Da Vicenza all’Iran passando per Ghedi e Aviano
Il fatto tuttavia è che, in primo luogo, si tratterebbe comunque di un impegno preso in modo del tutto scorretto dal governo Berlusconi perchè questo, su una questione politicamente e socialmente così rilevante dal punto di vista sia nazionale che locale, non aveva consultato nè il Parlamento nè la popolazione vicentina, e veneta in generale. In aggiunta a questa grave scorrettezza (lamentata tra l’altro dallo stesso Prodi), va inoltre ricordato che il governo statunitense sta utilizzando da anni il suo esercito in estremo contrasto con la Carta dell’Onu e con altre leggi internazionali, come ha dichiarato più volte anche il Segretario uscente dell’Onu Kofi Annan e come chiunque, del resto, può verificare di persona. Un accordo concluso in queste circostanze da Berlusconi e Bush sull’allargamento della base di Vicenza non potrebbe avere dunque alcun vero valore nè giuridico nè politico, essendo inadeguati i suoi presupposti dal punto di vista tanto delle dinamiche interne! italiane quanto di quelle internazionali.
Ma le cose non stanno neanche in questo modo, perchè in realtà - come il ministro della Difesa Parisi aveva dichiarato ufficialmente in Parlamento il 27 settembre 2006 (e spiegato altrettanto ufficialmente l’8 settembre precedente al sindaco di Vicenza in una lettera apparsa in seguito anche sulla stampa) - tra Berlusconi e Bush «non sono stati sottoscritti impegni di alcun genere. La disponibilità di massima manifestata dal precedente governo non si è tradotta, infatti, in alcun accordo sottoscritto». Lo stesso ministro ha riconfermato, in dichiarazioni apparse sul Corriere della Sera del 18 gennaio 2007, che «il governo Berlusconi non aveva sottoscritto nessun impegno con Washington. Aveva solo manifestato una disponibilità a considerare il progetto, riservandosi di dare una valutazione» quando fosse stato completato il progetto statunitense. E tale completamento è avvenuto solo mesi dopo l’insediamento del governo Prodi, come ha ampiamente documentato Angelo M! astrandrea sul Manifesto dello stesso 18 gennaio.
Vicenza: quante falsità sulla base "Dal Molin"
Prodi ha dunque scelto di mentire deliberatamente agli italiani, cercando di scaricare su Berlusconi una responsabilità che invece è in sostanza soltanto di Prodi stesso, avendo egli - oltre tutto - deciso su Vicenza pressochè per conto proprio, mentre si trovava in visita ufficiale in Romania. Questo è forse l’aspetto più impressionante nella vicenda: il fatto che il primo ministro, ed evidentemente una parte dei suoi colleghi di governo, desiderino fare un favore alle élite politico-militari di Washington ma non abbiano nemmeno il coraggio di parlarne in modo scoperto a chi li ha eletti nè di decidere collegialmente nell’ambito governativo, e il primo ministro stesso finisca con l’inventarsi pubblicamente delle circostanze "giustificative" che invece non esistono affatto (e che per di più, se anche esistessero, non giustificherebbero nulla...).
In aggiunta, per prendere questa decisione Prodi ha anche dovuto calpestare in toto quanto stabilito nel programma dell’Unione presentato ufficialmente prima delle elezioni 2006 (a pag. 109): «È necessario arrivare a una ridefinizione delle servitù militari che gravano sui nostri territori con particolare riferimento alle basi nucleari. Quando saremo al governo daremo impulso alla seconda Conferenza nazionale sulle servitù militari coinvolgendo l’Amministrazione centrale della Difesa, le Forze Armate, le Regioni e gli Enti Locali al fine di arrivare ad una soluzione condivisa che salvaguardi al contempo gli interessi della difesa nazionale e quelli altrettanto legittimi delle popolazioni locali».
Dov’è finita dunque la "Conferenza nazionale" in questione? E, soprattutto, dov’è finita la salvaguardia dei legittimi interessi della popolazione vicentina? Non si tratta certo di una salvaguardia attuabile mediante solo ed esclusivamente la frettolosa richiesta governativa di un rapidissimo parere al Consiglio comunale di Vicenza (amministrato tra l’altro da una maggioranza di centro-destra quanto mai fedele a Berlusconi), com’è avvenuto nel settembre 2006....
