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Muri, abusi e morti alle frontiere

Presentato lo studio sulle emigrazioni dal Centroamerica verso gli Stati Uniti
18 settembre 2008 - Giorgio Trucchi

Foto cartonclub.com.mx

Vivere da vicino, analizzare e sensibilizzare sul dramma delle emigrazioni di massa all'interno del territorio che si estende tra il Centroamerica ed il sud degli Stati Uniti, è l'obiettivo della relazione presentata in Nicaragua dalla Federación Internacional de Derechos Humanos (FIDH), in collaborazione con il Centro Nicaraguense de Derechos Humanos (CENIDH).

I dati presentati riflettono una situazione estremamente drammatica ed esplosiva. Nel 2006 sono stati 179 mila gli stranieri - il 94 per cento centroamericani - deportati dalle autorità messicane e 858 mila quelli catturati e deportati dalle forze di sicurezza statunitensi (514 mila messicani). Circa 4 mila emigranti sono deceduti negli ultimi 12 anni nel tentativo di attraversare il muro materiale o virtuale (tra Messico e gli Stati Uniti), cioè 15 volte di più delle persone che in 28 anni hanno perso la vita tentando di attraversare il muro di Berlino. Ed i numeri aumentano anno con anno.

"Per le autorità e la maggioranza dei mezzi di comunicazione, gli emigranti sono 'illegali' - segnala la relazione.
L'utilizzo di questo termine porta a considerare che gli esseri umani siano illegali. Questa qualifica dimostra una tendenza alla criminalizzazione della migrazione, facendo passare per delinquente l'emigrante che entra in un territorio nazionale senza documenti.
Frequentemente questo concetto è accompagnato da un'amalgama fatta di emigranti sprovvisti di documenti e terroristi. Questa valutazione ha gravi conseguenze in quanto, in nome della sicurezza nazionale, favorisce la legittimazione di misure maggiormente repressive, spostando l'attenzione dalle violazioni dei diritti umani fondamentali di questa popolazione", puntualizza il documento presentato dalla FIDH.
Come ha spiegato la Dra. Vilma Núñez, vicepresidente della FIDH e presidentessa del CENIDH, "abbiamo realizzato questo studio per rendere visibile e documentare le gravi violazioni ai diritti umani degli emigranti nella regione. Tra le principali cause di questo fenomeno dobbiamo sottolineare l'impassibilità dei governi centroamericani nei confronti degli impegni assunti con la loro gente per creare posti di lavoro, lottare contro la povertà, garantire opportunità ed una vita dignitosa. Senza dubbio - ha continuato Núñez - l'emigrazione rappresenta il dramma di migliaia di centroamericani che vogliono arrivare negli Stati Uniti, dove sperano di trovare una soluzione ai problemi che vivono nei loro paesi di origine."

La relazione è il risultato di un lungo viaggio che ha portato la FIDH a transitare per una delle principali rotte che utilizzano gli emigranti.
Partono dal Nicaragua, Honduras ed El Salvador e si muovono con relativa tranquillità fino al Guatemala grazie al CA-4, un documento che facilita la libera entrata ed il transito ai cittadini di questi quattro paesi centroamericani. Le difficoltà e le violazioni iniziano a Tecún Umán, alla frontiera tra il Guatemala ed il Messico, attraversando il fiume Suchiate ed arrivando fino a Tapachula, città da cui devono poi camminare per molti giorni per raggiungere Arriaga, dove tentano di prendere il treno che li porta fino alla frontiera tra il Messico e gli Stati Uniti.
Generalmente viaggiano da soli, avanzando a tappe o pagando grandi quantità di denaro ai "coyote" o "polleros", i quali molte volte approfittano della situazione per truffarli o più semplicemente per abbandonarli in mezzo al deserto. Il territorio messicano si trasforma in questo modo nel posto più pericoloso per migliaia di centroamericani sprovvisti di documenti.

