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Interrogazione parlamentare

Per la liberazione dei tecnici dell'ENI rapiti in Nigeria

17 febbraio 2007

Resoconto sommario e stenografico dell'Assemblea

Seduta n. 106 di giovedì 8 febbraio 2007
(Iniziative per la liberazione degli ostaggi rapiti in Nigeria - n. 2-00337)

PRESIDENTE. L'onorevole Cacciari ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00337 (vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 2).

PAOLO CACCIARI. Signor Presidente Castagnetti, rappresentante del Governo, sottosegretario Naccarato, come loro ben sanno, quattro addetti ad una stazione di pompaggio dell'Agip, nei pressi del terminal di Brass, nello Stato di Bayelsa, nella regione petrolifera della Nigeria, sono stati rapiti lo scorso 7 dicembre 2006. Uno, Roberto Dieghi, è stato rilasciato il 18 gennaio. Dei tre ancora nelle mani dei sequestratori, Imad Saliba è di nazionalità libanese e due sono italiani: i tecnici Francesco Arena, dell'ENI, e Cosma Russo, contrattista della NAOC, società controllata dall'ENI.
La mia parte politica è certa che l'unità di crisi della Farnesina stia facendo tutto il necessario per restituire alle loro famiglie i tecnici rapiti.
Per parte nostra, ci sentiamo vicini alla loro angoscia. Il fatto che il gruppo politico armato che ha rivendicato il rapimento, il MEND (Movimento per la emancipazione del delta del Niger) non abbia mai, in casi analoghi, ucciso gli ostaggi non ci rende meno preoccupati.
Il sequestro di persone innocenti a scopo di ritorsione e di scambio è una pratica particolarmente odiosa e disumana, a prescindere da qualsiasi possa essere la motivazione addotta a giustificazione dell'atto. Il sequestro, l'isolamento, la detenzione in cattività di una persona è una forma di violenza e di tortura che va condannata in qualsiasi contesto si presenti.
Ciò detto, spero nel modo più netto e inequivocabile possibile, non credo che in sede politica ci si possa responsabilmente limitare ad esprimere solidarietà ed a formulare buoni auspici.
È preciso obbligo della politica, del Parlamento e del Governo, considerare tutti gli aspetti della realtà dentro cui è maturato questo dramma, per tentare di evitare conclusioni irreparabili e che si possano replicare.
Si deve sapere, infatti, che questo episodio è solo uno degli ultimi di una lunga e spaventosa serie di attacchi alle infrastrutture petrolifere delle compagnie internazionali presenti nell'area e ai tecnici lì operanti.
Ricordo solo quelli subiti dalla nostra compagnia, l'ENI, di cui si è avuta notizia dall'inizio dell'anno scorso: il 23 gennaio 2006 fu attaccata una piattaforma senza alcun danno; il giorno successivo, il 24 gennaio, una ventina di uomini armati hanno svaligiato la sede del quartier generale della città di Port Harcourt, provocando 9 morti nello scontro a fuoco con la polizia privata; il 18 marzo è stato fatto esplodere l'oleodotto Agip che collega Tebidaba al terminal di Brass, con enorme spargimento di greggio e l'interruzione del flusso; l'11 maggio vennero sequestrati per un giorno, a Port Harcourt, tre tecnici dell'ENI, tra cui un italiano, Vito Macrina; dal 25 al 31 luglio la stazione di pompaggio di Ogbainbiri è stata occupata pacificamente da un gruppo di giovani ribelli, i quali chiedono e ottengono un risarcimento; il 28 agosto è rapito il tecnico della Saipem Mario Pavesi, che verrà rilasciato quattro giorni dopo; il 28 ottobre viene occupata la stazione di pompaggio a Clough Creek, nelle vicinanze di Bayelsa, senza conseguenze; il 6 novembre è la volta della stazione di pompaggio a Tebidaba, con sequestro di 48 dipendenti rilasciati dopo 17 giorni; il 12 novembre un altro attacco a una piattaforma non precisata; il 22 novembre attacco alla nave-piattaforma Mystras della Saipem al largo di Port Harcourt, con rapimento di 7 tecnici e scontro a fuoco dove muoiono 4 persone, tra cui David Hunt, il sovrintendente della produzione britannico dell'Agip, e viene ferito un italiano, Mario Caputo, in maniera non grave.
