Solidarietà ai profughi che fuggono dal Donbass
Sono oltre sessantamila i profughi dal Donbass.
Fuggono in auto.
Fuggono in autobus.
Fuggono in treno.
Fuggono in Russia a decine di migliaia mentre noi non ci facciamo caso, mentre l'Europa non ci fa caso e mentre una guerra di proporzioni apocalittiche rischia di scoppiare se sfuggisse di mano agli apprendisti stregoni: Biden e Putin.
Qualcuno potrà dire che se la sono voluta, perché hanno rivendicato l'indipendenza. Ma cosa hanno fatto gli abitanti del Kosovo se non rivendicare l'indipendenza, per di più spalleggiati dai cacciabombardieri della Nato?
Potremmo iniziare una lunga disquisizione anche sulla mancata applicazione degli accordi di Minsk del 2015 che avrebbero dovuto garantire una speciale autonomia al Donbass.
Ma questo non è il momento per fare tante analisi mentre la gente fugge.

Non è il momento di disquisire sulle responsabilità, che ricadono su entrambi i contendenti in questi anni di conflitto.
Non è il caso di cronometrare chi ha lanciato il colpo di mortaio un minuto prima o un minuto dopo. Nel botta-e-risposta dell'artiglieria non c'è un aggressore e un aggredito, c'è solo la logica della guerra.
Qui si tratta di dare solidarietà a decine di migliaia di sfollati che dovevano essere protetti dalla comunità internazionale e da un Occidente che fa finta di non vedere, tanto vanno in Russia.
Qui si tratta di dire chiaramente che l'artiglieria ucraina deve allontanarsi il più possibile dal Donbass, non deve essere più in grado di colpire o di essere colpita. L'artiglieria del Donbass deve essere fermata. Tutto qui, ed è molto semplice. Il Donbass non deve essere la nuova Sarajevo.
Certamente la Russia deve allontanare le sue truppe dai confini con l'Ucraina, ma sono truppe che attualmente non sparano. Quelle dell'Ucraina invece sono addossate al Donbass e attualmente sparano. E stanno generando un disastro umanitario sotto gli occhi di tutti.
Va sancito il cessate il fuoco. E va garantito il ritorno della popolazione in sicurezza, protetta dall'ONU, così come è stata protetta la popolazione del Kosovo.
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