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Ogm trovati nel latte delle mucche. Contaminata la filiera del parmigiano

L'allarme è di Greenpeace: «Le bestie ogni giorno mangiano soia ogm della Monsanto che finiscono così sulle nostre tavole». A rischio la denominazione DOP, che ha fatto la fortuna di questo prodotto
22 giugno 2007 - Sabina Morandi
Fonte: Liberazione (http://www.liberazione.it)

Il giorno dopo la presa di posizione del ministro Pecoraro Scanio che ha bloccato in extremis un decreto che avrebbe autorizzato nuove sperimentazioni di piante transgeniche in campo aperto, ecco che gli ogm si fanno rivedere proprio in uno dei prodotti più tipici del Made in Italy, quel parmigiano reggiano che tutti ci copiano, in teoria prodotto solo con il latte di mucche "che si sa quello che mangiano" come recita lo spot televisivo. A saperlo meglio di tutti, però, sembra sia Greenpeace che ieri ha presentato un allarmante rapporto sulla questione: pare che nel latte delle bovine siano state trovate tracce degli organismi geneticamente modificati contenuti nei mangimi, prevalentemente a base di soia. L'organizzazione ambientalista, che ha creato un apposito sito internet (http://www.parmigiaNOgm.it) dopo avere sollecitato più volte il Consorzio dei produttori a fare qualcosa senza ottenere risposta, ha deciso di lanciare una campagna per spingere i produttori ad affrontare il problema. Campagna che ha subito incontrato l'adesione bipartisan - o biparmisan, com'è stato detto ieri in conferenza stampa - dei due ex ministri Ronchi e Alemanno. Il problema, come si può leggere sul sito, è che «Il Parmigiano-Reggiano si fa con il latte. E il latte viene dalle mucche. Fin qui nulla di nuovo. Ma il punto è che le mucche del Consorzio del Parmigiano Reggiano mangiano ogni giorno soia ogm della Monsanto. Gli organismi geneticamente modificati contaminano, in questo modo, la filiera di produzione e, dai laboratori della Monsanto, arrivano spediti sulle nostre tavole».
Ecco dunque avverarsi ciò che ambientalisti, associazioni di consumatori e produttori di biologico paventavano da tempo: al rischio di contaminazioni accidentali dovute alla vicinanza delle coltivazioni sperimentali si sono aggiunge le contaminazioni in certo qual modo volute - non dai produttori italiani ma dall'agrobusiness statunitense che ha fatto di tutto per tenere mescolate le sementi ogm con quelle naturali per non rovinarsi un mercato sempre più diffidente nei confronti delle nuove trovate biotech. Dopo anni di questa pratica, e dopo essere stata pizzicata più volte dalle autorità portuali a violare il divieto di importare soia transgenica nel nostro territorio, ecco che alla fine gli ogm sono riusciti a contaminare proprio una delle nostre filiere più pregiate. Bisogna sottolineare che una valutazione delle conseguenze sanitarie di un'alimentazione a base di transgenico è ancora di là da venire visto che né gli organismi di controllo né le compagnie biotech hanno ancora effettuato studi sul lungo periodo, anche se circolano in rete numerosi rapporti ben poco rassicuranti. È sicuro però che le conseguenze economiche possono essere molto gravi perché rischiano di minare alla base la credibilità dei prodotti DOP, sui quali, com'è noto, si basa la fortuna del nostro export alimentare. Non è un caso, infatti, che alcuni produttori abbiano già cominciato ad organizzarsi in proprio - e senza nessun aiuto da parte dello Stato, anzi - per certificare tutto il percorso dei propri prodotti: Greenpeace cita il caso della fontina della Valle D'Aosta, delle latterie dell'Alto Adige che sono ogm free dal 2001 e del latte della Coop, che ha imboccato la stessa strada nel 2004. Seguirà a ruota l'iniziativa delle Marche, regione in cui, dal settembre prossimo, si troverà solo latte fresco ogm free.
La tracciabilità dell'intera filiera comporta ovviamente dei costi ma niente affatto proibitivi. Il segreto è quello di impiegare foraggi provenienti dall'Unione Europea oppure dal Paranà, stato brasiliano che in controtendenza rispetto a Lula ha tenuto pulite le sue terre dalle sementi geneticamente modificate respingendo al mittente quelle statunitensi. Proprio per questo Greenpeace ha intenzione di lanciare una campagna "buona", che affianchi alle solite azioni di sensibilizzazione e di email-bombing (una cascata di lettere da spedire al Consorzio di Tutela) un serio aiuto per affrontare una situazione problematica ma facilmente risolvibile «prima di tutto perché stiamo parlando di quantità accessibili che possono essere facilmente sostituite rivolgendosi a produttori virtuosi» spiega Federica Ferrario, responsabile della campagna. Se è vero che il fabbisogno generale di soia nelle filiere zootecniche DOP italiane si aggira sui 3,122 milioni di tonnellate, la frazione di competenza del parmigiano non supera le 200mila tonnellate, secondo quanto elaborato da Nomisma. «Questo significa» scrive Greenpeace «che sarebbero sufficienti 200mila tonnellate annue di soia certificata non-ogm per assicurare la salvaguardia del Parmigiano Reggiano sui mercati internazionali».
Per aggirare la soia Monsanto Greenpeace suggerisce di rivolgersi a fornitori brasiliani di soia certificata non-ogm (la lista con tanto di recapiti è pubblicata on line) oppure cominciare a pensare a fonti proteiche alternative tipicamente europee come il favino, il lupino dolce, i semi di pisello e l'erba medica, come facevano i nostri nonni. Perché, se non sono le preoccupazioni sanitarie o quelle ambientali, il no agli ogm dovrebbe essere motivato almeno dalla volontà di salvaguardare un settore produttivo che dà lavoro a 4.414 aziende agricole, con 270mila mucche impegnate a fornire latte ai caseifici. Si tratta di un giro d'affari di tutto rispetto: 808 milioni di euro solo per la produzione del 2005 venduta nel 2006, il 16 per cento della quale è stata esportata sul mercato internazionale.

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