Bombe atomiche a Ghedi e Aviano e in altre basi militari europee
Il brano appena citato del programma dell’Unione rimanda anche a un’altra questione sostanziale della politica italiana: come ha messo in particolare evidenza il mensile locale mantovano La Civetta nei suoi numeri di febbraio e marzo 2007, «non si possono più avere dubbi sulla presenza di ordigni atomici sul suolo italiano» per lo meno «a partire dal 1985».
Tra gli svariati indizi più o meno evidenti emersi in questi anni e ricordati dalla Civetta, vi è ad esempio il fatto che durante un’ispezione parlamentare nella base militare di Ghedi «è stata accertata la presenza di un corpo militare americano specificamente dedicato alla manutenzione di ordigni nucleari». Inoltre, «nel febbraio del 2005, il Sen. Natale Ripamonti [...] dei Verdi [...] in un’interrogazione rivolta all’allora Ministro della Difesa Antonio Martino, [...] partendo dalla constatazione che "nella base NATO di Ghedi Torre ci sarebbero 40 testate nucleari degli Stati Uniti d’America, tutte bombe di tipo B61", [...] chiedeva "se non si intenda informare il Parlamento ed il Paese sulla dislocazione delle armi nucleari in Italia [...]"» e su altre questioni collegate. Nella «risposta il Ministro confermava implicitamente la presenza a Ghedi di bombe atomiche, senza contestare né confermare i dati esposti dal sen. Ripamonti, ma esaltando! il "valore della deterrenza nucleare"».... Anche un’inchiesta di Greenpeace del 2006, basata su ampie documentazioni e testimonianze, «ha confermato [...] la presenza di ordigni atomici sul territorio italiano» (una novantina secondo dati del 1995, cui se ne aggiungevano circa altre 400 in altri cinque paesi europei anch’essi della Nato). Più recentemente - a metà gennaio 2007, in una dichiarazione alla trasmissione radiofonica Radio anch’io, della Rai - «Andrea Nativi, direttore della Rivista italiana di difesa, [...] alla domanda precisa "Ci sono testate nucleari in Italia?"» ha risposto senza incertezze e «con altrettanta precisione "Certamente, ce ne sono una sessantina divise tra Ghedi ed Aviano"» (due basi militari in provincia rispettivamente di Brescia e di Pordenone).
Ma - sottolineava la rivista mantovana presentando il clou della sua inchiesta - «la certezza assoluta ce la dà un documento militare americano top secret [...], tecnicamente denominato "Procedura WS3" (Weapons Storage and Security Systems - Sistema di sicurezza e deposito d’armi)», che «è dedicato al corretto stoccaggio ed alla adeguata manutenzione delle armi [...] atomiche» e che «dà anche l’esatta collocazione di queste in Europa» nel «febbraio 2004»: nelle basi di Ghedi e Aviano, e inoltre in quelle di Ramstein e Spangdahlem (Germania), Lakenheath (Gran Bretagna), Volkel (Olanda), Kleine Brogel (Belgio) e Incirlik (Turchia). Si tratta di dati che tra l’altro confermano sostanzialmente l’esattezza di quelli raccolti in precedenza da Greenpeace. Dopo la pubblicazione di estratti del documento statunitense in febbraio, sulla stessa rivista è apparsa in marzo un’intervista col sindaco di Ghedi, che ha un po’ sibillinamente dichiarato che delle testate nucleari locali l’amministrazione comunale era «a conoscenza ma non attraverso comunicazioni da parte delle Istituzioni o Enti preposti»....
Non stupisce la misteriosità e la segretezza con cui la questione è trattata da tutte le pubbliche istituzioni italiane al corrente di queste bombe: nel 1975 l’Italia ratificò, come paese non atomico, il "Trattato di non proliferazione nucleare", e con ciò si era impegnata a non produrre armi atomiche di alcun genere nè a riceverne da altri paesi, mentre risale addirittura al 1970 la ratifica con cui gli Usa, come paese atomico, si erano a loro volta impegnati a non cedere o trasferire a paesi terzi le loro armi di questo tipo. Inoltre la legge n. 185 del 9 luglio 1990 stabilisce che in Italia «sono vietate la fabbricazione, l’importazione, l’esportazione ed il transito di armi biologiche, chimiche e nucleari». La presenza di bombe atomiche (statunitensi) in almeno due località italiane costituisce dunque una duplice flagrante violazione sia del trattato del 1970 sia della legge del 1990: violati l’uno e l’altra tanto dalle autorità italiane quanto da quelle statunitensi.!