Poi, ancora, dopo il rapimento del 7 dicembre dei nostri connazionali, di cui stiamo parlando e che è ancora in corso, il 18 dicembre si è verificata l'esplosione di una autobomba nel perimetro interno del complesso Agip a Port Harcourt.
Signor rappresentante del Governo, credo che questo scarno elenco possa bastare ad affermare che la regione del delta del Niger non sembra offrire quegli elementi minimi di sicurezza necessari per svolgere normali attività imprenditoriali.
Nel delta del Niger stiamo assistendo all'escalation di una vera e propria guerra a bassa intensità tra vari gruppi di ribelli e guerriglieri che fanno capo a diverse etnie e le major petrolifere, con a capo la Shell, la Chevron, la Exxon Mobil, la Total e la nostra ENI, accusate di depredare le risorse naturali dell'area. Conflitto che il Governo e le forze armate nazionali nigeriane non sembrano essere in grado di controllare.
Alcuni osservatori parlano di vietnamizzazione del Golfo di Guinea. Tant'è che, nel marzo dello scorso anno, quando l'ammiraglio Henry Ulrich, comandante della flotta USA di stanza in Europa e nel Golfo di Guinea, visitò la Nigeria, una delegazione di rappresentanti delle compagnie petrolifere gli chiese di incrementare la protezione alle loro numerose piattaforme (33 fisse, 20 galleggianti, 13 navi cisterna, 700 pozzi a terra offshore, che estraggono 2,5 milioni di barili al giorno).
La nostra quota, dell'ENI e dell'Italia, è pari a 160 mila barili al giorno, per un valore di 7-8 milioni di dollari al giorno. In più, vi è il maxicontratto per l'estrazione e la liquefazione del gas naturale degli impianti di Brass.
La risposta dell'ammiraglio Ulrich fu che gli Stati Uniti si sarebbero limitati a controllare le navi in transito al largo, in acque profonde, e che dentro al delta le compagnie si sarebbero dovute proteggere da sole.
Detto questo, i due aspetti che a mio avviso dovremmo prendere in considerazione in questa sede sono i seguenti: la catastrofica situazione ambientale e umanitaria del delta del Niger; le finalità e le modalità della nostra presenza in quell'area con l'ENI, la più grande impresa di Stato, controllata dal Governo.
La Nigeria, il più popoloso paese africano, vive una situazione paradossale, ben descritta da Luca Manes, nel Manifesto, nella rubrica «terra terra»: «Per la Nigeria il petrolio è da troppo tempo una maledizione (...) Il panorama del territorio del delta del Niger è costellato da abbaglianti fiammate altre decine di metri, causa di rumorose esplosioni che si susseguono giorno e notte, spesso anche a poca distanza dai villaggi (i pennacchi di fuoco sono così imponenti che si possono distinguere nettamente dalle riprese satellitari). Con i gas flaring si disperdono nell'aria tossine inquinanti, come il benzene, che tra le popolazioni locali ha provocato l'aumento in maniera esponenziale di tumori e di malattie respiratorie quali la bronchite e l'asma». Si formano così piogge acide e inquinanti al suolo, dove si deposita una «pellicola nera» di idrocarburi e fuliggine che rende impossibile le pratiche agricole. La Nigeria da sola produce 70 milioni di tonnellate di CO2 all'anno. In particolare, a farne le spese sono le popolazioni Ijwerkan Ijaw (13 milioni di abitanti), gli Ogoni, gli Ugborodo, gli Odioma.
In un rapporto di Amnesty International diffuso nel 2004 viene scritto: «Il mancato rispetto, da parte del Governo della Nigeria, dei propri obblighi in difesa dei diritti umani sta provocando una escalation di violazioni dei diritti civili, politici, sociali, economici e culturali». Mentre Javier Gonzales, responsabile di Amnesty Italia per l'Africa, ha affermato: «Il Governo federale delega le sue competenze sul territorio alle compagnie petrolifere. Soprattutto in materia di sicurezza».
Veniamo ora alla nostra industria di Stato, l'ENI, presente in Nigeria dal 1962 con alcune consociate.
