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Un documento delle Nazioni Unite fa luce sulla necessità di preoccuparsi della più importante delle risorse vitali

Perché quella per l’acqua è la sfida più difficile che sta affrontando l’umanità

11 novembre 2006 - Paul Vallely
Fonte: “The Indipendent on-line”
http://news.independent.co.uk/world/politics/article1962786.ece - 10 novembre 2006

I ragazzi della Grace Revival School non devono fare troppa strada per raggiungere i gabinetti. Basta che si alzino dai loro sgangherati banchi e si spostino appena fuori dalle aule di lamiere ripiegate, verso l’enorme cumulo di sterco che si staglia davanti all’edificio.
Non ci sono latrine per i 74.000 abitanti che vivono nella zona di Kibera, il più miserabile dei quartieri africani, che giace su entrambi i lati della principale linea ferroviaria fra Nairobi e Mombasa, sugli altopiani kenioti.

Le persone usano lì, quelli che sono chiamati, con una certa dose di umor nero, “bagni volanti”. Defecano in una busta di plastica che poi gettano per strada o in un grosso letamaio. Alcune persone si recano in questi cumuli ed evacuano lì direttamente. Il cumulo più vicino alla Grace School è alto circa 20 piedi e misura un quarto di un campo da calcio.

Il tanfo è qualcosa di inimmaginabile. Quando piove, un disgustoso liquido nero scorre giù da quest’ammasso e, attraverso la scuola, invade i sudici pavimenti delle aule. Si infiltra nelle tubature degli impianti di acqua potabile, che si trovano al di sotto del mucchio stesso.

Racconta di più questa storia di quanto potrebbe farne una di pornografia della povertà. Essa ha un significato, che è l’unico reso più “garbato” dal Rapporto Annuale delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Umano, che sarà pubblicato domani. La storia di Kibera non è che un esempio puro e semplice di quella che è forse la più grande sfida sulla strada dello sviluppo che sta affrontando l’umanità.

Più di un miliardo di persone vive senza poter usufruire di acqua potabile. Circa 2.6 miliardi-metà della popolazione mondiale in via di sviluppo- non hanno accesso ai servizi igienici. Questi due problemi sono legati in modo inestricabile, in quanto la mancanza dei servizi igienici rende praticamente inevitabile la contaminazione dell’acqua potabile.

Dall’inizio del 21° secolo, 5.000 bambini sono morti ogni giorno a causa della mancanza di acqua pulita. E’ questo il motivo per cui, nello squallido ghetto di Kibera, dove imperversano tifo e dissenteria, Kevin Watkins, capo ricercatore del rapporto delle Nazioni Unite, ha trovato che i tassi di mortalità infantile sono otto volte più alti di quelli rilevati in tutti gli altri quartieri di Nairobi.

Sappiamo, dalla nostra stessa storia, che il provvedere a che siano assicurati servizi igienici e acqua pulita, è la più grande piccola cosa che si può fare per un povero. La dissenteria, il tifo e il colera hanno ucciso anche più bambini a Manchester e a Londra agli inizi dell’età Vittoriana, di quanto non accada oggi in Africa. Il crescere della ricchezza accrebbe rapidamente il reddito, ma la mortalità infantile ne risentì solo marginalmente- fino all’introduzione delle fogne. E fu così a New York, a Birmingham e a Parigi.

Acqua e servizi igienici sono fra le medicine preventive più efficaci a nostra disposizione per ridurre la diffusione di malattie infettive. La presenza di un bagno con acqua corrente in casa, indica il rapporto ONU, riduce di oltre il 30% la probabilità di morte infantile. Le fognature salvano più vite di qualsiasi antibiotico. Sorprendentemente, malgrado uno degli obiettivi del programma delle Nazioni Unite “Millennium Development” fosse quello di dimezzare la quota di persone senza accesso all’acqua e ai servizi igienici, l’ammontare di aiuti per questo settore, stando alla Commissione per l’Africa, è crollata del 25% negli ultimi dieci anni.

Il problema ha duplice natura. Da una parte, riguarda il fatto che le cancellerie dei paesi occidentali non danno un grande risalto a questo tipo di materie. Dall’altra, che la maggior parte dei governi Africani e Asiatici non identifica la questione come prioritaria; in Etiopia gli stanziamenti per le spese militari sono 10 volte quelle previste per acqua e servizi. Il Pakistan spende 47 volte di più per le armi che non per la costruzione di fognature o per la fornitura di acqua pulita.