Violazioni consapevoli
Ora, poichè il governo Prodi non ha "battuto ciglio" dopo che è apparsa sulla stampa la prova dell’esistenza di queste bombe sul suolo italiano, risulta quanto mai evidente che almeno diversi dei membri del governo ne fossero a conoscenza già precedentemente, e avessero però taciuto anch’essi sulla questione con molti loro colleghi di partito o di coalizione (come ad esempio il sen. Ripamonti) e più in generale con la popolazione del paese. E in effetti appare pressochè impossibile che per lo meno tra il 1996 e il 2001 i governi Prodi, D’Alema e Amato, o almeno i loro esponenti più "di spicco", non fossero venuti a sapere di questa "faccenduola".... Del resto, se in una situazione numericamente traballante come quella dell’attuale governo Prodi - che al Senato si regge su una maggioranza fragilissima - il governo stesso avesse scoperto improvvisamente una così grave violazione di leggi e trattati da parte dei vertici militari nazionali e soprattutto del precedente governo! di centro-destra (evidentemente coinvolto anch’esso come mostrava la "non smentita" del ministro Martino nel 2005), come pensare che questa scoperta non sarebbe stata utilizzata pubblicamente con rapidità e con grande insistenza dai partiti al governo per acquisire maggiore apprezzamento dall’elettorato e per mettere in pesante difficoltà l’opposizione?
In altre parole tutto ciò significa che, come i loro colleghi del centro-destra, i principali esponenti politici del centro-sinistra italiano erano da tempo al corrente di reati molto gravi, che oltre tutto esponevano - ed espongono tuttora - milioni di persone al rischio sia di incidenti con forti emissioni di radioattività sia di pericolosi attentati su queste basi militari, e hanno lasciato correre la faccenda perpetuando il segreto su di essa e, pressochè certamente, anche partecipando come membri del governo alla prosecuzione dei reati stessi. Altri esponenti politici facenti parte di amministrazioni locali o regionali hanno probabilmente condiviso anch’essi, in misura più o meno grande, la connivenza con tutto questo.
A ulteriore aggiunta, vi è anche il fatto che sono rimasti del tutto segreti i patti intergovernativi che da mezzo secolo regolano le basi militari statunitensi in Italia. L’art. 80 della Costituzione stabilisce che «le Camere autorizzano con legge la ratifica dei trattati internazionali che sono di natura politica». In una tavola rotonda a Padova l’8 agosto 2005, l’assessore regionale friulano alle Politiche della Pace, Roberto Antonaz, sottolineava che in merito alla base militare statunitense di Aviano la Regione aveva «chiesto che venga reso pubblico l’accordo riguardante l’utilizzo della base e che esso venga adeguato pienamente alla Costituzione e all’ordinamento giuridico italiano». La richiesta della Regione Friuli, tuttavia, non è mai stata accolta dal governo. Greenpeace, nel suo dossier del 2006, avvertiva che le testate atomiche sono presenti in Italia «in virtù di un trattato segreto - Stone Ax - mai comunicato al Parlamento». In ef! fetti, è ben difficile poter argomentare che simili patti tra nazioni non costituiscano trattati e non siano di natura politica...: infatti nessuno lo fa e coloro che conoscono la questione si limitano a tenerla segreta e a non dire nulla, senza rivendicare pubblicamente un "diritto costituzionale alla segretezza".
Dunque, l’installazione di bombe atomiche in Italia e più in generale le modalità con cui sono state assegnate all’esercito statunitense diverse basi militari italiane violano palesemente anche il dettato costituzionale. Di ciò si parla in vari modi da tempo, esistono addirittura richieste ufficiali avanzate da istituzioni regionali sulla questione, ma i governi si susseguono e ognuno di essi persiste, come niente fosse, nel calpestare su temi di grande significato socio-politico internazionale trattati pressochè mondiali, leggi, la Costituzione stessa....
