Il dibattito e le prospettive per i negoziati di pace

Gli errori di calcolo della Nato nella guerra in Ucraina

L'Occidente sta perdendo la sua scommessa. Aveva ipotizzato - nella seconda metà del 2022 e con la controffensiva del 2023 - una sconfitta della Russia e una vittoria dell'Ucraina, con riconquista non solo del Donbass ma anche della Crimea. E adesso non sa che fare.
25 febbraio 2026
Redazione PeaceLink

Il quarto anno di guerra in Ucraina ha spento ogni baldanzosa speranza di capovolgere le sorti della guerra a favore di Kiev. Lo sfondamento dell'esercito ucraino nella regione russa di Kursk è stato gradualmente recuperato da Mosca. Gli F-16 forniti dall'Occidente non hanno dato a Zelensky i vantaggi ipotizzati. E i guadagni territoriali russi in Ucraina nel 2025 sono stati superiori rispetto al 2024, secondo analisi di think tank come l'Institute for the Study of War (ISW).


Il 2025: l'anno peggiore per l'Ucraina

Ucraina

Nel 2025 la Russia ha conquistato circa 5.600 km² superando i 4.000 km² del 2024 e i 580 km² del 2023. L'avanzata è stata graduale ma progressiva, con picchi come gli oltre 700 km² a novembre 2025; il tasso giornaliero medio è salito a 11,86 km²/giorno contro i 9,87 del 2024.

L'Occidente sta perdendo la sua scommessa. Aveva ipotizzato - nella seconda metà del 2022 e con la controffensiva del 2023 - una sconfitta della Russia e una vittoria dell'Ucraina. Con riconquista non solo del Donbass ma anche della Crimea. Alcuni analisti avevano ipotizzato anche l'implosione della Russia e il suo sgretolamento territoriale.

Gli errori di calcolo della Nato in Ucraina sono evidenti.

"Putin diventerà un paria sulla scena internazionale". Così disse quattro anni fa il presidente americano Biden.

Oggi quelle ipotesi di "vittoria", con Putin ridotto ad "accattone internazionale" costretto a mendicare la pace e a implorare la revoca delle sanzioni, si sono rivelate fallaci e questo ha spinto a severe riflessioni di fondo che riportiamo qui di seguito.


L'analisi di Enrico Rossi

Alla fine del quarto anno della guerra tra Russia e Ucraina, l’ex presidente della Regione Toscana Enrico Rossi ha affidato a un post su Facebook una riflessione critica che fotografa un clima politico e strategico in mutazione. Secondo Rossi, il linguaggio dei governi occidentali sarebbe cambiato: non si parla più di vittoria militare, ma di “pace giusta”.

Un mutamento che attribuisce a diversi fattori concomitanti: la stanchezza dell’opinione pubblica occidentale, le dinamiche dell’Alleanza atlantica, le difficoltà militari ucraine e il peso demografico molto diverso tra i due Paesi.

Rossi descrive un’Ucraina devastata materialmente e socialmente, segnata da distruzioni diffuse, esodi di massa e da una crisi demografica che potrebbe risultare irreversibile. Sul piano militare sottolinea l’enorme costo umano del conflitto, con centinaia di migliaia di morti e feriti tra i soldati e decine di migliaia di vittime civili. In questo contesto, sostiene che il tempo non giochi a favore di Kiev, mentre Mosca continuerebbe a colpire infrastrutture e popolazione civile per indebolire la resistenza.

La prospettiva che Rossi ritiene più realistica non è una pace definitiva ma un congelamento del conflitto.

La sua analisi si estende alle conseguenze geopolitiche ed economiche per l’Europa. Rossi sostiene che il conflitto abbia indebolito l’autonomia strategica del nostro continente. Evidenzia inoltre l’impatto energetico e industriale, con l’abbandono del gas russo a basso costo e il ricorso al GNL più oneroso, fattori che potrebbero incidere sulla competitività economica europea, in particolare di Paesi industriali come la Germania e l’Italia.

