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Gli ambientalisti: Altro che modello Brescia

«Pattumiera d’Italia Peggio che Napoli»

«Altro che modello Brescia, stiamo peggio di Napoli che, se ci imitasse, cadrebbe dalla padella nella brace». A dirlo a gran voce sono diciannove fra associazioni ambientaliste e comitati dell’intera provincia.
9 gennaio 2008
Fonte: Brescia Oggi

- «Altro che modello Brescia, stiamo peggio di Napoli che, se ci imitasse, cadrebbe dalla padella nella brace». A dirlo a gran voce sono diciannove fra associazioni ambientaliste e comitati dell’intera provincia, più il coordinamento lombardo dei comitati rappresentato da Imma Lascialfari, che hanno presentato una serie di osservazioni al «Piano provinciale rifiuti del Broletto», partendo dall’assunto che «Brescia è la pattumiera d’Italia» e che «il business dei rifiuti sta dando il colpo finale a un territorio provato da decenni di industrializzazione pesante».

Il paragone con la Campania è provocatorio, ma sconfortanti sarebbero le somiglianze: un chilo e 100 grammi di scarti urbani pro capite, troppi, milioni di tonnellate di rifiuti speciali in gran parte importati; di conseguenza diossine nel latte, alta incidenza di tumori, in particolare del fegato. Secondo Marino Ruzzenenti, fra i coordinatori del movimento, l’unica diversità «è che là la monnezza la lasciano sul pavimento, noi la nascondiamo sotto il tappeto, ma anche se la bruci non scompare nel nulla».

Gli inceneritori avvelenano, non sono la panacea, dicono i comitati; il TU bresciano emette 5 miliardi di metri cubi di aria contaminata che poi deposita i veleni nel terreno e nelle acque, dove almeno fino agli anni ’80 le fabbriche scaricavano di tutto. Basta scavare per qualsiasi motivo in periferia e si trovano discariche tossiche. Non solo ma il business delle piattaforme e delle discariche per rifiuti speciali «ci riempie di quasi 3 milioni di tonnellate annue da smaltire importate, metà delle quali mascherate da rottami che non sono considerati rifiuti».

La conclusione è che «la vera specializzazione produttiva dell’industria bresciana è il trattamento dei rifiuti». Il vero esempio da imitare sarebbe il consorzio Priula nel Trevigiano che fa la raccolta differenziata porta a porta, ricicla e riduce al minimo il pattume domestico da bruciare. Nel Bresciano invece, secondo i comitati, la raccolta differenziata «è un bluff» e comunque a livelli bassissimi.

Per questo le osservazioni al Piano provinciale, che verranno ribadite in un incontro con l’assessore all’Ambiente Enrico Mattinzoli il 29 gennaio e in un convegno il 9 febbraio, chiedono una tariffa fortemente punitiva, 70-80 euro alla tonnellata, per i Comuni non virtuosi che mandano al termoutilizzatore, con il sovraccarico che non va all’ASm ma alla Provincia per sostenere i Comuni nei programmi di raccolta differenziata e per la messa in sicurezza delle discariche vecchie (e basta con le nuove!). Chiedono che sia messo un freno ad altri impianti, «fintamente produttivi di energie alternative come quello dall’incenerimento dei residui del pollame» e alle importazioni. «I rifiuti vanno ridotti, sia gli urbani con la differenziata sia gli speciali, ponendo limiti e magari riducendo anche la presenza della siderurgia nella zona».

Riportiamo una lettera inviata da un cittadino Bresciano

Egr. direttore, ho letto a fine dicembre sui giornali che l’azienda Asm Brescia spa, segnalava il raggiungimento del limite tecnico di produzione di calore a Brescia, con le centrali di cogenerazione esistenti. Un guasto tecnico subito riparato, ad uno dei gruppi di Lamarmora, avrebbe potuto causare la mancata erogazione di calore ad una zona della città servita dalla rete. L’Azienda sollecita in questa occasione la rapida approvazione da parte di Regione e Ministero dell’Ambiente del progetto di «riqualificazione» dei gruppi 1 e 2 di Lamarmora, senza i quali il sistema Brescia sarebbe a rischio di sospensione dell’erogazione di calore in talune zone, e a rischio sarebbe lo sviluppo della rete sulle volumetrie previste in questi anni dalla direzione aziendale.

