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I baroni rampanti della conoscenza

L'appropriazione privata della conoscenza come testimonia l'accordo di Google con alcune università e le forme di resistenza dentro e fuori la rete. E domani un incontro internazionale alla Iulm di Milano Un percorso di lettura sulla proprietà intellettuale. Dalle analisi di Martin Khor sulla biopirateria nel Sud del mondo alle proposte legislative di un volume sui «Diritti nell'era digitale»
17 dicembre 2004 - Benedetto Vecchi
Fonte: Il Manifesto

Una delle domande che il recente accordo tra Google e le università di Harvard, Michigan, Stanford, Oxford e la New York Public Library pone è se il servizio sarà gratuito o meno. Google, è cosa nota, è il motore di ricerca più usato su Internet, ma da quando l'impresa americana è quotata in borsa è diventato anche una società di servizi giornalistici e di accesso al World wide web. I termini resi noti del suo accordo parlano di una digitalizzazione dell'ingente «patrimonio» libraio di quelle università e biblioteche pubbliche e della sua messa in linea. Potenzialmente, chiunque accede alla rete può compiere ricerche e memorizzare sul proprio computer il libro cercato. E qui nasce il primo problema: alcuni libri sono coperti dal diritto d'autore, altri no. In linea di principio, la consultazione dei volumi sottoposti a copyright dovrebbe essere gratuita, mentre la loro memorizzazione no. Discorso diverso per quelli non più tutelati dal diritto d'autore: qui sia la consultazione che il downloading dovrebbero essere gratuiti.

Un mondo a parte

Ma tutte queste sono ipotesi, perché dell'accordo ben poca cosa si conosce. E' certo però che quando una società a cominciato a far pagare l'accesso a un contenuto informativo è andata incontro a un fallimento. Internet è considerata da molti naviganti del cyberspazio un «mondo a parte», dove la logica economica della realtà fuori lo schermo non ha una grande legittimità. Certo, è una visione ingenua, che non tiene conto delle strategie di molte imprese che vogliono fare affari con la rete. Ma come ogni ingenuità muove scelte, comportamenti collettivi che possono decretare il successo o il fallimento di una strategia commerciale. D'altronde, circa venti anni fa Alfred Hirschmann scrisse che una delle forme di azione collettiva era rappresentata dalla defezione dal consumo. Si smetteva di comprare una merce marchiata da una società e si orientava l'acquisto verso i prodotti offerti da un'altra impresa. Nella breve storia del web episodi di questo genere se ne sono verificati a migliaia, con una particolarità: la defezione riguardava sempre prodotti in vendita, preferendo siti e portali che ne offrivano gratuitamente di simili.

Nei prossimi giorni i termini dell'accordo che vede come protagonista Google saranno resi noti, e una parte preponderante riguarderà come sarà regolamentato il diritto d'autore. Ed è a questo oggetto alquanto esoterico che è dedicata gran parte dell'attività della Wipo (World intellectual property organization). Due recenti documenti pubblicati sul suo sito (www.wipo.org) hanno affrontato il problema della revisione del trattato internazionale sui brevetti e di come le norme sulla proprietà intellettuale hanno facilitato o meno lo sviluppo economico del sud-est asiatico. Per quanto riguarda i brevetti, l'obiettivo della Wipo è, come sempre ambizioso, perché di candida, così come era accaduto per il diritto d'autore su Internet, a diventare la factory law in cui modificare i trattati sulla proprietà intellettuali definiti dall'Organizzazione mondiale del commercio (Wto). Dal fallimento del vertice di Cancun nel settembre del 2003 sono gli stessi funzionari dell'organizzazione che parlo della necessità di dare vita a nuovi trattati sulla proprietà intellettuali (con poca fantasia vengono chiamati i TripsPlus), che tengono conto di ciò che è accaduto in questi turbolenti anni. Il Wto ha ben presente tanto la «rivolta di Seattle» che la controversia giuridica tra il Sudafrica e le multinazionali farmaceutiche dopo che il paese africano aveva impugnato l'articolo 27 dei trattati che prevede la violazione della proprietà intellettuale di fronte a casi di emergenza sociale o umanitaria.

