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D'Alema e il suo consigliere militare

Da chi siamo governati veramente?
24 novembre 1999 - Alessandro Marescotti

"Comandante...?"

"Dica Presidente..."

Il generale Cucchi è il consigliere militare di Massimo D'Alema. Perché ne parliamo?

Perché vi vorremmo raccontare una storia vera che comincia con un generale e che finisce con due errori di matematica...

E accaduto che Massimo D'Alema abbia presentato al Parlamento la relazione annuale sull'esportazione di armi italiane per il 1998. Da tale relazione risultava un calo del 6% nella consegna di armi italiane e i baffi del Presidente sembravano parlare da soli e dire: "Vedete amici pacifisti?..."

Ma D'Alema - o chi per lui - aveva commesso due errori di matematica: aveva scambiato, negli addendi di un'addizione, i miliardi per milioni e si era dimenticato di convertire i marchi in lire. Nessuno se ne era accorto. Fino a quando due ricercatori collegati al movimento pacifista hanno rifatto i conti e hanno visto che i calcoli non quadravano. Dai conti rifatti è emerso che - contrariamente a quanto dichiarato nella relazione di D'Alema - le armi esportare e consegnate dall'Italia non erano diminuite del 6% ma erano aumentate del 30%!

"Comandante...?"

"Dica Presidente..."

"è arrivato un fax dai pacifisti..."

"I soliti..."

"Già, ma qui dicono che noi abbiamo fatto un errore di matematica, anzi due..."

I nostalgici anni Ottanta si potevano aspettare che un presidente del consiglio "di sinistra" che partecipava e partecipa ancora a marce pacifiste scegliesse un civile come esperto di fiducia sulle questioni militari. Che scegliesse come consigliere ad esempio uno scienziato al di sopra delle parti e di chiara fama internazionale, impegnato per il controllo degli armamenti e il disarmo nucleare.

E invece no. D'Alema è andato sul sicuro, non ha voluto correre rischi e ha scelto un "vero" generale come consigliere personale.

A dire la verità non sappiamo neppure se se lo è scelto lui quel generale, o se glielo ha assegnato d'ufficio la Nato, o se sia già stato il consigliere militare del governo di centrodestra, o se sia stato un suo vecchio compagno ai tempi della FGCI. Non approfondiamo, che è meglio.

Per ora - alla luce degli svarioni di matematica presenti nella relazione sull'export di armi - chiediamoci: chi scrive le relazioni di D'Alema se deve pronunciarsi sulla politica militare? E chi lo consiglia nel prendere le decisioni? E chi - alla fine dei conti - prende le decisioni? In poche parole: da chi siamo governati veramente?

Viene un po' da pensare alle storie di quei signori anziani che entrano in un negozio per comprare un semplice telefono senza fili da mettere su comodino e se ne escono con cellulare GSM triband, display a colori, modem incorporato e collegamento ad infrarossi con la lavatrice, il forno a microonde e l'impianto di aria condizionata attivabile con messaggino elettronico. Perché hanno scelto cosi'? Perche cosi' sono stati consigliati e... si sono scelti come consigliere il negoziante. Ma cosa c'entra tutto cio' con D'Alema? Beh, in effetti poco, la differenza sta nel fatto che come capo del governo, quando sceglie, non spende i suoi soldi ma i nostri. E con i nostri soldi farà mettere in cantiere una nuova portaerei da 4 mila miliardi. Forse lui non ricorda neppure la data: maggio del 2000. Ma questa è un'altra storia: torniamo al consigliere militare del leader Massimo...

"Comandante...?"

"Dica Presidente..."

"Come la mettiamo con questi svarioni?... La brutta figura la faccio io, mica lei..."

È piccato. Lui è uno che va al sodo, mica si perde dietro le farfalle: ci voleva un tecnico e un tecnico ha scelto. Un generale. Caspita, se non ci si fida di un generale... Mica D'Alema poteva scegliere un pacifista come consigliere militare: ridicolo. I pacifisti prendono abbagli, sono strani, non che siano cattive persone, ma non hanno le competenze, e poi sono pateticamente fuori dal mondo. Se fosse per loro invece carri armati nel terzo mondo bisognerebbe esportare grano e trattori. Cose irrealistiche. Questo avrà rimuginato il nostro baldo Presidente quando ha presentato, con la sua sicurezza che lo contraddistingue, una relazione annuale sul commercio delle armi, ignaro che essa fosse inficiata dagli errori piu' grossolani.

