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Nigeria, con il Codice Giglio nasce l'atelier Africa

23 luglio 2006 - Monica Di Sisto
Fonte: Liberazione (http://www.liberazione.it)

Cinquecentomila tondi tondi: sono i lavoratori del settore tessile che hanno perso il lavoro in Nigeria. E’ bastata l’entrata in vigore della liberalizzazione del mercato tessile sotto l’egida dell’Organizzazione mondiale del commercio che, sotto all’albero di Natale del 2004, tutte queste operaie e operai si sono ritrovati d’un colpo la lettera di licenziamento. Nei sette anni precedenti il governo Nigeriano aveva investito ingenti capitali per far crescere il settore ma Jaiyeola Paul Olarewaju, direttore generale del Nigerian Textile, Garment and Tailoring Employers' Association racconta che dopo l’entrata a regime del nuovo quadro commerciale internazionale, delle oltre 50 fabbriche che impiegavano circa un milione di persone, solo in 20 non hanno chiuso i battenti. Jaiyeola rinuncia a prendersela con la Cina, e ad invocare come i G8 gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio delle Nazioni Unite che, alla luce della dura legge degli interessi globali, sembrano sempre più esercizi di britannica accademia. Anzi, il segretario suggerisce al suo Governo di spiegare ai cinesi quale grande affare sarebbe investire nel tessile nigeriano.
Blocco delle importazioni clandestine di capi e stracci a basso costo, nuove infrastrutture, rifornimenti di petrolio a prezzi agevolati da parte della compagnia petrolifera nazionale, freno alle importazioni legali ma, soprattutto, orgoglio dell’identità e dell’immaginario nigeriano: questi sono gli ingredienti del piano del leader sindacale per la ripresa. Prima degli anni Novanta l’industria della moda nigeriana, ammette Jaiyeola, era in stato “comatoso”, ma ora ha tutte le carte in regola per vestire in esclusiva tutti i nigeriani. Anche perché, proprio come le grandi transnazionali affascinate dall’ “usa e getta” a basso costo, la Nigeria tessile ha affidato questo progetto identitario ad un logo, a metà tra certificazione e immagine fashion. Si chiama Code lily, e secondo il suo creatore Raphael Okechukwu nasce per promuovere la cultura del consumo di massa del tessile Made in Nigeria per tutte le occasioni e per tutti i pubblici, dalle elite fino ai piedi della scala sociale.

Basta ai marchi “dell’uomo bianco”, proclama Okechukwu. Se convinceranno la gente in vista a indossare il Codice del giglio, avranno convinto tutti e il trend sarà lanciato, con l’idea che l’obiettivo finale è quello di spogliare il lavoratore nigeriano, del coccodrillo, del giocatore di polo e di tutti gli altri brand globali, “e farlo sentire cool - da noi tradurremmo con un gergale “fico” - e orgoglioso di quello che producono le sue stesse mani”. Con i vestiti del Codice non sei mai fuori contesto, esagerato oppure troppo casual: così li hanno pensati i loro stilisti. Pieni di colore ma non costosi, e pronti per essere indossati, come chiedono i suoi sponsor sindacali ai creativi all’opera sulle prossime collezioni: “dai membri dell’assemblea nazionale ai dirigenti, dai Governatori ai legali, dalle celebrità medianiche come dalle autorità locali”, saranno loro la pubblicità vivente per gli abiti del Codice. C’è già la data, prima settimana d’ottobre, per il primo fashion show “Orgoglioso di essere Nigeriano”, che si terrà nel complesso dell’Assemblea nazionale e dove saranno presentate diverse linee di stilisti emergenti. L’Assemblea guiderà la promozione, impastando un pizzico di patriottismo con una buona dose di preoccupazione per il futuro e di consapevolezza della crisi ma anche delle sue possibili soluzioni, a partire dalla creazione di nuovi desideri e immaginari che assomiglino di più al Paese e al suo bisogno di lavoro.

Per i pezzi contraffatti e per quelli importati illegalmente, c’è chi chiede il rogo nella pubblica piazza. Liberatorio, con un impatto ecologico da verificare, il rogo attende anche gli abiti usati che i Paesi ricchi hanno scaricato in Africa sotto forma di aiuti internazionali. Si, perché l’arrivo nei mercatini locali di vestiti che non costano nulla, ma si trasformano magicamente in denaro per chi li vende, secondo il sindacato tessile internazionale Itglwf ha contribuito a provocare la perdita di 20.000 posti nello Zambia, 20.000 in Sud Africa, 5.000 in Uganda e 7.000 in Senegal. Insomma, una concorrenza sleale a fin di bene, sconfitta da un logo stralocale: benvenuti nell’atelier Africa!

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