Per l’Iran una nuova "trappola bellica" Usa
Lo stesso genere di violazioni di leggi e trattati vale, in misura più o meno parallela, anche per i governi e i vertici militari degli altri cinque paesi europei che risultano detenere sul loro territorio bombe atomiche statunitensi pur avendo tutti ratificato, tra il 1968 e il 1980, il "Trattato di non proliferazione nucleare" (entrato ufficialmente in vigore nel 1970). Eppure negli ultimi cinque anni il governo statunitense e l’Unione Europea sono stati i principali accusatori del governo iraniano per la sua insistenza nel voler costruire impianti per l’energia nucleare "civile" (in particolare, gli impianti per l’arricchimento dell’uranio) che sarebbero in grado di produrre anche materiali utilizzabili come componenti per la fabbricazione di bombe atomiche. Specialmente da parte di Washington, l’Iran è stato spesso minacciato anche di attacchi armati per questo suo comportamento accusato di violare proprio il trattato del 1970 (che anche l’Iran ha ratificato in quell’! anno). Ma la realtà è che il trattato riconosce inequivocabilmente a ogni nazione «il diritto inalienabile [...] di sviluppare la ricerca, la produzione e l’uso dell’energia nucleare a scopi pacifici, senza discriminazioni». L’unica limitazione che il trattato pone a questo diritto è l’accettazione di controlli della Iaea (l’Agenzia internazionale per l’energia atomica) mirati a verificare il fatto che nelle attività industriali della nazione vengano effettivamente applicati gli obblighi stabiliti nel trattato, tra i quali in particolare il divieto che materiali o tecnologie nucleari vengano sviati «dagli usi pacifici» e siano usati per la fabbricazione di «armi atomiche» di qualunque genere. Poichè l’Iran non si sottrae a tali controlli e non è mai emersa alcuna indicazione concreta dell’esistenza di programmi iraniani volti alla costruzione di ordigni atomici, l’Iran non si trova in violazione di alcuna prescrizione del trattato.
La realtà dunque è che il governo statunitense sta cercando di usare la Iaea per imporre all’Iran, sulla base del trattato in questione, ciò che il trattato assolutamente non prevede, cioè la fine di una serie di attività nucleari civili che fino ad ora non risultano collegabili alla produzione di armamenti e che sono analoghe ad attività correntemente praticate, anche da decenni, in altri paesi senza che nessuno pensi che in questi paesi la Iaea debba cercare di interromperle. Negli ultimi anni il comportamento della diplomazia statunitense e le dichiarazioni della Casa Bianca hanno mostrato chiaramente quali sono i progetti di Washington sulla vicenda: una volta che la Iaea avesse richiesto all’Iran la rinuncia all’arricchimento dell’uranio e alle altre attività "civili" collegate e che eventualmente Teheran avesse respinto questa richiesta (come appare altamente probabile dalle dichiarazioni effettuate in questi anni dal presidente iraniano e da altri esponenti dei ver! tici politici del paese), Washington intenderebbe coinvolgere il Consiglio di Sicurezza dell’Onu in sanzioni sempre più dure nei confronti dell’Iran, fino ad arrivare anche a degli attacchi armati possibilmente autorizzati da tale Consiglio ma, nel caso, anche realizzabili da una coalizione militare di paesi "volenterosi". E tutta questa "procedura" esclusivamente sulla base di sospetti che Washington nutre nei confronti del governo iraniano.... In pratica, si tratta di una sostanziale ripetizione del canovaccio già utilizzato col regime iracheno di Saddam Hussein, aggredito in modo totalmente illegale da Usa e Gran Bretagna nel marzo 2003 sulla base, per di più, di semplici sospetti e illazioni privi di attendibilità e rivelatisi poi - alla prova dei fatti - del tutto infondati, fasulli e sostanzialmente falsificati.
Il paradosso più incredibile di questa situazione è che i governanti di alcuni paesi che da decenni violano indiscutibilmente e molto gravemente il "Trattato di non proliferazione nucleare" stanno usando il medesimo trattato per accusare un altro paese di violazioni di gran lunga meno gravi - e soprattutto prive di alcuna prova nonostante i ripetuti controlli che la Iaea effettua da anni - e su questa "base" pretendono di minacciare quest’ultimo paese di gravi sanzioni economiche ed eventualmente anche belliche....
