura presenza di civili in Afghanistan “richiede che il Presidente sostenga con decisione che i risultati dei prossimi dieci anni saranno più vantaggiosi che utilizzare risorse per l’Asia, per un Medio Oriente turbolento, per un vero programma antiterrorismo internazionale o per far fronte alla nostra crisi finanziaria” dice un recente rapporto di Anthony H. Cordesman, uno studioso del Center for Strategic and International Studies. “Nessuno all’interno dell’amministrazione ha iniziato a sostenere questa posizione ma uno sforzo va fatto se si vuole rimanere”.
Il Congresso non si occuperà della questione fino all’ultima parte di quest’anno. I sostenitori degli aiuti sono però riusciti già formare un’alleanza di Repubblicani e Democratici che vogliono proteggere le donne e le giovani afgane da un ritorno dei Talebani e mantenere la fragile stabilità conquistata dagli USA negli ultimi dodici anni.
“ Non sarà facile ma è possibile sostenere la validità di un investimento strategico. In questo modo i nostri soldati non saranno morti invano” dice la senatrice Mary L. Landrieu, democratica della Louisiana, membro del sottocomitato che distribuisce i fondi per l’aiuto estero.
A causa della vulnerabilità delle donne e delle giovani afgane, dice Ms. Landrieu, il sostegno per gli aiuti da parte delle senatrici di entrambi gli schieramenti può essere “un baluardo contro la naturale tendenza a ridurre le spese”.
Mentre il dibattito prosegue alcuni sostenitori degli aiuti temono che i problemi che hanno caratterizzato i tentativi di sostegno durante la guerra macchino l’intera idea di assistenza civile, anche se questa rappresenta solo una piccola parte della spesa pubblica del governo degli USA.
“Ho spesso temuto che la lezione dell’Iraq e dell’Afghanistan -specialmente dell’Afghanistan- sia che noi non sappiamo come si organizza il sostegno economico e quindi non dovremmo continuare a fornire aiuti ai livelli attuali” dice Ms.Wadhams del Center for American Progress.
Articolo di Richard W. Stevenson, pubblicato sul New York Times il 14 febbraio 2013.
Traduzione di Alessandro Stoppoloni, 17 febbraio 2013.

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