Nel 2003 i pacifisti avevano ragione e ce l'hanno anche oggi

La guerra di Trump in Iran sarà un disastro come quella di Bush in Iraq?

Nel 2003 chi avvertì i rischi di un disastro militare e umanitario aveva visto giusto. Valeva la pena riflettere allora. Vale ancora più riflettere oggi prima che sia troppo tardi. PeaceLink si è schierata contro la guerra nel 2003. Lo fa di nuovo oggi.
15 marzo 2026
Redazione PeaceLink

Gli storici sono quasi unanimi: la guerra in Iraq del 2003, voluta da George W. Bush, è stato uno dei più grandi disastri strategici, umanitari e geopolitici della storia recente. A 23 anni di distanza, mentre gli Stati Uniti di Donald Trump si sono "avvitati" in un nuovo conflitto armato contro l'Iran, la domanda che molti osservatori si pongono è inevitabile: si stia per ripetere lo stesso errore? Per rispondere, occorre prima fare i conti con la storia.

Il bilancio della guerra in Iraq: un disastro su tutti i fronti

L'invasione dell'Iraq fu giustificata con la presunta presenza di armi di distruzione di massa — biologiche, chimiche, nucleari — nelle mani di Saddam Hussein. Fu una menzogna. La verità venne manipolata.  

Colin Powell, allora Segretario di Stato USA (corrispondente a quello che in Italia è il ministro degli Esteri), il 5 febbraio 2003 presentò per conto degli Stati Uniti al Consiglio di Sicurezza dell'ONU le presunte prove delle armi di distruzione di massa irachene. La "fialetta" tenuta in mano da Colin Powell il 5 febbraio 2003 davanti al Consiglio di Sicurezza ONU era una fiala contenente polvere bianca. Usata come "prova" per sostenere l'esistenza di armi di distruzione di massa (ADM) in Iraq per giustificare l'invasione, si rivelò poi un falso intellettuale. Lo stesso Powell ha definito in seguito quel discorso "una macchia" sulla sua carriera. Quelle armi dell’apocalisse non vennero mai trovate. Ma venne avviata la guerra sulla base di un falso. Il primo maggio 2003 Bush apparve sulla portaerei USS Abraham Lincoln sotto lo striscione "Mission accomplished”: missione compiuta. Era una dichiarazione prematura quanto surreale. L'Iraq sprofondava nel caos: saccheggi, dissoluzione dello Stato, guerra settaria tra sciiti e sunniti, e infine la nascita di Al-Qaeda in Iraq, il gruppo che avrebbe poi generato l'ISIS. La missione era tutt'altro che compiuta. Era appena iniziata la catastrofe.

I numeri di quella guerra parlano da soli. Le stime sui morti iracheni variano enormemente a seconda delle fonti e delle metodologie, ma oscillano tra 160 mila e 600 mila. Gli studi pubblicati da The Lancet sulla mortalità in Iraq post-2003 hanno stimato circa 100.000 morti in eccesso entro il 2004 e oltre 600.000 entro il 2006, cifre nettamente superiori ai conteggi ufficiali.

Dall'altra parte, il numero totale di soldati statunitensi deceduti durante l'intera operazione "Iraqi Freedom" è vicino alle 4.000 unità, con oltre 58.000 feriti o gravemente ammalati.

Il costo economico della guerra in Iraq (dal 2003) è stato immenso, stimato in 2970 miliardi di dollari. Ne basterebbero 400 all'anno per bloccare la fame nel mondo per un anno.

L'immenso costo della guerra non comprende solo le spese militari USA ma anche gli interessi sul debito e l'assistenza ai veterani. Dopo l'inizio dell'invasione dell'Iraq nel 2003, il fenomeno dei suicidi tra i soldati statunitensi e i veterani è diventato un'emergenza sanitaria e sociale significativa. Già all'inizio del 2004, il Pentagono ammise un aumento dei suicidi tra le truppe dispiegate in Iraq, con almeno 21 soldati suicidatisi nei primi mesi di occupazione (maggio 2003 - gennaio 2004).

L'eredità geopolitica è stata devastante. La guerra ha destabilizzato l'intero Medio Oriente, creando un vuoto di potere che l'ISIS ha poi riempito. Tutto ciò ha eroso la credibilità degli Stati Uniti nel mondo e violato apertamente il diritto internazionale, essendo condotta senza mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La Francia e la Germania si erano opposte. L'ONU aveva chiesto tempo, gli ispettori stavano ispezionando l’Iraq per verificare se ci fossero armi di distruzione di massa. Tutto fu ignorato e Bush volle la guerra.

Lo stesso schema oggi

Nel 2026 la narrazione che accompagna la crisi iraniana riproduce con inquietante fedeltà quella del 2002-2003. Il pretesto è sempre lo stesso: lo spettro dell'arma nucleare. L'Iran, si dice, sta per dotarsi della bomba atomica. L'orologio sta ticchettando. La comunità internazionale non può permettersi di aspettare. È necessaria un'azione immediata. Abbiamo già sentito queste parole. Le abbiamo sentite su Saddam Hussein. Falso era il documento nigeriano sull'acquisto di uranio. Inventati erano anche i "45 minuti" entro cui l'Iraq avrebbe potuto lanciare un attacco con armi di distruzione di massa. Era tutto falso.
Nel caso dell'Iran, la situazione è più complessa. L'Iran ha effettivamente un programma di arricchimento dell'uranio avanzato, che nel 2025 ha raggiunto livelli di purezza vicini al 60%. Ma — ed è un "ma" fondamentale — non è la stessa cosa di possedere una bomba atomica. Trump ha rifiutato anche la recente proposta di mediazione: il trasferimento dell'uranio arricchito in Russia.

