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beni comuni Seconda puntata della proposta al governo Prodi

Scusi, sa dirmi di chi è quella foresta?

Lo scontro comincia dalla definizione di base. Cerchiamo quindi di analizzare il concetto generale di bene comune. Si tratterà di capire poi quali sono le dinamiche sociali reali in Italia e nel resto del pianeta terraSi fa un polverone Negli ultimi anni è cresciuta una certa confusione su ciò che riteniamo pubblico. La nazionale di calcio? Le note dello spartito Ecco i punti principali per definire una nuova scaletta di bene pubblico che sia davvero universale e condivisa
30 agosto 2006 - Riccardo Petrella
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

Senza beni comuni che società è? Parlando di un bene è uso intendere una sostanza, un oggetto, un servizio, una maniera di essere e di comportarsi, cui si dà un valore positivo. Non tutto, quindi, è suscettibile di essere considerato un bene. Lo stesso dicasi per comune. Con questo termine si vuole indicare ciò che è relativo ad una comunità di persone socialmente organizzata. In via generale, il concetto di beni comuni è assimilato a quello di beni - e servizi - pubblici, il che è largamente giustificato essendo definito pubblico tutto ciò che è relativo ad un attributo di appartenenza e/o di riferimento allo Stato, alle istituzioni di governo, al popolo. Beninteso, non tutto ciò che è comune, per esempio ai membri di una cooperativa od ad un condominio od ad una società sportiva, è pubblico.
In ogni caso, non esiste una società (da «socio») senza beni comuni. Una società che non ha una cultura ed una pratica dei beni comuni non è una società, una comunità. L'Italia sta sempre meno funzionando come una comunità, una società. Al di là dell'impennata identitaria nazionale provocata dal Mondiale di calcio e dalla vittoria degli Azzurri, è diventato alquanto problematico identificare i beni comuni. Si ha l'impressine che l'Italia sia diventata negli ultimi anni un insieme di soggetti/proprietari, un sistema di territori e di città in concorrenza fra loro per lo sfruttamento delle risorse locali e degli altri territori.
Il fondamento storico del fallimento dell'integrazione politica europea, avvenuto nel corso degli anni '80 e '90, sta per l'appunto nel fatto che l'Europa ha cessato di rappresentare una «comunità» da costruire nell'interesse di tutti. Secondo molti analisti in auge, queste tendenze rappresenterebbero dei processi positivi. In particolare l'emergenza di un nuovo capitalismo molecolare, locale, municipale, innovativo, operante in rete, flessibile, culturalmente libero dai vincoli di condivisione e di solidarietà territoriali, capace di misurarsi con i migliori e competere sulle scene mondiali, soprattutto per vincere.
Non è su queste basi che le nostre società potranno ricostruire il vivere insieme dopo l'esperienza dello Stato del welfare. Finora i beni comuni/pubblici sono stati definiti attraverso due caratteristiche principali: la non esclusione, un bene è comune/pubblico perché nessuno può esserne escluso (uno studente che frequenta la scuola non impedisce ad altri di andarvi, mentre se io acquisto un bene privato come una casa, gli altri sono privati della proprietà e del potere di decisione ed uso su questo bene); la non rivalità, non bisogna entrare in competizione con altri per avervi accesso (mentre per appropriarsi di un bene - o servizio - a titolo privato bisogna competere con altri).
C'è perciò bisogno di una definizione basata su una serie di criteri più precisi: 1) essenzialità ed insostituibilitàper la vita, individuale e collettiva, indipendentemente dalla variabilità dei sistemi sociali, nel tempo e nello spazio. L'acqua è stata essenziale ed insostituibile 6 mila anni or sono in Egitto od in Cina come lo è oggi in Lapponia o in India, e lo sarà ancora tra milioni di anni; 2) pertinenza ed indissociabilitàdal campo dei diritti umani e sociali. Il parametro di definizione del valore e della utilità di un bene comune pubblico è la vita, il diritto alla vita, e non il costo associato alla sua disponibilità ed accessibilità. Non si tratta di beni e di servizi rivolti alla soddisfazione di domande/bisogni individuali (o collettivi di gruppo) mutevoli perché dipendenti dal loro valore/costo di accesso e dalla loro utilità commerciale; 3) responsabilità e proprietà collettivein una logica di solidarietà pubblica. Lo Stato, rappresentante la collettività dei cittadini, la comunità politica, è e deve essere il responsabile dei beni comuni, di cui i cittadini sono solidariamente proprietari attraverso lo Stato e le altre collettività pubbliche (locali, regionali....); 4) l'inevitabilità dell'integrazione delle funzioni di proprietà,di regolazione, di governo/gestione e di controllo sotto la responsabilità di soggetti pubblici: Principio del carattere pubblico sia della proprietà del bene (acqua, foresta, piante, fonti energetiche...) e delle infrastrutture (reti idriche, energetiche, di trasporti, di informaziojne e comunicazione...) che della gestione dei servizi corrispondenti. Vista la finalità/funzione di un bene comune pubblico che è quella di essere al "servizio" dell' interesse collettivo della comunità e di operare nel campo dei diritti, v'è netta incompatibilità tra interesse pubblico e gestione affidata a soggetti portatori di interessi privati. Non v'é giustizia sociale nel contesto di una separazione tra proprietà pubblica del bene e "gestione" privata del servizio. 5) la partecipazione reale, indiretta e diretta, dei cittadini al governo dei beni comuni /pubblici. La democrazia è estranea al funzionamento di una società a capitale privato, anche se parzialmente e minoritario. Non v'é democrazia possibile in una SpA anche se a capitale pubblico. I limiti seri da me incontrati, tra gli altri, in quanto presidente dell!Acquedotto Pugliese SpA sono a conferma di questo principio. In una logica mercantile, quello a cui il capitale può/deve fare attenzione è il cliente, il consumatore, ma non il cittadino. Non per nulla il produttore/venditore ricorre alla pubblicità la cui finalità non é di informare il cliente ma di manipolarlo anche per sconfiggere il concorrente.
