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Guatemala:difensori dei diritti umani sotto tiro

Minacce di morte a chi cerca la verità nelle fosse comuni

20 ottobre 2008 - Franco Mazzarella (Coordinamento America Latina Sezione Italiana di Amnesty International)

Fossa comune Tra il 1960 ed il 1996 il Guatemala ha vissuto un conflitto interno, conosciuto come la sporca guerra, a causa del quale vi sono state circa 200.000 vittime, tra morti accertati e scomparsi e circa un milione di profughi.
La Commissione per il Chiarimento Storico (CEH) istituita in base agli accordi di pace di Oslo del 29 dicembre 1996 stipulati tra il governo e la guerriglia, ha prodotto un rapporto nel quale si afferma che la responsabilità delle violazioni dei diritti umani avvenute durante il conflitto è da attribuire allo stato per il 93% dei casi, alla guerriglia per 3% e ad altri soggetti per il rimanente 4%.
Durante la sporca guerra, l’esercito e le Pattuglie di Autodifesa Civile (PAC) si sono resi responsabili di massacri, torture, stupri, esecuzioni extragiudiziarie e ogni genere di violenze sopratutto nei confronti della popolazione Maya.
A 12 anni circa dalla firma del trattato di pace, non è stata fatta ancora giustizia.
Secondo dati di Amnesty International, solo una ventina di persone sono state condannate per i crimini commessi in quel contesto e nessuna di esse apparteneva ai ranghi più alti della catena di comando.
Tra il 2001 ed il 2002 sono state avviate cause giudiziarie nei confronti di 8 alti ufficiali coinvolti nei massacri del 1982-1983 che si sono concluse con un nulla di fatto. Tra gli indagati vi era anche il l’ex presidente della repubblica, il generale Efraìn Rìos Montt contro cui non si è mai potuto procedere a causa dell’immunità parlamentare di cui gode ancora oggi per essere membro del Congresso.
Nel 1999, non riuscendo ad ottenere giustizia nel proprio paese, il premio nobel Rigoberta Menchú si è rivolta ai tribunali della Spagna per chiedere di indagare sui massacri perpetrati durante il governo di Rìos Montt compreso il rogo dell’ambasciata di Spagna del 1980 in cui persero la vita 39 persone tra cui suo padre.
Nel 2006 il giudice spagnolo Santiago Pedraz ha avviato le indagini dopo aver ricevuto l’approvazione della Corte Costituzionale di Spagna che ha dichiarato competenti i tribunali spagnoli per quei tipi di crimine commessi durante il conflitto in Guatemala. Nel giugno dello stesso anno Pedraz si è recato nel paese centroamericano con un collega per interrogare testimoni e sospetti ma non è riuscito a portare a termine le indagini a causa dell’ostruzionismo delle autorità. Ciò non gli ha impedito di emettere un ordine di cattura internazionale nei confronti di cinque accusati, tra i quali il generale Efraín Ríos Montt.
E’ in questo contesto di impunità che vengono a formarsi in Guatemala le organizzazioni di difensori dei diritti umani che hanno lo scopo di raccogliere prove per incriminare i responsabili delle efferatezze commesse durante gli anni più bui del paese.
Una di queste organizzazioni è la Fundación de Antropologia Forense de Guatemala (FAFG) che dal 1992 ha iniziato a scavare nelle fosse comuni per cercare di ricostruire l’identità delle vittime dei massacri e di far luce sulle loro uccisioni. Per questa attività i membri della FAFG hanno iniziato a ricevere minacce dal 2002.
Le minacce agli attivisti della FAFG si sono intensificate nel febbraio del 2008 quando i giornali iniziarono a pubblicare articoli sulle testimonianze rese ai giudici spagnoli nell’ambito dell’inchiesta sui crimini della “sporca guerra”. Fredy Peccerelli, direttore della FAFG, suo fratello Gianni, sua sorella Bianca e suo cognato Omar Bertoni Girón sono stati minacciati di morte attraverso e-mail ed sms inviati ai loro telefoni cellulari.
Ulteriori minacce di morte sono state ricevute dai membri della FAFG nel mese di maggio all’indomani di un articolo pubblicato da Prensa Libre, il più diffuso quotidiano del Guatemala, che parlava del processo spagnolo ed in cui compariva una foto dove si leggeva la parola FAFG su un cartello posizionato in una fossa comune. Nel mese di luglio è stato minacciato di morte anche il vicedirettore della fondazione José Suasnavar.
Ma in Guatemala non sono soltanto coloro che svolgono attività del tipo di quella della FAFG gli unici ad essere minacciati.
Il 4 settembre scorso, Yuri Melini, presidente dell’associazione ambientalista Centro de Acción Legal Ambiental y Social (CALAS) è stato gravemente ferito in un agguato a Città del Guatemala.
Il CALAS è da tempo impegnato in campagne contro lo sfruttamento di miniere d’oro a cielo aperto per i danni ambientali che essi provocano tra i quali la contaminazione delle acque dei fiumi.
In favore di persone come queste, che Amnesty International considera difensori dei diritti umani, è stata lanciata una campagna a livello internazionale.
Nel caso che i difensori dei diritti umani subiscano minacce o attentati, Amnesty International chiede che vengano avviate indagini immediate imparziali ed esaustive, che vengano identificati i responsabili e che vengano portati di fronte alla giustizia. I governi devono riconoscere la legittimità delle persone che lavorano in favore dei diritti umani ed il fatto che essi possano operare senza subire minacce o rappresaglie così come stabilisce la “Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti e i doveri degli individui, dei gruppi e delle istituzioni di promuovere e proteggere i diritti umani e le libertà fondamentali universalmente riconosciute”.

Note:

Si può aderire alla campagna firmando l’appello on line di Ammesty International all’indirizzo:
http://www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/582

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