Attacco iraniano ai militari italiani in Kuwait
Un attacco iraniano del 15 marzo 2026 ha distrutto un drone nella base aerea di Ali Al Salem, in Kuwait. In quella base ci sono militari italiani, formalmente impegnati in una missione anti-ISIS. Ma dietro la cronaca dell'evento, emerge una realtà complessa e poco raccontata: quella di una base kuwaitiana dove i militari italiani e statunitensi vivono, pianificano e operano in una simbiosi operativa, condividendo gli stessi rischi in una regione incandescente. Cosa significa per l'Italia essere alleata localmente degli USA che muovono guerra all'Iran?
Militari italiani e americani nella stessa base militare in Kuwait
La notizia è rimbalzata sui media italiani nella tarda mattinata di domenica 15 marzo 2026: un drone della Task Force Air italiana è stato distrutto da un attacco con drone (o missile) rivendicato dall'Iran sulla base aerea di Ali Al Salem, in Kuwait. Per fortuna, nessun militare italiano è rimasto ferito. Il velivolo colpito, un MQ-9A "Predator" acquistato dagli Stati Uniti (valore di 30-35 milioni di euro), era in teoria utilizzato per le missioni di sorveglianza e intelligence della coalizione anti-ISIS.
Ma chi erano i veri bersagli di quell'attacco iraniano? E cosa ci facevano, esattamente, i nostri soldati in quella base?
La risposta apre uno squarcio su una realtà strategica di primaria importanza: la base di Ali Al Salem non è una base italiana, né americana. È una base kuwaitiana che ospita il contingente italiano (IT NCC Air / Task Force Air Kuwait) e il 386th Air Expeditionary Wing dell'US Air Force.
Un cortocircuito strategico
C'è un ulteriore elemento di complessità, emerso nei giorni precedenti l'attacco. Il governo italiano rispondeva in Parlamento sull'autorizzazione "per consentire agli Stati Uniti di utilizzare due basi militari italiane" (Aviano e Sigonella) per "operazioni di addestramento e logistica americane". Si discuteva degli accordi bilaterali del 1951, 1954 e 1995 .
Ma mentre in Italia si discuteva se concedere basi sul nostro territorio per supportare le operazioni USA (sia pure logistiche), in Iraq i soldati italiani venivano presi di mira proprio perché presenti in basi "americane". Un cortocircuito strategico di proporzioni enormi. E l'Italia, con i suoi militari in Iran, Kuwait, Qatar e Bahrein, è oggettivamente sulla linea del fuoco perché lavorano assieme ai soldati delle forze armate Usa impegnate nella guerra all'Iran.
Prima dell'attacco in Kuwait del 15 maggio ve ne è stato uno in Iraq alla base di Erbil nella notte fra l'11 e il 12 maggio.
L'attacco alla base di Erbil dell'11-12 marzo 2026, che ha preso di mira il contingente italiano di Camp Singara, ha aperto un interrogativo inquietante: è ragionevole mantenere i nostri militari "gomito a gomito" con le forze americane in basi che l'Iran considera legittimi obiettivi di guerra?
Una base condivisa, una missione comune
La questione si è riproposta con l'attacco iraniano alla base kuwaitiana di Ali Al Salem del 15 maggio.
Va detto che definire "stretta" la collaborazione tra italiani e americani ad Ali Al Salem è riduttivo. Si tratta infatti di una vera e propria integrazione operativa, che va ben oltre la semplice compresenza fisica.
Fin dall'arrivo dei caccia Eurofighter italiani ad Ali Al Salem nell'aprile 2021, i due contingenti hanno lavorato "insieme per fare brainstorming, progettare e coordinare i progetti". Oltre 85 ingegneri americani (provenienti da Air Force, Esercito, Marina) e italiani hanno collaborato per sviluppare le infrastrutture.
Nel marzo 2023, la Task Force Air italiana e il 386th AEW hanno condotto esercitazioni congiunte per validare concetti di "Agile Combat Employment" (ACE), strategie avanzate che permettono alle forze aeree di operare da basi con personale e risorse ridotte, aumentando flessibilità e resilienza. Esistono persino programmi di "immersione" nei reparti, come quello del febbraio 2020, in cui militari italiani e americani si sono scambiati procedure e conoscenze.
In pratica, alla base di Ali Al Salem, italiani e americani:
- condividono lo spazio e le infrastrutture, inclusi shelter (ripari) e aree operative;
- pianificano congiuntamente le attività, dalla logistica alle missioni;
- si addestrano insieme, sviluppando dottrine comuni;
- si proteggono a vicenda, come dimostra il fatto che la difesa aerea della base è una responsabilità condivisa e affidata anche a tecnologie italiane (come il sistema anti-droni Twin Gun Oerlikon, fornito da Rheinmetall Italia al Kuwait e accelerato proprio dopo l'attacco).