Perché? Perché quelle dell’acqua e dei servizi igienici sono questioni che colpiscono in modo del tutto sproporzionato i più poveri, in particolare donne e bambini- ceti sociali che non hanno alcun legame politico rilevante con le elites urbane del Terzo Mondo.

Il potere ruota intorno all’acqua. A livello politico, l’esempio maggiormente calzante di ciò, stando a quanto illustra il rapporto, riguarda il fatto che gli israeliani prendono sei volte il quantitativo d’acqua dalla West Bank, di quanto non faccia la popolazione palestinese locale. Ma possono farsi anche esempi quantificabili economicamente. In Ghana i più poveri, che utilizzano condotte idrauliche fornite da aziende private, pagano il triplo del prezzo medio delle condotte idrauliche per l’allacciamento alle proprie abitazioni. A Kibera, lo pagano cinque volte di più. Coloro i quali vivono nelle baraccopoli più squallide del mondo, pagano un litro d’acqua più di quanto non facciano i cittadini di New York e Londra. La regola perversa che vige sui mercati dell’acqua è che più sei povero, meno ne avrai e più la pagherai.

Le risorse finanziarie necessarie per centrare il Millennium Development Goal di dimezzare il numero di persone senza accesso all’acqua potabile, dovrebbero aggirarsi intorno ai 10 miliardi di dollari all’anno per i prossimi dieci anni.

Ciò richiede uno sforzo serio e delle strategie specifiche. Lo sviluppo economico generale non è sufficiente. Basta mettere a confronto l’India- che sta vivendo un periodo di boom economico, ma è ancora in ritardo su acqua potabile e sistema fognario- e il Bangladesh, che cresce di meno, ma ha sviluppato efficaci politiche per l’acqua. La popolazione in India sta diventando più ricca, ma non più sana. Circa 700 milioni di persone soffrono per la mancanza di servizi igienici adeguati, e in metropoli quali Delhi e Mumbay, l’intero sistema è ormai al collasso, con i fiumi che si stanno trasformando in fogne fetide. Risultato, la mortalità infantile è scesa di appena il 22%, a fronte del 40% del ben più povero Bangladesh.

Il rapporto dell’Onu è ricco di esempi di strategie che hanno funzionato e di altre che hanno fallito. Vengono citate storie di successo in paesi come Thailandia, Sri Lanka e Vietnam, così come buone notizie provengono dal Sud Africa, dove un tempo l’acqua era uno dei simboli dell’apartheid, ma dove oggi è stato realizzato un sistema che introduce vincoli di inalienabilità per questa risorsa. Tutto ciò, indica il rapporto, potrebbe essere attuato in tutto il mondo, nel momento in cui i governi cominciassero a legiferare sull’acqua considerandola un diritto umano fondamentale, con una quantità minima garantita di 20 litri al giorno per persona.

Per riuscirci , è scritto nel documento ONU, bisognerebbe aumentare gli stanziamenti per l’acqua di circa 4 miliardi di dollari all’anno. Meno di quanto l’intera Europa spende in bottiglie d’acqua minerale.

UN PO’ DI NUMERI

Un cittadino medio britannico fa scorrere 50 litri d’acqua al giorno per il bagno, dieci volte di quanto fanno la maggior parte degli Africani per bere e lavarsi.

Un sesto della popolazione mondiale manca di acqua pulita e un terzo di servizi igienici, intesi come semplici latrine, non come sistemi di fognature.

Un europeo medio consuma 200 litri d’acqua al giorno, contro i 20 (o meno) a persona e al giorno in Africa. (Gli Americani ne consumano 400 al giorno).

1.8 milioni di bambini sotto i cinque anni muoiono per diarrea causata da acque contaminate.

Per ogni dollaro speso in fognature se ne risparmiano 8 per mancata produttività.

I 10 miliardi di dollari di cui necessita il programma Millennium Development Goal affinché si dimezzi il numero di persone senza accesso all’acqua pulita equivale a cinque giorni di spese in armamenti nel mondo.

Note:

Tradotto da Luciano Elia per www.peacelink.it. Il testo e' liberamente utilizzabile per scopi non commerciali citando la fonte (Associazione PeaceLink), l'autore ed il traduttore.

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