Ovviamente, non metto in dubbio la legittimità giuridica dei contratti stipulati con i diversi Governi che si sono succeduti in Nigeria, né le royalties pagate. Ma, nemmeno dopo la fine della dittatura militare, nel 1999, e il ritorno al potere di un Governo elettivo la situazione sembra essere migliorata: nel delta non si sono visti i «dividendi della democrazia».
Le associazioni umanitarie e di difesa dei diritti degli indigeni e la stessa Organizzazione per la Cooperazione e lo sviluppo, l'OCSE, chiedono alle compagnie multinazionali che sfruttano risorse locali di adottare «codici di condotta volontari», per evitare ogni impatto negativo della loro attività sulle popolazioni e sull'ambiente. Infatti, non è affatto scontato che le royalties pagate finiscano davvero a beneficio di politiche di promozione dello sviluppo economico e sociale delle popolazioni locali. E, quando ciò avviene, le compagnie rischiano di diventare oggettivamente complici di cattive amministrazioni statali.
Come dice splendidamente l'ambasciatore Roberto Toscano, nel libro intitolato La violenza e le regole, il primo principio delle politiche di solidarietà e di sviluppo con i popoli meno sviluppati dovrebbe essere quello di «non fare danni».
Ora, signor sottosegretario, la questione, molto crudamente, è la seguente: l'ENI in Nigeria ha assunto le dovute attenzioni nei riguardi degli ecosistemi e delle comunità locali direttamente investite dalle operazioni di estrazione degli idrocarburi? A noi risulta che all'ENI, due anni fa, sia stata rifiutata la certificazione dell'indice azionario per l'investimento socialmente responsabile denominato «FTSE 4 GOOD», perché non soddisfaceva i criteri riguardanti i diritti umani. Vorremmo sapere se è vero e, comunque, quali sono i controlli che il Governo normalmente esercita nei riguardi di società controllate che operano all'estero. Ricordo che, nel 2002, l'ENI ha firmato un protocollo con le organizzazioni sindacali sull'assunzione di responsabilità sociale anche nei riguardi della promozione dello sviluppo socioeconomico delle comunità in cui il gruppo è presente. Non abbiamo, invece, alcun dubbio, purtroppo, signor sottosegretario, sul fatto che l'ENI non applica le migliori tecnologie a salvaguardia dell'ambiente nelle tecniche di estrazione del petrolio. I famigerati gas flaring potrebbero essere imbrigliati e neutralizzati, non bruciati a cielo aperto, e si potrebbero evitare spaventosi inquinamenti dell'atmosfera, devastazione del delta e danni biologici documentati alla popolazione. I danni ambientali già prodotti devono comportare una bonifica di cui non si ha notizia. Ricordo che già la Shell è stata condannata dall'Alta Corte nigeriana a risarcire la popolazione del delta, per danni ambientali.
Infine, pongo a voi un quesito: in attesa di accertare le effettive condizioni di sicurezza e di reciproca convenienza tra le compagnie petrolifere e le comunità locali, il Governo non ritiene sia il caso di rendere disponibile l'ENI a rinunciare - come il senatore Cossiga ha chiesto in una interrogazione al Senato - o a ritrattare (come io dico, più modestamente) i propri impegni, contratti e programmi? In particolare, a noi sembra che la realizzazione di nuovi impegnativi impianti di liquefazione di gas naturale a Brass, a Bonny Island (da importare con gasiere criogeniche e rigassificare in Italia) sia un vero azzardo anche dal punto di vista industriale, in questa situazione.
Insomma, a me pare che dovrebbero tornarci alla mente i buoni insegnamenti di Enrico Mattei, che sapeva bene che la politica internazionale si incrocia pesantemente con quella energetica e che lavorare per la pace significa non sfruttare i paesi fornitori e nemmeno metterli in concorrenza tra loro. All'ingegner Scaroni e al ministro Bersani vorrei dire: ben venga l'OPEC anche del gas, oltre a quella del petrolio, perché un dollaro in meno al barile o al metro cubo di gas naturale non vale la vita né dei lavoratori impegnati nei pozzi, né degli abitanti che ci vivono attorno.

PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per i rapporti con il Parlamento e le riforme istituzionali, Paolo Naccarato, ha facoltà di rispondere.

PAOLO NACCARATO, Sottosegretario di Stato per i rapporti con il Parlamento e le riforme istituzionali. Signor Presidente, a seguito del rapimento, avvenuto il 7 dicembre scorso - come ricordava l'onorevole Cacciari - presso il terminal dell'Agip di Brass, in Nigeria, di tre connazionali e di un cittadino libanese dipendenti dell'ENI o di società subappaltatrici, sono stati subito attivati, naturalmente, tutti i canali diplomatici per acquisire l'impegno delle autorità nigeriane a compiere ogni possibile sforzo per la liberazione degli ostaggi attraverso negoziati e mezzi pacifici, evitando, cioè, il ricorso a temute azioni di forza che avrebbero potuto compromettere la vita degli ostaggi stessi. A tal fine, l'ambasciatore italiano ad Abuja ha immediatamente effettuato una serie di passi presso la Presidenza della Repubblica nigeriana e i locali organi istituzionali incaricati di risolvere il caso, ottenendo assicurazioni sia sull'impegno delle autorità nigeriane per la liberazione degli ostaggi, sia sul ricorso in via esclusiva a mezzi pacifici. L'azione del Governo italiano è giunta al più alto livello, cioè al Presidente della Nigeria, Obasanjo, mediante l'intervento personale del Vicepresidente del Consiglio dei ministri e ministro degli esteri, onorevole Massimo D'Alema. Inoltre, cogliendo l'occasione di un incontro a margine del vertice dell'Unione africana ad Addis Abeba del 30 gennaio scorso, il Presidente del Consiglio dei ministri, onorevole Romano Prodi, è tornato sull'argomento con il Presidente nigeriano, il quale lo ha rassicurato circa l'impegno di quelle autorità, e suo personale, per giungere alla liberazione degli ostaggi attraverso i negoziati già avviati con il MEND, escludendo qualsiasi ricorso ad azioni di forza.
Il Governo intende naturalmente continuare, sia a livello diplomatico, sia attraverso i contatti stabiliti dalle altre competenti istituzioni, ad adoperarsi per la liberazione degli ostaggi ancora nelle mani dei rapitori e ad assistere i familiari, in collaborazione con l'ENI, sino alla definitiva soluzione del caso. A tale proposito, è stato richiesto dal Governo italiano un ulteriore incontro ad Abuja con il Presidente Obasanjo e con il ministro degli esteri, che potrebbe avere luogo nei prossimi giorni.
Per quanto riguarda, più in generale, il contesto in cui è maturato il rapimento dei nostri connazionali, si ritiene opportuno ricordare che il MEND è formato da un ristretto nucleo di persone politicamente impegnate, che coordina dall'esterno le azioni delle milizie indipendenti attive nell'area del delta (circa una decina di gruppi organizzati) e fornisce loro una certa copertura ideologica. A tali milizie, impegnate nell'azione di sabotaggio degli impianti e di sequestro dei lavoratori colà occupati, si vanno poi spesso ad aggiungere bande di criminali comuni, che approfittano dell'evidente stato di insicurezza della regione.
Si rammenta che, da svariati anni, le popolazioni locali hanno portato avanti rivendicazioni volte ad ottenere una più equa ripartizione delle risorse derivanti dal petrolio, nonché una politica di contrasto del degrado ambientale causato dall'attività di sfruttamento dei giacimenti. Del resto, lo stesso Presidente Obasanjo ha ritenuto necessario impegnarsi pubblicamente a migliorare le condizioni di vita della popolazione locale, preannunciando importanti interventi in opere infrastrutturali.
Va notato, inoltre, che i sempre più frequenti episodi di violenza nel delta del Niger, come ha ricordato l'onorevole Cacciari, sono da porre in relazione con i tentativi di mettere in difficoltà lo stesso Governo federale, alla vigilia delle elezioni presidenziali programmate per il 21 aprile prossimo.