Il JCPOA sabotato: la diplomazia come vittima della politica USA

C'è un elemento che rende il caso iraniano inquietante come quello iracheno: esisteva una soluzione diplomatica, ed è stata intenzionalmente distrutta. Nel 2015, dopo anni di negoziati, l'accordo JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action) fu firmato da Iran, Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Germania e Regno Unito. L'Iran si impegnava a ridurre drasticamente il suo programma nucleare in cambio della revoca delle sanzioni internazionali. L'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica ha certificato ripetutamente che l'Iran rispettava i propri impegni. Nel maggio 2018, Donald Trump ritirò unilateralmente gli Stati Uniti dall'accordo, reintrodusse le sanzioni e impose un regime di "massima pressione" economica sull'Iran. Il risultato fu prevedibile: l'Iran, non avendo più nulla da guadagnare dal rispetto dell'accordo, iniziò gradualmente ad aumentare il proprio arricchimento. La spirale di escalation era ripartita. È difficile non vedere in questo schema una strategia deliberata: si sabota la diplomazia, si provocano risposte, e si usano quelle risposte come giustificazione per azioni militari. È la profezia che si autoavvera. Ed è lo stesso meccanismo che, in Iraq, portò a non dare tempo agli ispettori dell'ONU — guidati da Hans Blix — di completare il loro lavoro, perché avrebbero potuto dimostrare l'assenza delle presunte armi di distruzione di massa.

Perché questa guerra sarebbe un disastro ancora peggiore rispetto al 2003 La guerra di Trump in Iran è un disastro

Il Pentagono aveva avvisato Trump sul fatto che una guerra all'Iran non sarebbe stata semplice da vincere. L'Iran oggi ha una struttura militare più solida rispetto all'Iraq del 2003. Ma Trump ha ignorato il parere dei militari ritenendo che sarà possibile "vincere facilmente". E così, spiega il generale Maurizio Boni, è stato sottovalutato il rischio di una guerra in Iran.

Se la guerra in Iraq è stata un disastro, una guerra contro l'Iran rischierebbe di essere molto peggio. Per almeno quattro ragioni.

Prima ragione: la dimensione. L'Iran è un paese di 88 milioni di abitanti, con forze armate significative, capacità missilistica avanzata, una rete di alleanze regionali (Hezbollah in Libano, Hamas a Gaza prima della sua disfatta, gli Houthi in Yemen, milizie in Iraq e Siria). Un'invasione dell'Iran non sarà una passeggiata militare, come tenta di far credere Trump.

Seconda ragione: il rischio di allargamento del conflitto. L'Iran confina con Iraq, Afghanistan, Pakistan, Turchia, Armenia e Azerbaijan. Nel Golfo Persico si trovano basi militari americane. Un conflitto armato in quella regione ha ripercussioni immediate sul prezzo del petrolio per via delle rotte marittime dello Stretto di Hormuz (attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale).

Terza ragione: la lezione della Corea del Nord. Se l'invasione dell'Iraq ha insegnato qualcosa ai regimi autoritari del mondo, è questa: chi ha la bomba atomica non viene invaso. Chi non ce l'ha, sì. La Corea del Nord ha tratto esattamente questa conclusione, accelerando il proprio programma nucleare dopo il 2003. Un attacco militare all'Iran potrebbe produrre lo stesso effetto: convincere definitivamente la leadership iraniana che solo il possesso di un deterrente nucleare può garantire la sopravvivenza del regime.

Quarta ragione: la popolazione civile. L'Iran non è il suo governo. Sono 88 milioni di persone, molte delle quali — come dimostrano le proteste del movimento "Donna, Vita, Libertà" del 2022 — aspirano a una società più libera e aperta. Una guerra devasterebbe quella popolazione, rafforzando paradossalmente il regime nel nome della difesa nazionale contro l'aggressione straniera. In Iraq l'invasione americana non liberò il popolo iracheno ma lo fece precipitare in anni di violenza settaria e di miseria.

La domanda che dobbiamo porci

La guerra di Trump in Iran sarà un disastro come quella di Bush in Iraq? L'Iran riuscirà - differentemente dall'Iraq - a reggere all'attacco militare americano? Nessuno può saperlo con certezza. La storia non si ripete in modo meccanico, e ogni conflitto ha le sue specificità. Niente "boots on the ground" in Iran, ad esempio, a differenza del 2003 in Iraq. L'espressione idiomatica inglese che significa "uomini sul campo". Trump non sembra per ora voler inviare soldati, anche perché l'opinione pubblica americana è contraria in generale a questo intervento

Nonostante tutti gli elementi di incertezza presenti in questa nuova guerra, ciò che possiamo dire con certezza è questo: i prerequisiti per un disastro ci sono tutti. Il pretesto del pericolo nucleare gonfiato oltre la realtà. L'accordo diplomatico sabotato invece di rinegoziarlo. La retorica dell'urgenza che preclude il dibattito. La pressione di Israele che ha interesse per un cambio di regime a Teheran. La resistenza di Russia e Cina nell'ambito del Consiglio di Sicurezza che rende impossibile un mandato ONU. La mancanza di un piano credibile per il "dopo". Nel 2003, chi avvertì di questi rischi aveva ragione. I pacifisti avevano ragione. Valeva la pena riflettere allora. Vale ancora più la pena ascoltare voci simili oggi, prima che sia troppo tardi. PeaceLink si è schierata contro la guerra nel 2003. Lo fa di nuovo oggi.

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