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Fonte: www.ilmanifesto.it
17.05.06

Iraq Nell'Iraq centrale e meridionale la temperatura ha raggiunto e superato i 50 gradi; secchi a Baghdad, umidi a Basra. In simili condizioni la mancanza d'acqua per molte ore al giorno e i prolungati blackout elettrici infliggono inimmaginabili disagi alla vita, già appesa a un filo, delle categorie sociali meno abbienti, che non sono in grado di procurarsi generatori di corrente - almeno per far funzionare un ventilatore - né di avere pozzi autonomi - almeno per assicurarsi qualche decina di litri di acqua al giorno. Quando l'acqua arriva, berla aggiunge un rischio ai tanti corsi ogni ora perché la potabilizzazione è insufficiente. Occorre farla bollire, ma le bombole del gas a disposizione non sono tante e per ottenerle, mettersi in coda sotto il sole è la norma. E poi, nessuna bollitura può sconfiggere l'inquinamento chimico, in una situazione in cui la depurazione da parte degli acquedotti è pregiudicata dalla penuria di materiali e pezzi di ricambio. Presi dall'emergenza idrica, elettrica e climatica, dalla penuria alimentare (le razioni governative sono quasi scomparse, come ha testimoniato nel corso della sua visita in Italia Maha Abdul Latif Al Hadethi, docente universitaria che la sera prepara le lezioni a lume di candela), dal pensiero delle autobombe come delle raffiche «accidentali» ai posti di blocco, gli iracheni non si stanno certo a preoccupare dei veleni nucleari e chimici che potrebbero pregiudicare il loro futuro dopo aver già provocato negli anni di embargo un altrimenti inspiegabile aumento dei casi di cancro, tumori, malformazioni infantili, leucemie.

Ha modo di inquietarsi, invece, il Programma ambientale delle Nazioni unite (Unep) per il quale i problemi ecologici dell'Iraq sono fra i peggiori al mondo. Pekka Haavisto, ex ministro dell'ambiente finlandese e ora presidente della task force Unep che si occupa del paese, ha dichiarato di recente alla Reuters che «un intervento per risanare è praticamente impossibile in queste condizioni di sicurezza; le sostanze chimiche percolano nelle falde acquifere, i pericoli per la salute aumentano ma non si possono fare confronti con altre situazioni post-guerra: dopo la guerra del Kosovo si poté intervenire con opere di protezione soprattutto del fiume Danubio, ma non è possibile in Iraq».
Le due guerre precedenti e dodici anni di dure sanzioni avevano già reso il paese incapace di mantenere benché minimi standard ambientali, anche per la mancanza degli equipaggiamenti necessari. La situazione peggiorò dopo l'invasione del 2003, quando per la seconda volta gli Stati uniti utilizzarono contro il paese proiettili a uranio impoverito (nel 1991 furono 300 tonnellate in totale; nel 2003 nessuno lo sa) e nell'immediato dopoguerra i saccheggi e gli incendi ai danni di diverse infrastrutture provocarono enormi sversamenti e fumi tossici. Haavisto ha sottolineato il pericolo rappresentato dalla raffineria di Dora, a ridosso di Baghdad, dove secondo una ricerca dell'Onu furono bruciati 5.000 barili di sostanze chimiche, fra cui il piombo tetraetile. E a sud di Baghdad, dall'enorme (22 chilometri quadrati) complesso di Tuwaitha sparirono migliaia di barili di materiale nucleare stoccato. I siti contaminati comprendono anche un'area militare di 77 chilometri quadrati, e per i saccheggi delle fabbriche di cemento e di fertilizzanti e pesticidi di cui l'Iraq era un grande produttore. A ciò si aggiungono le numerose perdite di petrolio dagli oleodotti. Per Haavisto, «tutte queste sostanze sono un grande rischio per il futuro del paese, e più passa il tempo più si fanno temibili le conseguenze sanitarie». Non c'è stata finora alcuna bonifica e anche le valutazioni hanno riguardato solo alcuni siti. Già diversi mesi fa - ne avevamo riferito su terra terra - erano state annunciate missioni di verifica sul campo, coordinate dall'Onu insieme al ministro dell'ambiente iracheno. Queste sono finalmente partite e vanno avanti con il lavoro di centinaia di tecnici iracheni; malgrado le difficoltà e le minacce.

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