È quanto mai evidente che, di nuovo, non è una questione di diritto, legalità e coerenza; è solo una questione imperiale di potere: secondo Washington, alla stessa Washington e ai suoi alleati deve essere permessa qualsiasi violazione di trattati, patti, statuti, Costituzioni, leggi, ecc., mentre a chi non si accorda con tale alleanza non deve essere concessa nemmeno la più piccola violazione e talvolta - come ha dimostrato appunto la vicenda di Saddam Hussein e delle "armi di distruzione di massa" che Saddam aveva accettato di far cercare ovunque in tutto l’Iraq da ispettori dell’Onu aiutati ampiamente anche dai servizi segreti dell’Occidente stesso - non gli viene concesso nemmeno di poter "non violare" il diritto internazionale.... Se dà troppo fastidio agli interessi economico-militari di Washington, gli si accollerà una qualsiasi falsità pur di poterlo accusare di qualche violazione, anche minuscola, ma certamente da punire dapprima con minacce di vario tipo! e tentativi di strangolamento economico e poi eventualmente con un colpo di Stato o con una guerra. E questo mentre nel contempo Washington e i suoi alleati commettono violazioni certe e molto più grandi di cui però le loro istituzioni nazionali e le istituzioni internazionali non si occupano praticamente mai, se non per nasconderle.
La connivenza europea
Il ruolo dell’Unione Europea in questo non è affatto trascurabile. È vero che i governi dei paesi dell’UE hanno regolarmente assunto in questa vicenda posizioni alquanto più "moderate" di quella statunitense, ma è anche vero che hanno sempre tenuto bordone a quest’ultima, senza mettere affatto in evidenza - nella Iaea, all’Onu e di fronte all’opinione pubblica internazionale - la sua scandalosità e la sua assoluta infondatezza. Oltre tutto, il principale "cavallo di battaglia" della posizione statunitense è costituito dal fatto che un po’ di anni fa il governo iraniano organizzò e avviò delle attività di arricchimento dell’uranio senza informarne la Iaea, che ne venne a conoscenza solo per una denuncia effettuata da degli oppositori del regime di Teheran nel 2002. Ma si trattava comunque, da quanto è emerso, solamente di attività "civili" e non "militari" (e quindi di attività che in fondo erano permesse dal trattato), ed esponenti politici iraniani spiegarono la scelta d! i tenere nascoste quelle attività col timore - ampiamente giustificato all’epoca - di rappresaglie economiche statunitensi ed europee. Qualunque fosse effettivamente l’intenzione di Teheran, non è ammissibile che una violazione secondaria del trattato del 1970 (senza per di più che sia stato accertato un desiderio governativo di produrre la bomba atomica) venga usata per delegittimare per sempre un governo sulle questioni nucleari e pretendere che ogni sua dichiarazione e azione in merito all’arricchimento dell’uranio siano sistematicamente false e inaffidabili al punto da giustificare sanzioni, da parte della Iaea, analoghe a quelle che verrebbero emesse nel caso di impianti dimostrabilmente utilizzati per realizzare armamenti nucleari. Questo tanto più se si considera che in questi anni, a non grandi distanze dall’Iran, alcuni governi alleati di Washington e non aderenti al trattato del 1970 hanno cominciato veramente a produrre bombe atomiche i! n proprio senza che la diplomazia statunitense ponesse loro sostanzial i problemi. Ma, soprattutto, se quella violazione iraniana dovesse essere veramente motivo per delegittimare il governo di Teheran sulle questioni nucleari, allora molto più delegittimati su tali questioni dovrebbero essere necessariamente proprio i governi degli Usa e dei sei paesi europei in cui sono illegalmente presenti da decenni bombe atomiche dell’esercito statunitense.... E se a ciò si aggiungono l’assoluta e inequivocabile illegalità dell’invasione dell’Iraq del 2003 e le innumerevoli falsità dichiarate tra il 2002 e il 2003 dai governi statunitense e britannico su Saddam Hussein, Al-Qaeda e le armi di distruzione di massa, ne consegue che la delegittimazione di Washington e Londra su questo genere di temi internazionali dovrebbe essere totale.