Non v'é spazio per un approfondimento delle questioni relative alla «territorialità» geopolitica e geosociale dei beni/servizi comuni pubblici: locali, comunali, regionali, nazionali, internazionali, mondiali. Le questioni sono assai complesse e diversificate. Semplificando al massimo, é importante, pero', sottolineare il fatto che non vi é un bene che, a priori, abbia una specifica connotazione territoriale, salvo certi beni «culturali» . Il caso dei servizi é leggermente differente: la loro configurazione é legata in maniera diretta alla comunità umana di cui sono parte intrinseca.
Con questo voglio attirare l'attenzione sulla «anomalia» storica, se si può dire, rappresentata dalla specifictà data ai beni/servizi detti «nazionali». Con l'avvento e la diffusione in Occidente, e poi attraverso il mondo, dello Stato-nazione sovrano, la storia ha introdotto un forte elemento di frammentazione e di distorsione nel campo della «res publica» costituito dal duplice principio della nazionalità (applicata alla cittadinanza, all'appartenenza identitaria ed alla proprietà dei beni/servizi pubblici) e della sovranità nazionale sui beni comuni. Cosi, l'acqua o la sicurezza di vita, non sono considerate , a priori, dei beni comuni appartenenti all'umanita ed alla vita sul pianeta ma, innanzitutto, dei beni nazionali. Questa anomalia sottolinea un dato fondamentale per la politica attuale e futura dei beni comuni: allo stato attuale di istituzionalizzazione del potere politico legittimo , solo gli Stati hanno il potere sovrano di governo. La statualità diventa un elemento centrale della partita dei beni comuni pubblici.
Questo spiega perché i beni e servizi comuni pubblici sono e devono essere sanciti, salvaguardati e socializzati attraverso: leggi che stabiliscano i principi ispiratori di base; regole che applichino i principi; istituzioni che controllino l'applicazione dei principi; mezzi per allocare le risorse necessarie; meccanismi di valutazione collettiva sul governo dei beni e servizi comuni.
L'insieme di questi elementi forma il governo pubblico dei beni/servizi comuni e marca culturalmente la progettualità statuale di un Paese. Il nuovo governo Prodi non puo' sfuggire al dovere di esercitare il proprio potere di statualità nel campo dei beni/servizi comuni, salvo accettare l'abbandono della propria sovranità e responsabilità a vantaggio di soggetti privati, locali, nazionali ed internazionali, sprovvisti di legittimità statuale, od ad organismi intrernazionali intergovernativi la cui capacità di statualità é il risultato di rapporti di forza ineguali tra gli Stati membri formalmente sovrani.
Fino ad ora, dunque, le nostre società sono state capaci di concepire e di definire dei beni comuni pubblici, al massimo, a livello delle comunità "nazionali", degli Stati. Nessun bene è stato riconosciuto dalla comunità inter-nazionale degli Stati come bene comune mondiale, tanto meno come bene comune pubblico mondiale. Tutt'al più è stata riconosciuta l'esistenza di beni mondiali non appartenenti a nessuno ( il caso dell'Antartide, degli oceani, dei fondi marini extraterritoriali....)
Il che significa che nel mentre il capitale si sta mondializzando sempre di più, i poteri pubblici restano organizzati su basi "nazionali" e non riconoscono alcun bene comune pubblico mondiale. Anzi, hanno fatto e fanno di peggio con la liberalizzazione e la privatizzazione dei beni e servizi in passato pubblici. Stanno dando il potere politico al capitale mondiale.
