Amnesty International chiede da anni il codice identificativo sul casco e sull’uniforme

Perché i poliziotti polacchi hanno un numero sul casco e in Italia no?

Il numero lo abbiamo visto in TV durante la crisi istituzionale polacca. Ma l'atteggiamento dell'attuale ministro dell'Interno Piantedosi è oppositivo. Nel 2025 ha dichiarato pubblicamente più volte che la discussione sui numeri di identificazione è "del tutto inutile, persino provocatoria".
1 novembre 2026
Redazione PeaceLink

Il numero a sei cifre sul casco dei poliziotti polacchi, ingrandito dalle telecamere televisive durante la crisi del Tribunale costituzionale di fine ottobre 2026, è stato notato da tanti cittadini. In Italia la stessa immagine non apparirebbe perché la volontà politica lo rifiuta esplicitamente.

I poliziotti polacchi con il numero sul casco, un codice identificativo che potrebbe essere introdotto anche in Italia

Il ministro dell'Interno italiano Matteo Piantedosi ha dichiarato pubblicamente che finché sarà in carica non ci saranno numeri di identificazione personale sui caschi della polizia. I poliziotti polacchi con il numero sul casco, un codice identificativo che potrebbe essere introdotto anche in Italia

Dietro questa differenza ci sono due scelte radicalmente diverse sul tema della "trasparenza del potere nella gestione dell'ordine pubblico". La Polonia, dopo gli episodi di violenza poliziesca durante la marcia dell'Indipendenza del 2020, ha impiegato quattro anni per portare a compimento il sistema di numerazione; in Italia, nonostante le condanne dei vertici della polizia durante il G8 di Genova per le violenze contro inermi cittadini, i ripetuti tentativi legislativi sono falliti.

Polonia: il numero nasce dallo scandalo 

Il numero sul casco della polizia polacca è il risultato della modifica del regolamento sulle uniformi entrata in vigore il 30 dicembre 2024. Secondo le disposizioni del Ministero dell'Interno polacco, i poliziotti che prestano servizio in "formazione compatta" (pododdział zwarty, ovvero unità antisommossa) devono applicare sulla parte anteriore del casco di protezione bianco, appena sopra la visiera, un numero a sei cifre corrispondente al numero di servizio del poliziotto, identico a quello riportato sulla tessera di servizio e sullo stemma della polizia. Lo stesso numero deve essere indicato anche sul giubbotto protettivo, più piccolo davanti e più grande dietro.

La causa scatenante di questo cambiamento è lo scandalo seguito alla marcia dell'Indipendenza dell'11 novembre 2020. Alla stazione di Varsavia Stadion, la polizia antisommossa colpì con i manganelli passanti scelti a caso, ma poiché gli agenti indossavano caschi e maschere e non avevano identificativi personali sulle uniformi, la procura archiviò l'indagine per "impossibilità di identificare i responsabili". Proprio questo esito di "impunità" ha portato ai quattro anni di lavoro legislativo successivo, culminati nell'attuazione alla fine del 2024.

È importante notare che, anche in Polonia, questo sistema non è perfetto nell'esecuzione. Le immagini dei servizi di ordine pubblico fuori dal Tribunale costituzionale alla fine di ottobre 2026 mostrano che alcuni poliziotti posizionano la visiera al centro, e il bordo superiore della visiera copre esattamente il numero sul casco, impedendo di leggerlo. 

Italia: ripetuti tentativi legislativi, veto politico di vertice

L'Italia non è che non abbia discusso soluzioni simili. Nell'agosto 2021 il Senato aveva ricevuto un disegno di legge che richiedeva a tutto il personale militare e di polizia impegnato in servizio di ordine pubblico di indossare un codice alfanumerico di identificazione, con l'obbligo di indicarlo anche sui lati e sul retro del casco antisommossa, con visibilità di almeno 15 metri, e sanzioni amministrative da 3.000 a 9.000 euro per i trasgressori. La motivazione del disegno di legge faceva diretto riferimento agli insegnamenti storici: durante gli eventi violenti della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto al G8 di Genova del 2001, proprio per la mancanza di identificativi personali molti responsabili delle violenze riuscirono a sfuggire all'azione penale. Il disegno di legge citava anche le difficoltà di identificazione nei casi Aldovrandi, Cucchi e altri.

Tuttavia, questi tentativi non sono mai diventati legge. Attualmente la polizia italiana in servizio antisommossa ha sulle uniformi e sui caschi solo l'identificativo dell'unità di appartenenza, senza numero personale.

L'atteggiamento dell'attuale ministro dell'Interno Piantedosi è decisivo. Nel 2025 ha dichiarato pubblicamente più volte che la discussione sui numeri di identificazione è "del tutto inutile, persino provocatoria". La sua argomentazione centrale si articola su tre livelli: primo, tra i manifestanti ci sono persone mascherate, con caschi e armi, e sono costoro che vanno identificati, non i poliziotti; secondo, ritiene che nella pratica, quando è necessario accertare responsabilità, i poliziotti "nella maggior parte dei casi si autoidentificano per collaborare alle indagini", quindi il sistema di numerazione non è necessario; terzo, teme che il numero diventi un "marchio" per la polizia, rendendo singoli agenti "bersaglio di teppisti e violenti".

La posizione del sindacato di polizia è in linea con quella del ministro. Il sindacato di polizia italiano SIULP già nel 2019 si era dichiarato esplicitamente contrario, con la motivazione che la polizia è già il primo bersaglio della violenza di strada e "non ha bisogno di un numero sul casco per rendere più facile ai criminali riconoscerla".

Il deputato di AVS Filiberto Zaratti ha replicato nel dicembre 2025 che il numero di identificazione "è già uno strumento irrinunciabile, se si vuole davvero garantire la gestione democratica della piazza", e ha criticato Piantedosi.

La posizione di Amnesty International 

Quei numeri sui caschi visti in TV in Polonia sono il prodotto del rimedio istituzionale seguito allo scandalo della violenza poliziesca del 2020, e il numero in Polonia è una risposta istituzionale dopo lo scandalo, il fallimento delle indagini e quattro anni di accumulo di pressione dell'opinione pubblica.

Amnesty International Italia chiede da anni l'introduzione di codici identificativi individuali, ben visibili e non rimovibili, sulle uniformi e sui caschi degli agenti impegnati in servizio di ordine pubblico. L'organizzazione sottolinea che la responsabilità penale è personale e che senza codici identificativi diventa impossibile accertare le responsabilità individuali in caso di uso eccessivo della forza, alimentando l'impunità.

 

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