"In questo modo viene messa a nudo l'incoerenza del governo messicano, che esige agli Stati Uniti un comportamento umano per la sua gente, ma contemporaneamente viola sistematicamente i diritti umani degli emigranti centroamericani.
Nonostante abbia lavorato per quasi 50 anni per la difesa dei diritti umani, la disperazione delle persone che non sono riuscite ad arrivare a destino è qualcosa che mi ha segnato profondamente - ha sottolineato Núñez. Siamo abituati a lavorare con persone che sono coscienti dei rischi che affrontano, in questo caso invece non è così e stando lì con loro nei centri di detenzione, uno vive questa stessa sensazione d'impotenza".

Incoerenza e violenza verso gli emigranti

Secondo la relazione, di fronte a questa emigrazione di massa, le politiche nazionali degli Stati Uniti e del Messico continuano ad essere incoerenti e lesive dei diritti umani.
"Negli Stati Uniti - ha aggiunto Núñez - si implementa una politica di dissuasione che si traduce in una forte militarizzazione della frontiera, con nuove tecnologie, l'impiego di più di 15 mila pattuglie di ricognizione e la costruzione di un muro.
In Messico sono numerose le detenzioni di emigranti da parte di corpi armati che non hanno l'autorizzazione legale per farlo. L'obiettivo principale di queste detenzioni è l'estorsione, accompagnata molte volte da violenza, minacce, abusi sessuali e violenze contro le donne. Abbiamo anche potuto constatare una situazione di totale impunità da parte del governo messicano. Abbiamo visitato tribunali e centri di difesa dei diritti umani e non abbiamo trovato un solo caso di condanna giudiziale per gli abusi contro gli emigranti.
Ad Arriaga esiste inoltre una situazione di costante repressione quando tentano di salire sul treno che li porta verso la frontiera con gli Stati Uniti.
In questo caso l'impresa ferroviaria contratta i "garroteros", cioè personale che collabora con le forze di polizia per intercettare, colpire ed arrestare i clandestini. In un famoso operativo chiamato "Relampago" sono stati molti gli emigranti che hanno trovato la morte", ha spiegato la vicepresidente della FIDH.

La relazione evidenzia anche come sulla frontiera statunitense "gli agenti utilizzano la violenza psicologica, la degradazione umana, l'umiliazione, l'intimidazione verbale e la forza letale contro chi attraversa illegalmente la frontiera", facendo enfasi sulle difficili condizioni che gli emigranti vivono nei centri di detenzioni dei due paesi.
Esiste anche una vera e propria violazione del diritto alla vita. "Quando qualcuno muore - ha proseguito Vilma Núnez - la legge obbliga le autorità a comunicare il decesso al consolato per la consegna del corpo, ma a Ciudad Hidalgo esiste solo il consolato del Guatemala. Molte volte sono le stesse autorità a far sparire i documenti per evitare la trafila burocratica ed i morti vengono classificati come NN (sconosciuti).
Tutti questi corpi vengono sepolti in fosse comuni. Siamo andati al cimitero di Tapachula per vedere questa fossa ed abbiamo constatato che giaceva sotto un deposito di spazzatura. Ci hanno anche spiegato che adesso, per mancanza di spazio, li seppelliscono nei vialetti che dividono le varie tombe". La presidentessa del CENIDH ha sottolineato che non informare i familiari del luogo in cui è sepolta la persona costituisce una violazione dell'articolo 7 del Patto dei Diritti Civili e Politici e può essere classificata come tortura.

Tra le raccomandazioni che la FIDH ha fatto ai governi del Messico e degli Stati Uniti possiamo citare: cambiare il paradigma delle politiche migratorie, riformare urgentemente le leggi migratorie, porre fine alle violazioni di massa dei diritti fondamentali degli emigranti, offrire garanzie agli emigranti sprovvisti di documenti che vengono arrestati e studiare gli eventuali impatti che il NAFTA ed il CAFTA possono avere sui flussi migratori.

(Traduzione dell'originale in spagnolo che si trova all'indirizzo http://www.rel-uita.org/internacional/muros_abusos_y_muertos.htm )

© (Testo Giorgio Trucchi - Lista Informativa "Nicaragua y más" di Associazione Italia-Nicaragua - www.itanica.org )

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