Tale situazione contingente si inserisce, accentuandole, sulle cause storiche della instabilità della regione, ovvero la rivalità etnica, il separatismo e la povertà locale. La dirigenza locale appare, inoltre, sempre più spesso implicata nel sistema di collusioni economiche e strumentalizzazioni politiche, che, nel loro insieme, finiscono per alimentare i movimenti ribelli e incoraggiare gli atti di violenza.
Quanto al secondo quesito, concernente la politica energetica utilizzata in Nigeria dall'ENI, si fa presente che il Governo ha avviato una serie di iniziative che vanno nella direzione di assicurare gli approvvigionamenti in un contesto di crescente dipendenza dell'Europa dall'estero, che oggi è al 50 per cento e, nel 2030, potrebbe salire anche all'80 per cento. L'Italia si sta avviando, su molti punti, lungo la strada che l'Unione europea ha indicato nel suo recente rapporto sull'energia.
Con il disegno di legge sull'energia e le misure contenute nella finanziaria, fino ad arrivare ai progetti industriali sull'efficienza energetica, il paese ha intrapreso politiche che segnano una decisiva inversione di tendenza rispetto agli anni scorsi.
La scelta del Governo è quella di valorizzare le misure di efficienza energetica e di promozione delle fonti rinnovabili, individuando obiettivi di crescita coerente con gli obiettivi europei, consapevoli di un ritardo da superare con politiche di incentivazione idonee e con un nuovo patto con regioni ed enti locali.
Tutto ciò consentirà di raggiungere una migliore diversificazione delle fonti energetiche ed una riduzione della dipendenza dagli idrocarburi, coniugando, allo stesso tempo, un impegno sostenibile e virtuoso per contrastare il cambiamento climatico.
I risultati di tali politiche non potranno, tuttavia, modificare sostanzialmente la posizione dell'Italia quale paese consumatore di energia, ma povero di fonti primarie, nei confronti dei paesi produttori.
Il Governo, quindi, ha sostenuto, in sede europea, la necessità di parlare con una sola voce nel dialogo con i paesi produttori e con il resto dei paesi consumatori, ed è favorevole all'idea di organizzare una conferenza con i principali paesi fornitori di petrolio e di gas, tra i quali anche la Nigeria. In tale conferenza, potrebbero essere proposti obiettivi di lungo termine per la diversificazione dell'approvvigionamento e obiettivi per la promozione delle fonti energetiche di energia e l'efficienza.
Quanto al comportamento dell'ENI all'estero, tale azienda ha fatto presente di avere un codice di comportamento che rispecchia i principali standard di lavoro e protezione ambientale, in raccordo con le normative esistenti a livello dei paesi in cui opera e con le principali convenzioni internazionali.
Ha aderito, inoltre, all'iniziativa Global Compact promossa dall'ONU nel 2000, che si articola in dieci principi fondamentali in materia di standard di lavoro, diritti umani e tutela ambientale. ENI diffonde anche un bilancio annuale, il Rapporto salute, sicurezza e ambiente, e la pubblicazione «Impegni e azioni per lo sviluppo sostenibile».
Per quanto riguarda il rapporto tra l'utilizzo dei ricavi petroliferi da parte dei paesi produttori ed il loro sviluppo sostenibile, ENI ha aderito al Extractive Industries Transparency Iniziative (EITI), un'iniziativa lanciata dal Governo britannico nel 2003 alla quale hanno aderito venti governi (tra cui la Nigeria) e industrie estrattive allo scopo di migliorare la trasparenza nell'utilizzo delle risorse generate dall'estrazione degli idrocarburi.
In particolare, in Nigeria risulta che ENI abbia realizzato, negli ultimi anni, vari progetti documentati a favore delle popolazioni locali nei settori dello sviluppo agricolo, dell'assistenza sanitaria, dell'istruzione e della protezione dell'ambiente. Tra gli interventi più significativi realizzati è stato segnalato il sostegno ad un programma di sviluppo agricolo Green River Project nel delta del Niger, il contributo a favore della lotta all'AIDS e alla malaria, gli interventi di protezione e conservazione ambientale, quali il controllo dell'erosione costiera, la gestione responsabile dell'impatto ambientale e delle attività operative mediante il progetto Zero Gas Flaring.

