Oltre 9 miliardi di export bellico mentre guerre e fame aumentano nel mondo

Armi italiane: record di esportazioni

Presentata al Parlamento la Relazione annuale prevista dalla Legge 185/90 relativa all’anno 2025 sulle operazioni autorizzate e svolte in tema di esportazioni, importazioni e transito dei materiali di armamento. Si registra un aumento del 19% delle autorizzazioni rispetto al 2024.
10 aprile 2026
Redazione PeaceLink

Il governo italiano ha appena comunicato al Parlamento i numeri delle esportazioni di armi per l'anno 2025. I dati mostrano un nuovo primato: sono state autorizzate vendite di materiali militari per un valore complessivo di circa 11,1 miliardi di euro. Si tratta di un aumento del 19 per cento rispetto all'anno prima, quando già si era registrata una forte crescita. Negli ultimi quattro anni, le autorizzazioni sono aumentate dell'87 per cento. L'Italia diventa così sempre più protagonista del commercio mondiale di armi, piazzandosi al sesto posto tra i Paesi esportatori secondo gli studi del SIPRI, un importante istituto di ricerca internazionale. Aumenta la fame

La Relazione annuale prevista dalla Legge 185/90 è stata attentamente analizzata da Rete Italiana Pace e Disarmo che scrive in un suo report: "Nel 2025 il valore complessivo delle autorizzazioni per movimentazioni di materiali d’armamento ha raggiunto circa 11,141 miliardi di euro, di cui 9,164 miliardi in uscita dall’Italia e 1,977 miliardi in entrata".

Questi numeri arrivano in un momento in cui il mondo è segnato da guerre e tensioni: la guerra in Ucraina continua, il Medio Oriente è in fiamme per l'Iran, il Libano e Gaza. E proprio il Medio Oriente torna a essere la principale destinazione delle armi italiane, un'area dove i diritti umani sono spesso calpestati e dove i conflitti militari sono aperti.

Un dato salta all'occhio: la maggior parte delle armi italiane, oltre il 62 per cento, viene venduta a Paesi che non fanno parte dell'Unione Europea o della NATO. 

Il Kuwait è il primo cliente dell'Italia nel 2025. In Kuwait i militari italiani sono alloggiati in una base USA che recentemente è stata colpita dall'Iran. La presenza italiana sembra essere funzionale ad una cooperazione militare utile all'export bellico. Non a caso questo piccolo Paese del Golfo Persico, che nel 2024 era al 76esimo posto delle esportazioni militari italiane, è balzato in testa grazie a un unico contratto da 2,6 miliardi di euro per la costruzione di navi da guerra da parte dell'azienda Fincantieri. Questa singola vendita da sola vale quasi un terzo di tutte le esportazioni individuali italiane dell'anno. Subito dopo troviamo Germania (526 milioni), Stati Uniti (363 milioni), Francia (346 milioni), Regno Unito (345 milioni) e Ucraina (349 milioni). Sono presenti anche Paesi come India, Brasile, Indonesia e Singapore, che diventano mercati sempre più importanti per l'industria bellica italiana. E continuano a ricevere armi italiane anche Emirati Arabi Uniti, Turchia, Qatar e Turkmenistan, Paesi con governi autoritari e violazioni dei diritti umani documentate.

Il caso dell'Ucraina è particolarmente controverso. Nonostante il Paese sia in guerra dal 2022, l'Italia ha autorizzato vendite commerciali per 349 milioni di euro, facendo risalire l'Ucraina al quarto posto tra i clienti. La legge italiana 185 del 1990, che è una delle più avanzate al mondo, vieta di vendere armi a Paesi in conflitto armato. Eppure, per tre anni, il governo ha continuato ad autorizzare queste vendite senza fornire dettagli su quali armi vengano spedite. Va ricordato che queste sono vendite commerciali, diverse dalle forniture governative decise dal Parlamento per sostenere militarmente Kiev. Aumenta la fame

Per quanto riguarda Israele, la situazione è particolare. Nel 2025 non sono state rilasciate nuove autorizzazioni di vendita. Il governo italiano ha sospeso le nuove licenze a causa del modo in cui Israele conduce la guerra a Gaza. Questo è un fatto positivo. Tuttavia, le armi italiane continuano ad arrivare in Israele lo stesso. Si tratta di forniture autorizzate prima dell'ottobre 2023, quando è iniziata l'offensiva israeliana su Gaza. Nel 2025, sono state effettuate 228 spedizioni per un valore di circa 3 milioni di euro, più altre 296 operazioni di riesportazione per quasi 20 milioni di euro. In totale, oltre 22 milioni di euro di materiali militari italiani sono usciti verso Israele nell'ultimo anno, sfruttando vecchie licenze ancora valide. Inoltre, l'Italia continua a comprare armi da Israele: il 4,3 per cento di tutte le armi che entrano nel nostro Paese (circa 85 milioni di euro) proviene proprio da Israele. Quindi, nonostante la guerra e la sospensione delle nuove autorizzazioni, gli scambi militari tra i due Paesi non si sono mai fermati. Mentre a Gaza nel 2025 i bambini morivano di fame e venivano uccisi, le armi italiane continuavano ad arrivare a Israele.

La regina indiscussa dell'esportazione bellica italiana è Leonardo, che da sola vale il 54 per cento del totale, una quota quasi raddoppiata rispetto all'anno prima. Poi vengono IVECO Defence Vehicles (7,4 per cento), RWM Italia (4,6 per cento), un'azienda che produce bombe e munizioni già finita al centro di inchieste per aver venduto all'Arabia Saudita armi usate nello Yemen, e infine MBDA Italia (3,2 per cento). 

Anche le banche giocano un ruolo chiave. Il 66 per cento di questi movimenti di denaro è stato gestito da soli tre istituti: UniCredit, BNL e Deutsche Bank. Questo significa che pochissimi attori finanziari controllano la maggior parte dei soldi che alimentano il commercio di armi.

C'è infine una cattiva notizia in arrivo. In Parlamento è in discussione una modifica della legge 185/90 che ridurrebbe drasticamente la trasparenza. Il Senato ha già approvato, manca solo il passaggio alla Camera. Se la modifica venisse confermata, il governo non sarà più obbligato a comunicare al Parlamento i dati sui flussi finanziari delle banche.

La Rete Italiana Pace e Disarmo, che da anni monitora questi dati, chiede al Parlamento di respingere queste modifiche, di aprire un dibattito serio e di bloccare le esportazioni verso tutti i Paesi in guerra o che violano sistematicamente i diritti umani. La rete chiede anche una revisione delle vecchie licenze ancora attive, comprese quelle verso Israele, e una legge che finanzi la riconversione dell'industria bellica verso attività civili.

In sintesi, i numeri del 2025 raccontano di un'Italia che sceglie sempre più la strada del riarmo e del business della guerra. Un'Italia che vende armi al Kuwait, all'Ucraina in guerra, a regimi autoritari, e continua a rifornire Israele anche senza nuove licenze. Un'Italia che rischia di diventare ancora meno trasparente proprio mentre il commercio di armi batte tutti i record. La Costituzione italiana, all'articolo 11, dice che l'Italia ripudia la guerra. Questi numeri sembrano raccontare un'altra storia.

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