In altre parole, non vi è solo il fatto che la comunità dei paesi aderenti al trattato del 1970 dovrebbe imporre gravi sanzioni agli Usa e a quei sei paesi europei fino a quando tutte le atomiche "a stelle e strisce" non siano ritornate in territorio statunitense e non si sia verificato che nel frattempo nessuna atomica sia divenuta di proprietà di qualcuno di quei sei paesi o degli altri tantissimi paesi che hanno aderito al trattato come "nazioni non nucleari", vi è anche il fatto che la comunità internazionale dovrebbe chiarire inequivocabilmente a Washington e ai suoi alleati che, il giorno in cui la Iaea dovesse richiedere ufficialmente all’Iran la chiusura dei suoi programmi di arricchimento dell’uranio semplicemente sulla base dei sospetti ingenerati dalla violazione iraniana di alcuni anni fa, automaticamente e in contemporanea dovrebbero venire richiesti altrettanto ufficialmente agli Usa la distruzione di tutti i suoi arsenali nucleari (con tutte le ver! ifiche del caso da parte della comunità stessa) e a quei sei paesi europei l’obbligo di far entrare ciclicamente per almeno diversi anni in tutte le loro basi militari (nazionali, statunitensi o della Nato) un gruppo di "ispettori nucleari" internazionali. Ciò sulla base del principio, chiaramente utilizzato da Washington nei confronti di Teheran in questi anni, che chi viola un trattato non può più essere degno di fede sulle questioni inerenti il trattato stesso. E nel caso in questione si tratta di una grave violazione attuata in modo continuato e per decenni dai governi e dalle principali autorità militari di quei sette paesi: chi potrebbe pensare dunque che i vertici delle istituzioni politiche e militari di tali paesi possano recuperare la loro affidabilità nel giro solamente di qualche anno...?
Ecco perchè l’Unione Europea è sostanzialmente connivente con Washington nell’illegalità della trappola che la diplomazia statunitense sta predisponendo nei confronti dell’Iran: per il loro attuale ruolo internazionale, i governi dei maggiori paesi dell’UE - Italia compresa - sarebbero pienamente nella condizione di porre l’attenzione mondiale su tale illegalità e sulle enormi violazioni del diritto internazionale compiute dal governo statunitense e dai suoi alleati negli ultimi anni. Ma non lo fanno - anche perchè pure molti di essi sono coinvolti in diverse di queste gravi violazioni... - e preferiscono dare all’opinione pubblica l’impressione che comportamenti e atteggiamenti del tutto privi di profondità umana e politica e di fondamento giuridico abbiano invece una loro apprezzabile dignità umana, giuridica e politica.
Istituzioni sempre più povere di valori umani
Il senso imperiale di impunità caratteristico del governo degli Usa e di vari governi suoi alleati è evidente da molti esempi. Addirittura "pittoresca" è l’intervista al ministro statunitense della Difesa Donald Rumsfeld pubblicata su uno dei maggiori periodici tedeschi, Der Spiegel, il 31 ottobre 2005. A una domanda sul futuro degli ordigni nucleari statunitensi dislocati in Germania, Rumsfeld ha risposto: «Penso che lascerò la decisione ai tedeschi e alla Nato. Alcuni paesi europei hanno deciso di consentirne la presenza sul continente. Si è ritenuto che fosse nel loro interesse e si ritiene ancora oggi che lo sia. Si può quindi presumere che continui ad essere nel loro interesse». Rumsfeld ha in tal modo riconosciuto senza alcun problema e senza alcuna remora l’esistenza di tali ordigni in Germania e in altri paesi europei, in totale dispregio di quanto stabilito dal "Trattato di non proliferazione nucleare". Nel contempo, il governo di Rumsfeld continuava ad ! essere impegnato a minacciare di attacchi armati gli iraniani a seguito di una loro violazione al medesimo trattato avvenuta alcuni anni prima e non di tipo concreto, come quella di Washington e dei suoi alleati, ma di tipo esclusivamente informativo. Come dire: "Noi possiamo fare qualsiasi cosa. A noi non ci tocca nessuno. Noi siamo al di sopra di qualunque regola, però le regole le facciamo valere per chi ci dà fastidio, e anzi per loro le cambiamo di volta in volta sul momento, così da poterli colpire in base ai nostri interessi...".
Tra l’altro, l’intervista di Rumsfeld costituisce un’evidente conferma del coinvolgimento - da molti supposto da tempo - della struttura fondamentale della Nato in queste violazioni del trattato del 1970. Nemmeno questo significa alcunchè per i governi (di svariate tendenze politiche) e per le magistrature della ormai trentina di paesi facenti parte della Nato?
E anche tutto questo contribuisce in modo pesante a rendere sempre più flebili i valori umani nella vita politica e istituzionale della società contemporanea così come nell’odierna "cultura di massa", profondamente influenzata da mass-media a loro volta profondamente condizionati dalle élite economiche e politiche.
Nota: Alcune delle questioni giuridiche internazionali qui accennate sono state prese in esame in modo molto più approfondito in alcuni precedenti interventi dell’autore disponibili su questo stesso sito nel settore "Diritto internazionale" della tematica "Pace".
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