PRESIDENTE. L'onorevole Cacciari ha facoltà di replicare.

PAOLO CACCIARI. Signor Presidente, sono soddisfatto per quanto riguarda l'annuncio della conferenza con i paesi fornitori di idrocarburi che mi pare il Governo italiano, e non solo, stia lanciando.
Sono molto preoccupato e angosciato per l'andamento delle trattative per il rilascio dei dipendenti della nostra azienda di Stato, tra cui i due connazionali.
In tutta sincerità, sottosegretario, non credo che insinuare il sospetto che le estese attività di guerriglia e di rivolta popolare che stanno avvenendo nel delta del Niger, e non da adesso (risalgono almeno a venti, venticinque anni fa), siano imprese criminali comuni, che il motivo di questa instabilità sia una rivalità etnica e che vi sia una strumentalizzazione politica, negando invece l'evidenza dei fatti (invito il Governo a svolgere una missione insieme ai tecnici per vedere lo stato degli ecosistemi in cui è ridotto il delta del Niger a causa dello sfruttamento delle compagnie occidentali, per vedere lo stato di inquinamento e di morte biologica, oltre che di danni alla salute, documentata dai cronisti degli Stati Uniti d'America che si sono recati in quelle zone per verificare lo stato di salute dei bambini), faciliti la trattativa.
Dobbiamo dire la verità, dire come stanno le cose, qual è il debito ecologico che abbiamo noi occidentali, in che stato, in nome dei nostri fabbisogni energetici, in nome dei nostri stili di vita e del nostro consumismo, abbiamo ridotto, tramite le nostre compagnie controllate dallo Stato, intere regioni del globo; credo che questo non sia al servizio né della verità né dei nostri connazionali che in quelle zone versano in una situazione drammatica.
Ho posto due domande, la prima sugli indirizzi che l'Eni ha ricevuto dal Governo e la seconda se il Governo si accontenti del progetto Green River che ha stanziato 17 milioni dal 1996. Non sono briciole, bensì insulti, azioni propagandistiche che l'ENI ha portato avanti; pensate che solo in pubblicità l'ENI spende dieci volte tanto. Non credo che il Governo possa esimersi dal dire alla propria azienda di Stato che deve cambiare radicalmente ed immediatamente rotta, tenendo un atteggiamento completamente diverso dal passato nei confronti di quelle popolazioni sfruttate a causa delle loro risorse energetiche.
Caro Governo, caro sottosegretario, se non diamo un segnale in questo senso saremo noi a mettere a rischio la vita dei nostri connazionali.
Inoltre, voglio capire se il Governo ha ancora intenzione, date queste condizioni di sicurezza, di inviare connazionali in quei luoghi: ricordiamoci, infatti, che costoro non saranno da considerarsi morti o feriti sul lavoro per cause accidentali. Essi sono sottoposti ad un rischio del quale ce ne stiamo bellamente infischiando, quindi ci dovremmo astenere urgentemente dall'inviare in quei luoghi nostre maestranze.
Non possiamo mercificare la vita di dipendenti di aziende pubbliche: a tal riguardo, si apre una questione morale sullo sfruttamento e sul mantenimento di nostre attività in paesi a così alto rischio, tra l'altro malvolute - uso un eufemismo - dalle popolazioni locali. Da questo punto di vista non posso sentirmi soddisfatto. Il problema è rappresentato dai nostri quattro connazionali, a cui va tutta la nostra solidarietà.
Vorrei, inoltre, che all'impegno firmato da padre Alex Zanotelli e tanti altri seguissero iniziative concrete da parte del Governo.