A ciò si aggiungerebbe il costo potenziale della futura ricostruzione ucraina e dell’eventuale integrazione europea del Paese.

Nel suo intervento emerge una critica alla strategia occidentale basata sull’invio di armi, ritenuta incapace di produrre una vittoria e destinata a prolungare il conflitto. Rossi propone invece un cambio di paradigma: l’Europa dovrebbe promuovere una grande iniziativa diplomatica internazionale, coinvolgendo anche Paesi del Sud globale, per costruire un negoziato multilaterale. Il riferimento storico è agli accordi di Helsinki del 1975, simbolo della distensione tra blocchi contrapposti. In quella stagione diplomatica Rossi intravede un precedente da cui ripartire per immaginare un’Europa capace di agire come polo di pace, autonoma nelle scelte di politica estera e orientata alla cooperazione.


L'analisi di Jeffrey Sachs

Alla riflessione dell’ex governatore toscano si affianca, nel dibattito internazionale, la posizione dell’economista della Columbia University Jeffrey Sachs, intervenuto nel quarto anniversario della guerra. Sachs ha sostenuto che la possibilità di un accordo dipenderebbe in larga misura dall’iniziativa politica dei principali leader europei, tra cui Giorgia Meloni, Emmanuel Macron e Friedrich Merz, invitati a riconoscere una neutralità dell’Ucraina e ad affrontare negozialmente le questioni territoriali.

Nelle sue dichiarazioni più recenti Sachs ha definito il piano sostenuto da Donald Trump un approccio “realistico” per porre fine alla guerra, fondato su garanzie statunitensi contro l’espansione della NATO in Ucraina, sull’assenza di truppe straniere dopo il conflitto e su soluzioni territoriali negoziate.


L'analisi di Peter Brandt

Nel panorama europeo si inserisce inoltre l’iniziativa resa pubblica il 24 febbraio 2026 da un gruppo di intellettuali e diplomatici tedeschi, tra cui Peter Brandt, l’ex generale Harald Kujat, l’ex diplomatico ONU Michael von der Schulenburg, il politologo Hajo Funke e Horst Teltschik. Il documento, intitolato "Ukraine and Russia: How this war can be ended with a negotiated peace", propone un cessate il fuoco immediato e l’avvio di negoziati strutturati.

La proposta suggerisce il congelamento delle linee del fronte nelle aree più contese, l’organizzazione entro cento giorni di referendum sotto egida ONU nelle regioni di Donetsk e Luhansk, la neutralità dell’Ucraina garantita a livello internazionale e la costruzione di un nuovo quadro di sicurezza paneuropeo. Gli estensori criticano le posizioni ritenute irrealistiche di alcune istituzioni europee e invitano l’Europa a sviluppare una diplomazia autonoma, capace di riconoscere lo stallo militare ed evitare il collasso dello Stato ucraino in caso di disimpegno statunitense.

Secondo i promotori, uno status neutrale consentirebbe all’Ucraina di mantenere relazioni economiche e politiche con l’Unione Europea, la Russia e la Cina, riducendo le tensioni geopolitiche e favorendo compromessi graduali su sovranità e sicurezza reciproca.


Le prospettive

Le posizioni di Rossi, Sachs e del gruppo tedesco — pur diverse per accenti e riferimenti — convergono su un elemento centrale: la guerra richiede un’iniziativa diplomatica ampia e multilaterale. In un contesto internazionale sempre più critico, il nodo resta la costruzione di un ordine di sicurezza condiviso che sappia conciliare realismo, autodeterminazione, equilibrio geopolitico e superamento della guerra.

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Fonti: post Facebook di Enrico Rossi (febbraio 2026); dichiarazioni pubbliche di Jeffrey Sachs; articolo di Avvenire del 24 febbraio 2026; sintesi da interviste e analisi di stampa internazionale. Per i dati militari si veda ilfattoquotidiano

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