Il comandante del 386th AEW ha più volte sottolineato come il team italiano sia stato "determinante" per le operazioni della base, definendo il rapporto una "partnership di coalizione" che opera come una "squadra coesa".
Gli americani nel mirino iraniano
Questa simbiosi operativa getta una luce diversa sull'attacco del 15 marzo. L'Iran, attraverso il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), ha rivendicato l'operazione dichiarando di aver preso di mira "tre basi statunitensi" nella regione: Al-Harir in Iraq, Ali Al Salem e Camp Arifjan in Kuwait. L'attacco è stato battezzato "Operazione Vera Promessa 4" e presentato come una ritorsione per le recenti offensive congiunte di USA e Israele contro l'Iran.
Per Teheran, l'operazione è politica e funzionale: qualsiasi base è una "base americana", sia che ospiti americani sia che ospiti anche italiani. È il nemico principale a essere messo nel mirino. Ma nella realtà operativa, il drone (o missile) iraniano ha centrato uno shelter che ospitava un mezzo italiano, acquistato dagli USA: il Predator del Task Group "Araba Fenice".
Questo dettaglio è cruciale. Gli iraniani non hanno deliberatamente preso di mira l'Italia come nazione. Hanno colpito una base che considerano legittimo obiettivo militare in quanto hub della coalizione nemica. Nel tempo, la base ha ospitato anche forze canadesi, britanniche, riferisce l'Ansa. Il fatto che il danno materiale sia ricaduto su un alleato degli USA è stato, per così dire, un "danno collaterale" della loro strategia. Ma è un danno che racconta la realtà della guerra contemporanea: in basi come Ali Al Salem, i rischi sono condivisi esattamente come gli obiettivi e le responsabilità.
I numeri della presenza italo-americana in Kuwait
La base di Ali Al Salem ospita una parte consistente dei 13.500 militari statunitensi distribuiti nelle tre basi kuwaitiane (ci sono anche le basi di Camp Arifjan e Camp Buehring); e lì nella base colpita c'erano oltre trecento militari italiani, ora in parte evacuati. A seguito dell'attacco e dell'inasprirsi della situazione di sicurezza, l'Italia ha infatti proceduto a un "diradamento" del personale, trasferendo 239 militari in Arabia Saudita e lasciando ad Ali Al Salem un contingente ridotto a circa 82 unità, quelle essenziali per garantire la continuità delle attività operative.
La mancata intercettazione dell'attacco iraniano
Si è trattato di un attacco complesso: l'Iran ha parlato di un lancio coordinato di "missili e droni potenti".
L'Italia aveva previsto la fornitura al Kuwait del sistema anti-droni Twin Gun Oerlikon (prodotto da Rheinmetall Italia). Ma la consegna è prevista per ottobre 2026. Al momento dell'attacco le difese della base non includevano ancora quel sistema.
Gli interessi strategici ed economici della missione italiana in Kuwait
La presenza italiana in Kuwait non si spiega solo con la lotta all'ISIS. Dietro c'è un disegno strategico e diplomatico di lungo respiro, che intreccia politica ed economia.
Ali Al Salem è un hub regionale: per l'Italia è una "porta d'accesso" che permette di costruire rapporti economici e militari. Ali Al Salem è una base per affari: il rapporto con il Kuwait si concretizza in importanti contratti. Il più rilevante è il programma Eurofighter Typhoon: il Kuwait ha ordinato 28 caccia (la più grande commessa estera di Leonardo) e la consegna è stata completata a fine 2025. Per gestire il supporto post-vendita è stata creata Leonardo Aviation Services (LAS), una società kuwaitiana a tutti gli effetti che opera proprio sulla base di Ali Al Salem, fianco a fianco con la Kuwait Air Force. A questo si aggiungono export italiani in Kuwait per 1,85 miliardi di euro nel 2025 (+50,9%), che ci rendono il primo fornitore europeo del Paese.
In sintesi, l'Italia ad Ali Al Salem non è solo un "alleato" che segue gli USA. È un partner strutturale, con propri interessi economici e strategici, che condivide rischi e responsabilità in una delle aree più calde del pianeta. L'attacco del 15 marzo è stato un duro promemoria che questa scelta comporta dei rischi e dei costi quando si finisce per entrare nel mirino di qualcuno, anche se non si è il bersaglio principale.
A questo punto, l'interrogativo per tutti coloro che si occupano di informazione e di pace è obbligato: è ragionevole mantenere i soldati italiani in basi "condivise" con un esercito, quello americano, che è in guerra aperta con l'Iran?
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