SEGUE IL TESTO INTEGRALE DELL’INTERPELLANZA

Atto Camera

Interpellanza urgente 2-00337
presentata da
PAOLO CACCIARI
martedì 30 gennaio 2007 nella seduta n.100

I sottoscritti chiedono di interpellare il Presidente del Consiglio dei ministri, per sapere - premesso che:

il 7 dicembre 2006 sono stati rapiti dal Mend (Movement for the Emancipation of the Nigerian Delta) Francesco Arena, Roberto Dieghi, Cosma Russo e il libanese Imad Saliba, tecnici Eni che si occupano dell'estrazione di petrolio nell'area del delta del fiume Niger;

Roberto Dieghi, è stato liberato dai ribelli del Movimento per l'Emancipazione del Delta del Niger (Mend) qualche giorno fa come «atto di buona volontà in attesa che il governo contraccambi»;

a poche ore dalla liberazione del tecnico italiano il gruppo ribelle precisa comunque che la loro «campagna» proseguirà anche con atti di sabotaggio contro gli impianti delle compagnie petrolifere accusate di non restituire alle popolazioni che vivono sul delta, principalmente i poverissimi di etnia Ijaw (14 milioni di abitanti), parte dei profitti ricavati dall'estrazione degli idrocarburi;

le richieste che il Mend sottopone all'Eni e al Governo italiano come condizione per la liberazione degli ostaggi sono principalmente: il risarcimento del debito ecologico, l'investimento in infrastrutture che consentano di migliorare la situazione sociale delle popolazioni locali, (nei villaggi non c'è acqua nè energia elettrica), maggiore partecipazione alle risorse estratte e il rilascio di alcuni detenuti nelle prigioni nigeriane;

nei primi anni '90 Saro Wiwa e gli ogoni si mobilitarono organizzando nel gennaio 1993 un raduno all'interno del quale circa 300 mila ogoni intervennero per protestare contro la Shell, dichiarando che «La marcia è contro la devastazione dell'ambiente, contro il mancato pagamento delle royalties. È contro la Shell. È contro il Governo Federale perché sta cercando di distruggere il popolo degli ogoni». Nel 1995 Ken Saro Wiwa e altri otto suoi connazionali furono impiccati sulla base di un falso processo condannato dall'allora premier britannico John Major;

dal sito internet dell'Eni apprendiamo che «Eni è presente nel settore dell'esplorazione e produzione degli idrocarburi in Nigeria dal 1962. Attualmente l'Eni opera in Nigeria attraverso la Nigerian Agip Oil Company (NAOC), l'Agip Energy and Natural Resources (AENR) e la Nigerian Agip Exploration Ltd (NAE), società interamente controllate. L'Eni partecipa inoltre, con una quota del 5 per cento, nella NASE, che è la principale joint-venture petrolifera del Paese (dispone di 36 blocchi nell'onshore). Nel 2005, la produzione di petrolio e gas naturale in quota Eni in Nigeria è stata di circa 152 mila barili di olio equivalente al giorno (boe/giorno). Nel settembre 2005 Eni ha acquisito due nuove partecipazioni nell'offshore nigeriano, situate a circa 200 chilometri dalla costa, nelle concessioni di sviluppo denominate «120» e «121»;

