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Bophal, Rashida Bee la donna che fa paura alla Dow Chemichal

La notte del 2 dicembre 1984 una nube tossica fuoriuscì dagli impianti dell'Union Carbide. Intervista alla fondatrice del movimento di donne che chiede giustizia per le oltre 20mila vittime. La multinazionale americana ha sempre negato ogni responsabilità
27 aprile 2005 - Gianni Ventola Danese

rashida bee a sinistra Rashida Bee (nella foto a sinistra), data in moglie dalla famiglia a 13 anni, analfabeta, il suo mondo era limitato a pochi chilometri quadrati intorno alla stanza dove abitava con i suoi famigliari, a Bophal, India. Dicono che fosse una città molto bella, Bhopal. E' una capitale di Stato, il Madya Pradesh. Geograficamente, è a metà strada esatta fra Bombay e Delhi. A Bhopal la vita di Rashida cambia per sempre quando una nube di isocianato di metile fuoriesce dagli impianti della Union Carbide Corporation (UCC), ora Dow Chemical. Era la notte del 2 dicembre 1984. 7000 morti, subito. Non avranno il tempo di rivedere un'altra alba. Con il tempo i decessi saliranno a 20mila. Centinaia di migliaia gli intossicati a vita. Rashida sopravvive ma da quel giorno lotta, vent'anni, per ottenere giustizia. Organizza insieme a Champla Shukla il primo sindacato femminile. A capo di un movimento di donne marcia e protesta per chiedere giustizia per Bhopal. E' donna. E' analfabeta. E' povera. Nonostante tutto Rashida continua a lottare, è testarda. Riesce a portare all'attenzione mondiale lo scandalo di un assassinio di massa, tuttora impunito, perpetrato da una multinazionale. Nel 2002 gli viene assegnato il premio Goldman, il Nobel dell'attivismo ambientale. A 20 anni dalla tragedia l'abbiamo incontrata, ospite dei lavori dell'assemblea nazionale di Amnesty Italia, per fare un bilancio di questa storia.

Signora Rashida, per prima cosa vorrei sapere se ad oggi c'è stato un risarcimento danni da parte della UCC.

Sono stati stanziati 470 milioni di dollari, una cifra insufficiente se pensiamo che si è tradotta in una quota di appena 500 dollari per ogni persona colpita delle conseguenze dell'incidente.

Solo 500 dollari? Questa cifra è sufficiente per curare le conseguenze dell'intossicazione?

No. Curarsi costa molto, molto di più di 500 dollari. Ma la condizione di molte persone è peggiorata anche perché la UCC ha dichiarato con un ritardo di un anno il tipo di veleno fuoriuscito dai suoi impianti, e questo ha impedito che si applicassero da subito le cure migliori. Ora i medici possono curare le vittime sapendo il tipo di intossicazione…

Mi sta dicendo che le conseguenze sulla salute si risentono ancora oggi?

Oggi le conseguenze sono peggiori di quelle che si sono verificate in un primo momento. Quelle che erano delle bambine all'epoca ora sono donne senza il ciclo mestruale, non possono più avere bambini, e quelle che ci riescono danno spesso alla luce neonati con gravi malformazioni. Non solo. Le vittime oggi accusano problemi al fegato, allo stomaco, i bambini hanno carenze ematiche, le madri non possono allattare, il loro latte è avvelenato… E poi ci sono i tumori… nella mia famiglia sei persone sono morte di tumore. Il problema è che l'intera area di Bophal è stata abbandonata a se stessa, non è stata bonificata e l'impianto della UCC non è stato smantellato… è ancora lì.

E il governo indiano?

Il governo finora non ha mai appoggiato la nostra campagna per salvare Bophal, né tanto meno ha mai fatto alcuna dichiarazione contro la UCC, perché teme di perdere l'appoggio di tutte le multinazionali che oggi investono in India. Tutti gli aiuti giunti finora a Bophal sono arrivati grazie alla mobilitazione delle migliaia di donne che si sono unite nel movimento…

Mi scusi, ma gli uomini?

Siamo solo donne per due ragioni. La prima è perché sono stati soprattutto i bambini a soffrire delle conseguenze del disastro e molte madri oggi chiedono ancora giustizia. La seconda è pratica: gli uomini non possono unirsi al movimento perché devono lavorare.

E' cambiato qualcosa dopo l'incidente nella legislazione che controlla l'operato delle multinazionali?

Niente. Non è cambiato niente, tanto è vero che lo stabilimento UCC è ancora al suo posto, continuando a inquinare il terreno e la falda acquifera. Oltre 20mila persone a Bhopal bevono quell'acqua che lo Stato indiano non si è mai preoccupato di renderla potabile. Il vice di Kofi Annan ci ha promesso un impegno affinché l'India adotti una legislazione più rigorosa. Stiamo aspettando.