Siffatta situazione rende conto della criticità della sfida attuale della "res publica". In effetti, il diritto alla vita per tutti gli abitanti del pianeta ed il divenire pacifico e solidale dell'umanità dipendono dal riconoscimento dell'esistenza di beni comuni pubblici mondiali, dalla loro promozione e salvaguardia. Qual'é la concezione e le scelte politiche strategiche proposte dal governo Prodi in materia? Ho l'impressione che esse siano solo parzialmente formulate ed esplicitate. Una ragione di più per promuovere il dibattito con l'intenzione di far operare scelte visibili e coerenti con la cultura dei beni comuni e del diritto alla vita per tutti gli esseri umani.
Molti pensano che si giungerà difficilmente e molto tardi al riconoscimento di beni conuni pubblici mondiali. Hanno probabilmente ragione, ma sono convinto che avranno sicuramente ragione qualora l'attuale mobilitazione sociale, culturale e politica in Italia in favore di tale riconoscimento dovesse indebolirsi nel corso di questi cinque prossimi anni.
Come definire un bene comune pubblico mondiale? E quali beni potrebbero essere considerati tali?
Un bene comune pubblico è mondiale quando rappresenta risorse e risponde a necessità/diritti che riguardano il "vivere insieme, le condizioni di vita" e l'avvenire dell'umanità e del pianeta. In questo senso, anche se un bene comune è "locale" ma l'uso che se ne fa ha effetti e ripercussioni di rilevanza inter-nazionale, mondiale, esso deve essere considerato di interesse pubblico mondiale.
Per rissumere, senza pretendere alcuna completezza, dovrebbero essere considerati come beni comuni pubblici mondiali: l'aria; l'acqua come insieme dei corpi idrici partecipanti al ciclo dell'acqua, e, in questo quadro, gli oceani; la pace; lo spazio, ivi compreso lo spazio extraterrestre; le foreste come luogo in cui si trova più del 90% delle specie microbiche, vegetali e animali del pianeta; il clima globale; la sicurezza, nel senso della lotta contro le nuove e vecchie forme di criminalità mondiale (traffici di armi, droghe, immigrazione landestina organizzata, proliferazione dei paradisi fiscali...); la stabilità finanziaria; l'energia per ciò che riguarda lo sfruttamento delle risorse rinnovabili e non rinnovabili a livello internazionale; la conoscenza, in particolare per ciò che riguarda il capitale biotico del pianeta e la sua diversità; l'informazione e la comunicazione.
Su un piano più generale, il pianeta Terra e l'esistenza dell'altro sono i primi due beni comuni pubblici mondiali. L'uomo non esisterebbe se non ci fosse il pianeta. Questo, invece, è esistito anche senza gli esseri umani, e qualora questi ultimi scomparissero per autodistruzione od altre cause, il pianeta - ancorché trasformato - continuerebbe ad esistere, almeno per altri 4 miliardi di anni, fintantoché il Sole non si «spegnerà». D'altra parte, ognuno di noi non esisterebbe se non ci fosse l'altro, il differente (l'uomo per la donna, la donna per l'uomo, il vecchio ed il giovane, il familiare e l'estraneo, il presente e il passato...).
Si tratta di due beni reali ma che hanno rilevanza e spessore solo se - e a partire dal momento in cui - sono pensati. Da qui l'importanza e la criticità dell'immaginario umano, sociale, e della cultura collettiva, e della proposta ABC - "Tutti a scuola", relativa .alla politica generale di Alfabetizzazione ai Beni Comuni, che sarà dettagliata nel prossimo articolo.
Solo negli ultimi decenni, gli esseri umani hanno cominciato a pensare al pianeta Terra come un bene comune mondiale, di cui prendere cura nell'interesse dell'umanità e di ciascun essere umano. Lo stesso dicasi dell'esistenza dell'altro. La percezione dell'altro come «bene» resta un fenomeno incipiente, debole, specie in Italia, dove la presenza dell'altro (per esempio le popolazioni extracomunitarie all'Europa dei 15) è recente e si traduce sovente in forme forti di rigetto. La percezione del pianeta come «bene comune» è, invece, per il momento, più matura e diffusa.
A prima vista, questa differenza di percezione potrebbe significare che è più realista pensare di costruire una società dei beni comuni partendo dal governo dei beni «naturali», legati alla gestione delle risorse del pianeta Terra, anziché partire dalla concezione dell'altro. Si tratta di una «falsa» evidenza perché come dimostra, per esempio, il rigetto del Protocollo di Kyoto da parte degli Stati Uniti, non vi sarà mai un governo condiviso dei beni comuni pubblici "naturali" in assenza di una visione cooperativa e solidale dell'altro, visione oggi sostanzialmente assente nell'immaginario e nella cultura degli Stati Uniti. È anche vero che attraverso nuove politiche economiche, tecnologiche e commerciali di utilizzo e valorizzazione dei beni «naturali» (aria, acqua, terra, energia, ....), si può giungere ad una società dei beni comuni fondata sul rispetto e la promozione del diritto di tutti gli esseri umani alla vita, all'uguaglianza nella cittadinanza. Si deve pertanto partire simultaneamente da entrambi versanti. (2.continua)

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