nel settore della liquefazione del gas naturale l'Eni partecipa in due joint-ventures: la Nigerian LNG (NLNG) e la Brass LNG (BLNG). La Nigerian LNG (NLNG) Ltd, società nella quale l'Eni detiene una quota del 10,4 per cento, ha realizzato e gestisce l'impianto di liquefazione del gas naturale di Bonny Island. Questo impianto attualmente comprende tre linee che producono complessivamente circa 8,7 milioni di tonnellate/anno di LNG. La capacità dell'impianto è destinata ad aumentare fino a circa 22 milioni di tonnellate/anno di LNG, al completamento della quarta, quinta e sesta linea di liquefazione. In tal modo la Nigeria si collocherà tra i maggiori produttori al mondo di LNG. (sito ENI);

dal Delta del fiume Niger si estraggono circa 2,5 milioni di barili di petrolio al giorno. La foresta, con i suoi preziosi boschi di mangrovie, è invasa dalle fiamme dei pozzi e dalle esplosioni causate dal devastante fenomeno del gas flaring. Il petrolio e il gas non hanno portato benefici alla gente della zona del Delta. Solo una ristretta élite al governo si è arricchita a scapito della maggioranza della popolazione che è stata invece perseguitata, impoverita e inquinata. Qui, in un ecosistema fluviale fragilissimo, tra mangrovie ed antiche etnie, le popolazioni vivevano di agricoltura e di pesca;

con scarsissima capacità profetica la community finanziaria InvestireOggi il 31 luglio 2006 titolava «Eni: Nigeria, situazione tornata alla normalità», salvo poi, essere nettamente smentita a distanza di poche settimane;

in Italia si vogliono costruire rigasificatori per importare il gas nigeriano e «per diversificare le fonti». Si tenta di diminuire la dipendenza dall'Algeria e dalla Russia quando la Nigeria è «in fiamme» e gli impianti vengono presidiati dall'esercito e da mercenari armati al soldo delle multinazionali;

come diceva Enrico Mattei, le politiche internazionali si intrecciano con quelle energetiche e lì dove servirebbe cooperazione e reciprocità ora c'è liberismo e militarizzazione, colpendo oltre alle popolazioni locali le centinaia di lavoratori italiani impegnati nelle nostre compagnie di bandiera;

come ha più recentemente scritto l'ambasciatore Roberto Toscano, gli interventi di sviluppo nei paesi meno sviluppati dovrebbero seguire il principio di «non fare danni» e come esempio contrario cita proprio il caso del delta del Niger dove «la lotta disperata di comunità in miseria per ottenere le briciole del sontuoso banchetto che il boom petrolifero ha prodotto in questo angolo di mondo, ricco di petrolio ma con una terribile povertà». È molto significativo che la stessa società responsabile dello sviluppo delle risorse petrolifere della regione, la Shell, abbia, in un rapporto interno dai toni autocritici, ammesso che la propria azione, anche se involontariamente, «produce, alimenta o esaspera i conflitti» -:

se il Governo sia impegnato - e in quali modi - per la liberazione dei lavoratori ancora oggi ostaggi del Mend e se intenda, alla luce di questi gravissimi accadimenti, ridefinire le proprie politiche energetiche con una evidente ripercussione nelle attinenze internazionali, a partire dall'instaurazione di nuove relazioni con le popolazioni locali;

se intenda chiedere conto all'Eni se utilizza in Nigeria gli stessi standard di sicurezza e di tutela dell'ambiente applicati in base ai protocolli della tanto pubblicizzata «responsabilità sociale d'impresa» «in tutti i Paesi dove opera», se la nostra compagnia rispetti i diritti umani nella zona del Delta e quali sistemi vengano adottati per proteggere il personale operativo in loco.

(2-00337) «Cacciari, Mantovani, Migliore».

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