La magistratura ha accertato le gravi responsabilità di chi picchiò e torturò pacifici manifestanti

G8 di Genova, 25 anni dopo: la ferita ancora aperta di una democrazia sospesa

Quasi 300mila persone parteciparono a Genova alle manifestazioni del Genoa Social Forum contro il vertice G8. Un movimento eterogeneo, pacifista, che chiedeva un'altra globalizzazione: più giusta, più solidale, più democratica.
20 luglio 2026
Redazione PeaceLink

Genova - Fatti del G8 del 20 luglio 2001 Carica della polizia a Corso Torino

Sono passati venticinque anni da quei giorni di luglio in cui Genova diventò il teatro di una delle pagine più buie della storia repubblicana. Il 20 luglio 2001, mentre i leader delle otto potenze mondiali si riunivano a Palazzo Ducale, la città veniva trasformata in una zona di guerra. Un quarto di secolo dopo, la ferita è ancora aperta: non solo nella memoria collettiva, ma nelle aule di giustizia, nelle sentenze che hanno accertato responsabilità, nelle condanne della Corte europea dei diritti dell'uomo.

I fatti: tre giorni che sconvolsero l'Italia

Quasi 300mila persone parteciparono a Genova alle manifestazioni del Genoa Social Forum contro il vertice G8. Un movimento eterogeneo, pacifista, che chiedeva un'altra globalizzazione: più giusta, più solidale, più democratica. A fronteggiare quella marea di cittadini che esercitavano un diritto costituzionale c'era un dispositivo di 13mila fra poliziotti e carabinieri, sotto la guida di un governo di centrodestra appena insediato.

Il 20 luglio, in piazza Alimonda, il carabiniere Mario Placanica sparò e uccise Carlo Giuliani, ventitré anniMa quella morte fu solo l'inizio. Nella notte tra il 21 e il 22 luglio, la polizia irruppe nella scuola Diaz, centro stampa e dormitorio del Genoa Social Forum. Novantatré persone vennero arrestate, settantuno gravemente ferite. La Corte europea dei diritti dell'uomo avrebbe definito quell'episodio "macelleria messicana", in riferimento a veri e propri atti di tortura. I manifestanti vennero poi trasferiti alla caserma di Bolzaneto, dove subirono ulteriori sevizie e umiliazioni.

La catena di responsabilità: chi doveva proteggere e chi colpì

La domanda che ancora oggi interroga la coscienza civile è chiara: chi doveva garantire ai cittadini il diritto di manifestare pacificamente tradì quel dovere, macchiandosi di crimini che la magistratura ha accertato?

I processi hanno ricostruito una verità giudiziaria chiara. Per i fatti della scuola Diaz, la Cassazione (1) ha confermato le condanne definitive per 25 poliziotti, tra cui alti dirigenti delle forze dell'ordine. Tra i condannati in via irrevocabile figurano funzionari di vertice come Francesco Gratteri e Giovanni Luperi, e dirigenti della polizia come Filippo Ferri, Massimiliano Di Bernardini, Fabio Ciccimarra e molti altri. Le condanne riguardavano reati che andavano dal falso ideologico alle lesioni aggravate: i poliziotti avevano costruito false accuse contro i manifestanti per giustificare la violenza. (2)

Per la caserma di Bolzaneto, la Cassazione ha chiuso l'ultimo dei grandi processi con sette condanne e quattro assoluzioni, su decine di imputati. In appello erano state quindici le condanne. I giudici certificarono che i detenuti, oltre trecento, vennero picchiati, minacciati e privati della possibilità di incontrare i legali.

Ma il quadro giudiziario è incompleto e amaro. Nel 2008, in primo grado per la Diaz, su 29 imputati ci furono sedici assoluzioni e tredici condanne. Molte pene detentive non vennero mai scontate grazie all'indulto del 2006 e alla prescrizione. La Corte europea dei diritti dell'uomo condannò l'Italia per violazione dell'articolo 3 della Convenzione (che vieta tortura e trattamenti inumani o degradanti), rilevando che l'ordinamento italiano non aveva una legislazione adeguata per punire il reato di tortura. Una lacuna colmata solo nel 2017.

I black bloc lasciati scorrazzare, i pacifici massacrati

Uno degli aspetti più sconcertanti emersi dalle indagini e dai processi è il trattamento differenziato riservato ai manifestanti. Mentre le forze dell'ordine colpivano con violenza inaudita i cortei pacifici, i black bloc – quei gruppi di estremisti incappucciati dediti alla guerriglia urbana – agivano con sorprendente libertà.