Le recenti Leggi finanziarie sussidiano nell’ordine coibentazione degli edifici, , energia solare e riconversione delle caldaie domestiche obsolete con caldaie a condensazione, teleriscaldamento, ossia sistemi ritenuti più efficienti e meno inquinanti: perché dunque a Brescia sulle nuove volumetrie da allacciare, peraltro in via di riduzione, si dovrebbe procedere con nuovi allacci alla rete se esistono altre soluzioni tecniche decentrate e altrettanto poco inquinanti? Avremmo tra l’altro un vantaggio ambientale decisamente superiore a Brescia con le soluzioni decentrate, in quanto o comporterebbero una minore richiesta di calore (coibentazione degli edifici) o utilizzerebbero gas metano, molto più ecologico dei combustibili utilizzati da Asm: carbone, rifiuti urbani e industriali, olio combustibile denso.

Avremmo sfiorato nei giorni scorsi una richiesta di potenza termica di 550 MWt, ma i rapporti dell’Azienda dicono che sono disponibili tra gruppi di cogenerazione e caldaie semplici industriali oltre 700 MWt: perciò cosa si vuole ancora? Sono stati fatti numerosi interventi nelle caldaie e gruppi di Asm negli ultimi tempi, e mi risulta sia stata decisamente potenziata (almeno 80 MW termici) la centrale di Mompiano, dopo la dismissione del cogeneratore «storico» a combustione interna: perché l’Azienda ci tratta sempre da sudditi e non ci fa un bilancio chiaro degli impianti che ha installato o sta installando negli ultimi 24 mesi, visto che non si degna nemmeno di citarli nei suoi rapporti di sostenibilità? Si sostiene che 2/3 dell’energia sono forniti dalle centrali cogenerative di Lamarmora, ed 1/3 dall’inceneritore.

Ma i camini spenti parlano una lingua molto chiara e trasparente: e il bilancio aziendale al 30 settembre 2007 conferma alle pagine 29-32 che Lamarmora non ha più rilevanza per la produzione di energia, essendo inclusa insieme ad altri impianti minori in 20-30 GWh di produzione elettrica annuale, che corrisponde ad un utilizzazione forse di una settimana l’anno.

Perché l’azienda non ci aggiorna anche su questi aspetti, che hanno rilevanza rispetto alle scelte di potenziare pesantemente la presenza di gruppi termoelettrici in città? Si abbia il coraggio di dire che si vuole una nuova centrale e non un potenziamento di ciò che non si utilizza più! Già ora a Brescia basta il gruppo 3 di Lamarmora, e l’inceneritore raddoppia la potenza termica cogenerativa disponibile senza che ve ne sia la reale necessità, e se serve una integrazione si può avviare una o più delle numerose caldaie di integrazione, giusto per i periodi nell’anno di maggiore freddo.

Colgo l’occasione per leggere nei comunicati aziendali e nel silenzio dei programmi comunali, una conferma del fatto che non esiste da anni una pianificazione energetica pubblica e condivisa, e che quindi ci troviamo - come in Campania - vittime delle emergenze reali o fittizie, cittadini privi di diritti di controllo e orientamento delle scelte energetiche locali. A dicembre di ogni anno siamo minacciati col freddo finché non avremo regalato alla direzione di A2A spa una nuova grande centrale termoelettrica in piena città con la quale fare tanti quattrini; di risparmio energetico, investimenti in coibentazione degli edifici, energia solare, riduzione delle emissioni climalteranti ne riparleremo nel prossimo decennio, salvo che il mare non sia già arrivato anche nella prosperosa Pianura Padana.

Massimo Cerani
Brescia

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