"Comandante, abbiamo scambiato i miliardi con i milioni..."

"Presidente, non si preoccupi, sono solo errori di matematica..."

"Come??"

"Si', si'... non si preoccupi, tanto gli italiani ammirano gli studi classici, la sua eloquenza nel parlare, badano ai congiuntivi, mica a volgari conti di aritmetica..."

Ed è stato cosi' che la relazione di D'Alema è stata corretta da due esperti di area "pacifista", due di quelli che stanno sempre li' a fare i puntigliosi e che si prendono la briga di leggere quelle cartelle che D'Alema recita senza forse leggersele prima.

"Comandante... e che gli rispondiamo a questi pacifisti? Che abbiamo sbagliato?!?"

"Ma certo, basta riderci su e tutto passa... Vedrà che non ne parlerà nessuno, non farà notizia... Piuttosto, si ricordi della Einaudi..."

"Ah, la casa editrice... ?"

"Ma no, la Luigi Einaudi, la nuova bellissima portaerei che le ho fatto vedere sul progetto! Quella con cui possiamo fare gli sbarchi anfibi" Diamo un'accelerata che la Nato ci tira le orecchie..."

"Certo, Comandante, certo..."

--- Questa che vi abbiamo raccontato non e’ una barzelletta ma è una storia vera che si è conclusa con un fax del generale Cucchi all'Osservatorio sul Commercio delle Armi di Firenze, in cui alla fine si ammettevano gli errori "contabili e di trascrizione".

Ora sappiamo che le esportazioni italiane di armi nel 1998, in termini di consegne effettive, non sono calate ma aumentare. E sappiamo inoltre che - in contraddizione con la legge 185/90 - queste armi le vendiamo a nazioni poco presentabili, come la Cina o la Turchia. Quegli errori contabili ci davano la pia impressione di essere diventati piu' "pacifisti". Ma non è vero. Continuiamo a vendere le armi alla Colombia, dove " centinaia di persone sono state uccise dalle forze di sicurezza e dai gruppi paramilitari che operano con il sostegno di queste e dove la maggior parte delle vittime sono stete torturate prima di essere uccise" (fonte: Amnesty International). Ma Amnesty International non è una fonte ufficiale degna di fiducia per il nostro governo che sta continuando nell'opera dei governi precedenti: svuotare di vincoli la legge 185/90 la quale impone all'Italia di non vendere armi ai paesi che violano i diritti umani. Ma - e qui sta la furbizia al limite dell'imbroglio - le uniche fonti attendibili per il governo italiano sono i rapporti Onu, in cui - per chiari giochi politici - Cuba è considerata "nazione che viola i diritti umani" e la Cina o la Colombia o la Turchia no. Questo svuotamento è avvenuto non tramite atti legislativi del Parlamento ma per mezzo di normative ministeriali (scritte da qualche generale?) che sfuggono sia ai parlamentari sia ai cittadini. Quelle norme di grado inferiore alle leggi parlamentari, che di fatto vanificano in buona parte la legge 185/90, sono intoccabili: i cittadini non hanno neppure il potere di abrogarle per referendum, non essendo appunto leggi.

Ma è bene non parlare troppo di queste cose se no i cittadini diventano qualunquisti , si accorgono di essere stati scippati di buona parte loro potere, non distinguono piu' la destra dalla sinistra e non vanno piu' a votare.

Se infatti - per ipotesi - le scelte fondamentali fossero in mano a lobby che - al di là del variare dei governi - piazzano i propri "esperti" dietro ai responsabili di governo, viene da chiedersi: noi siamo governati da chi votiamo? Chi e’ che "scrive i numeri" delle scelte che contano in Italia? Che fine ha fatto l’art.1 della Costituzione che recita "la sovranità appartiene al popolo"?

I piu’ scettici potrebbero chiedersi: al Presidente del Consiglio compete il potere di scrivere i congiuntivi corretti o anche di scrivere le cifre corrette?

Alcuni obietteranno che stiamo sconfinando troppo sulla matematica e ce ne scusiamo... ;-)

Ma sono domande che dobbiamo pur porre alla nostra coscienza critica, anche solo per confutarle e poi volgere il nostro sguardo verso prospettive in cui trovi ancora spazio l’ottimismo e la fiducia verso la politica.

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