Difendiamo il signor Mario Rossi
Per un momento lasciamo da parte la spy story, l'attività di intelligence, il ruolo svolto dai governanti dell'altroieri, la volontà di sputtanare l'antagonista politico, il tentativo di mettere in piazza vicende private sulle quali far scatenare in modo balordo i giornali amici e i giornalisti a libro paga dei servizi segreti. Tutto ciò ha a che fare con i politici e la cosiddetta politica. Roba serissima, sia chiaro, perché stiamo parlando dell'avvelenamento dei pozzi della contesa democratica. Nessuno intende minimizzare quanto è successo e è stato denunciato. Ma chiediamoci se da queste vicende un po' losche possiamo trarre indicazioni (o preoccupazioni) che interessano i comuni cittadini, il signor Mario Rossi. La risposta non può che essere netta: l'allarme non riguarda in primo luogo i vip, siano essi parlamentari o veline, che hanno minore tutela di riservatezza e nel contempo dispongono di maggiori strumenti politici, giuridici e di opinione con i quali ribattere, se effettivamente il loro comportamento è stato lecito. Al massimo subiranno qualche ammaccatura, peraltro mai piacevole.
Ma il timore principale coinvolge i cittadini qualsiasi. Vi sembra un paese normale quello in cui un impiegato si reca la mattina in ufficio, vede sul giornale un nome interessante, accende il computer e con una semplice password va a vedere dichiarazioni dei redditi, utenze, proprietà varie, atti notarili, conti correnti bancari, rapporti con le assicurazioni e altro ancora?
E è normale che la stessa ricerca (gratis e vietata dalla legge) possa riguardare il vicino di casa non troppo simpatico, o quel tale che fa l'occhiolino alla moglie e che si meriterebbe una lezioncina in termini di notizie maliziose? Già che c'è, magari quell'impiegato o quel maresciallo della Guardia di Finanza passa qualche notizia a un investigatore privato in cambio di un po' di soldini (il tariffario è abbastanza basso).
Un bel contributo alla serenità della convivenza sociale e dei rapporti interpersonali, non c'è che dire. La stessa identica cosa può accadere rispetto ai dati delle anagrafi comunali (si ricordi il cosiddetto Laziogate), dei dati di traffico telefonico (scandalo Telecom), del Centro elaborazione dati di polizia (recenti arresti di appartenenti alle forze dell'ordine per accessi abusivi agli archivi informatici). E' il problema, grande con una casa, delle grandi banche dati. Sempre più numerose, sempre più onnicomprensive, sempre più facilmente accessibili, sempre più agevolmente perforabili. In tutto il mondo rappresentano una grave questione di diritti civili. Una volta per conoscere un dato o un documento occorreva recarsi di persona presso un ufficio o un registro pubblico. Oppure, se l'accesso non era consentito, si doveva scassinare una porta o un armadio. Ora basta digitare una password, oppure - se non si è tra gli abilitati - chiedere a un amico «smanettatore» di forzare l'ingresso informatico nella banca dati. Ed ecco un profluvio di dati, informazioni, atti, documenti, magari anche di natura sensibile, cioè quelli più delicati (salute, sesso, politica, sindacato, religione). C'è sempre l'ingenuo di turno che dice: «Ma io non ho nulla da temere, non faccio nulla di male, posso essere una casa di vetro». Balle. Se potessi, mi offrirei, gratis, a fare un accesso su di lui presso le varie banche dati. Magari a partire da quella che riporta le prestazioni sanitarie pubbliche di cui ha goduto. Non penso che avrei il consenso per la diffusione delle informazioni. Smettiamola di giocherellare con il fuoco. I nostri dati personali rappresentano una polveriera. La fragilità, in termini di sicurezza, delle nuove tecnologie di raccolta e conservazione di ciò che riguarda la nostra vita e i nostri comportamenti deve stimolarci a dar vita a un nuovo corpo di garanzie. La frontiera della precarietà dei nostri diritti passa anche da qui.
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