Quando il linguaggio diventa guerra

In difesa del popolo iraniano

Le dichiarazioni di Trump sono scandalose e vanno ripudiate assieme alla guerra che conduce da settimane ai danni della popolazione iraniana. Dire che “un’intera civiltà morirà stanotte” è quanto di più atroce e perverso possa essere detto da un capo di stato. Bene ha fatto il Papa a intervenire.
7 aprile 2026
Redazione PeaceLink

Trump minaccia il popolo iraniano

Dire che “un’intera civiltà morirà stanotte” non è solo irresponsabile. È un salto nel buio che normalizza l’idea stessa della catastrofe. È la spettacolarizzazione della guerra. È l'apocalisse usata come minaccia contro un intero popolo.

Le dichiarazioni di Trump sono scandalose e vanno ripudiate assieme alla guerra che conduce da settimane ai danni della popolazione iraniana.

Non siamo davanti a una semplice provocazione retorica. Siamo davanti a una visione del mondo in cui la guerra diventa evento, attesa, quasi destino inevitabile. Una visione che cancella il volto delle conseguenze: le vittime, i civili, i bambini, le città distrutte, le ferite che durano generazioni.

A questo linguaggio si è opposta con forza una voce morale autorevole come quella di Papa Leone XIV, che ha richiamato il principio fondamentale: non si può minacciare un intero popolo. Non è solo una questione di diritto internazionale. È, prima ancora, una questione etica. La parole di Amnesty International sono particolarmente importanti.

La storia del Novecento dovrebbe averci insegnato qualcosa. Le parole preparano il terreno. Creano consenso, o assuefazione. Rendono pensabile ciò che prima era impensabile.

Per questo è necessario reagire, con lucidità e fermezza. 

Non si può giocare con l’idea della distruzione di un popolo. Non si può evocare la fine di una civiltà come se fosse uno spettacolo da osservare.

Le parole possono aprire la strada all'apocalisse.

Sta a noi scegliere da che parte stare.

In difesa del popolo iraniano.

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