Favorendo le multinazionali in questo modo non si rischia di creare altre situazioni di pericolo?

E' proprio questo il pericolo. Altre due compagnie chimiche si sono installate nei pressi di Madras e i rischi sono gli stessi. Siamo andati per questa ragione più volte a manifestare davanti ai cancelli non solo per chiedere più sicurezza, ma anche per avvertire la popolazione dei rischi che sta correndo. Noi vogliamo che il parlamento indiano scriva delle leggi che proteggano la popolazione da disastri come quello di Bophal, leggi che a distanza di 20 anni, ancora non ci sono.

Quindi i dirigenti della UCC ricevono di fatto una copertura da parte del governo indiano?

Sì, e ne è prova che nonostante una serie di rapporti che evidenziavano gravi lacune nella sicurezza degli impianti, Warren Anderson, il presidente della UCC, non è mai stato posto nelle condizioni di riconoscere le sue responsabilità, cercando di attribuire il disastro a un improbabile atto di sabotaggio. Convocato in tribunale in India, non si è mai presentato. Tuttora nessuno sa dove sia.

Niente processo dunque?

No. Ma io spero che un giorno si possano portare in tribunale i responsabili, anche perché la nostra campagna ha fatto conoscere la verità al mondo, e contiamo sull'opinione pubblica mondiale affinché si ottenga giustizia. Non solo. Ma anche in India ora c'è più consapevolezza dei rischi e sovente si manifesta per ottenere condizioni di lavoro più sicure.

E' così difficile essere ascoltate in India?

Il maggiore ostacolo è il governo. Noi ci stiamo provando e continueremo a farlo protestando di fronte ai palazzi istituzionali. Abbiamo deciso di vestirci ognuna con un indumento rosso, perché è il colore del sangue, e dal 2001 portiamo con noi delle scope per comunicare che vogliamo solo pulizia e trasparenza, non solo in campo ambientale. Dopo una lunga serie di ostracismi, siamo riuscite a vincere delle cause in tribunale, ma purtroppo è stato ancora il governo indiano a ostacolarci, facendo appello e contestando le sentenze.

Sul sito della Dow l'unica volta che compare la parola Bophal è per denunciare il danno di immagine per la multinazionale. Vorrei un suo commento.

Un danno di immagine? Be'… in fondo è quello che stiamo cercando di fare da 20 anni. Vede, noi vogliamo solo giustizia, e vorremmo quindi che la UCC, ora Dow, ammettesse le sue responsabilità affrontando un pubblico processo. Se avesse scelto questa linea da subito probabilmente il danno di immagine non ci sarebbe stato. Oggi non è più una questione di danno o di risarcimenti, a noi interessa ottenere una legge che tuteli i diritti umani e per questo impegno molte donne hanno lasciato alle spalle la loro normale vita quotidiana.

L'intervista finisce. Rashida si allontana avvolta nel suo sari, si congeda con un sorriso per fare ritorno in India, per continuare la sua lotta. Sono passati 20 anni, ma i morti di Bophal non si possono cancellare dalla memoria della storia. Non si può cioè ridimensionare l'intero significato morale e umano della vicenda, ma sottoporlo nuovamente alle istituzioni internazionali per affrontare in sede legislativa il problema dei diritti umani, anche in relazione alle dinamiche di delocalizzazione delle multinazionali e al controverso tema della responsabilità sociale delle imprese. Ci sono in questo senso dei segni incoraggianti: la decisione del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di trasferire alla Corte Penale Internazionale la competenza sui crimini nel Darfour, come anche il progetto di Kofi Annan a favore di una riforma della commissione per i diritti umani che ne ricostruisca la credibilità.

Come sostiene Marco Bertotto, presidente della Sezione Italiana di Amnesty International, «il caso Bophal rappresenta una bella storia per raccontare un problema più ampio che è quello della responsabilità delle imprese nel campo dei diritti umani, ma la lotta al terrorismo ha monopolizzato l'agenda internazionale e il tema dei diritti umani è diventato tema di secondaria importanza, anzi, alle volte sacrificabile sull'altare delle politiche nazionali in tema di sicurezza, come accade di fatto in Nepal, negli Stati Uniti e altrove. E c'è anche una evidente componente economica. Se Ciampi va in Cina e propone per l'Italia la sospensione dell'embargo sulla vendita delle armi che l'Unione europea aveva imposto dopo i fatti di Tien An Men, non è perché oggi la Cina più di ieri rispetti i diritti umani, ma è solo per una evidente ragione economica».

Si discute spesso sulla definizione di terrorismo, ma c'è una cosa in comune tra due aerei che si schiantano contro le torri e una nube tossica che per colpevole negligenza provoca più di 20mila morti: il disprezzo della vita umana.

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