Già nel settembre 2001, in un dibattito al Parlamento europeo, venne sollevato il sospetto: la rete televisiva Sette aveva trasmesso immagini di persone vestite da black bloc che conversavano tranquillamente con i poliziotti antisommossa per poi andarsene indisturbati. Una dinamica che faceva pensare a una sorta di tacita complicità, o quanto meno a una precisa strategia: lasciare che i violenti facessero da "pretesto perfetto" per le cariche della polizia. I black bloc arrivarono e spaccarono, e non ne fu arrestato nessuno.

Nel frattempo, i manifestanti pacifici – le "tute bianche", i giovani del Genoa Social Forum, i giornalisti – venivano caricati, manganellati, arrestati con false accuse, torturati in caserma. Alla Diaz, alcuni agenti gridavano «Black bloc! Adesso vi ammazziamo» mentre picchiavano gli attivisti. La violenza non era reazione, era progetto.

PeaceLink e la memoria contro l'oblio

In quei giorni di luglio, mentre le televisioni nazionali trasmettevano una versione parziale e spesso distorta dei fatti, una rete di attivisti e mediattivisti si impegnò a documentare ciò che realmente accadeva. PeaceLink svolse un ruolo significativo nel raccogliere, archiviare e diffondere testimonianze, immagini e documenti. (3)

Fu forse il primo esperimento di raccolta in tempo reale di messaggi e-mail, sms e testimonianze in un'epoca in cui non c'erano i social network ma cominciavano a circolare le prime macchine fotografiche digitali.

PeaceLink contribuì a seguire, grazie in particolare a Carlo Gubitosa (4), l'evolversi degli eventi e poi i processi, come quello per la "macelleria messicana" alla Diaz, documentando le mistificazioni e le reticenze dei vertici di polizia. In un contesto in cui l'informazione ufficiale spesso nascondeva o minimizzava, PeaceLink rappresentò una controffensiva della verità, un presidio di memoria civile.

L'utopia tradita: un altro mondo era possibile

Quei giorni di luglio non furono solo violenza e sangue. Furono anche l'espressione di un'utopia concreta: la convinzione che un altro mondo fosse possibile, costruito dal basso attraverso reti di solidarietà, partecipazione, democrazia diretta. Il movimento no global, nato a Seattle nel 1999, aveva portato in piazza ambientalisti, sindacalisti, associazioni cattoliche, gruppi per i diritti umani e la sinistra radicale.

Allora il movimento pacifista era strutturato su una strategia nonviolenza "lillipuziana" che si ispirava a progetto di Rete Lilliput, nata nel 1999 sulla base della ispirazione visionaria, libertaria e radicalmente orizzontale di padre Alex Zanotelli.

Le questioni che quel movimento ricco e plurale sollevava – il controllo della finanza globale, la sostenibilità ambientale, le disuguaglianze sociali, il potere delle multinazionali – sono oggi entrate stabilmente nel dibattito pubblico. I capi di stato protagonisti del G8 di Genova

In questa pagina vedete la foto dei leader del G8, da Bush a Berlusconi. E potete notare, accanto a quest'ultimo, Putin. Allora osannato dall'Occidente e cooptato come grande capo di stato nel progetto di globalizzazione neoliberista che veniva contestato in piazza. Allora Putin serviva ed era bravo e buono.

Allora l'utopia che muoveva grandi masse di persone era quella "globalizzazione della solidarietà" che sarebbe poi stata ripresa in mano da Papa Francesco.

Quel sogno di un'altra globalizzazione, a Genova, venne spezzato non solo dalla violenza dei black bloc, ma dalla violenza di uno Stato che aveva il dovere di proteggere i cittadini manifestanti e che invece lì colpì immotivatamente. Che trasformò una città in una "macelleria messicana" e una caserma in un luogo di "non diritto".

Amnesty International definì il G8 di Genova "la più grave sospensione dei diritti umani e democratici in un Paese occidentale nel secondo dopoguerra". Venticinque anni dopo, quella definizione resta agghiacciantemente attuale. 

A Genova, in questi giorni di luglio 2026, migliaia di persone sono tornate in piazza. Per non dimenticare. Per riprendere in mano il filo dell'unione tra movimenti. E per pretendere, finalmente, che chi doveva garantire i diritti e li tradì risponda non solo davanti ai giudici, ma davanti alla storia.

Note: (1) La Cassazione, con sentenza n. 38085 del 2 ottobre 2012, ha reso definitive le condanne per 25 tra funzionari e dirigenti di polizia per i fatti della scuola Diaz.
(2) Il fulcro della “verità giudiziaria” riguarda soprattutto il reato di falso ideologico aggravato nella formazione dei verbali e nel confezionamento di prove (come le molotov) per giustificare l’irruzione e le violenze.
(3) Le testimonianze raccolte https://www.peacelink.it/storia/a/48596.html
(4) Il libro di Carlo Gubitosa “Genova nome per nome” https://www.peacelink.it/genova2001/i/474.html e https://www.giornalismi.info/gubi/docs/304.pdf

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