E' noto che il Sudafrica è il paese che vede un'altra percentuale di malati di Aids e di sieropositivi e che i cosiddetti farmaci salvavita costano a Città del Capo l'equivalente del salario mensile di un operaio. E visto che il Sudafrica ha tutte le infrastrutture per prodursi gli stessi farmaci e venderli ha prezzi «ragionevoli» ha minacciato di farlo. Il tribunale non ha emesso un verdetto, perché le multinazionali hanno ritirato le denunce dopo la campagna internazionale di boicottaggio che ha visto lavorare fianco a fianco attivisti statunitensi, europei, asiatici, latinoamericani, africani e organizzazioni non governative. E tuttavia il governo di Città del Capo ha pensato bene non di avviare la produzione dei farmaci, ma di contrattare il prezzo di vendita con quelli prodotti dalle multinazionali.

Per Martin Khor, biologo e attivista malaysiano, questa vicenda è usata nel volume Proprietà intellettuale, biodiversità e sviluppo sostenibile (Baldini Castoldi Dalai editore, pp. 161, € 13,60) per mettere in evidenza come i trips siano il risultato di una precisa strategia del Wto per legittimare la «biopirateria» e per riprodurre rapporti gerarchici di sudditanza del Sud nei confronti del Nord del mondo.

Biopirati d'assalto

Il volume è sì un appassionato j'accuse contro il Wto e le multinazionali della cosiddetta «rivoluzione verde», ma è anche un'utile ricostruzione storica del conflitto che oppose i paesi del Sud del mondo nei confronti degli Stati uniti e dell'Europa nella definizione dei trattati sulla proprietà intellettuale. Le conclusioni di Khor non lasciano spazio ad equivoci. Per l'attivista malaysiano è impossibile riformare i trips e il Wto: semmai vanno aboliti entrambi, per lasciare spazio a una regolamentazione sulla proprietà intellettuale che riconosca il carattere «comunitario», sociale della conoscenza scientifica. La ricerca sul gene umano e le tecniche di manipolazione genetica non si possono, ne devono essere fermate, ma i risultati devono rimanere comunque di pubblico dominio.

Ma se la critica di Khor ha come oggetto polemico le norme sui brevetti, alcuni giuristi statunitensi applicano la loro conoscenza giuridica ad Internet, giungendo alle stesso conclusioni, anche se in nome non dei «diritti collettivi delle comunità», ma dello sviluppo economico. Con un titolo evocativo del problema, ma niente affatto invitante (I diritti nell'era digitale, Diabasis, pp. 130, € 13), Jack Balkin, Lawence Lessig, Mark Lemley, Pamela Samuelson e Randall Davis puntano a dimostrare che l'uso estensivo della proprietà intellettuale raggiunge lo scopo opposto a quello che si prefigge: non promuove lo sviluppo economico, ma lo imbrigli all'interno di una rete di grandi imprese transnazionali che cercano disperatamente di difendere il proprio margine competitivo attraverso la costituzione di monopoli della conoscenza. La proprietà intellettuale ha dunque il doppio effetto di permettere alla multinazionali di depredare il Sud e di bloccare lo sviluppo economico nel Nord del mondo.

Di fronte a questo scenario, l'accordo di Google può apparire come una mossa volta a costruire un monopolio della conoscenza, trasformandola al tempo stesso un una merce. Più o meno come era accaduto quando Microsoft ha fatto incetta degli archivi fotografici in giro per il mondo. Di fronte a ciò, l'invito di Alfred Hirshmann a scegliere quale strada sia la migliore per contrastare questa appropriazione privata della conoscenza ha una inattualità. Tra defezione e protesta, conviene infatti scegliere entrambe.

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