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Tra appalti milionari e posti di lavoro

La Grande Alleanza dei Rifiuti

Da Forza Italia ai Ds. Passando anche per Udeur e An. Così il business della spazzatura ha coinvolto le forze politiche. A rischio 300 milioni Ue. 360.000 le tonnellate di rifiuti in Campania al 15 gennaio, tra spazzatura nelle strade ed ecoballe non smaltite
19 gennaio 2008 - Gianluca di Feo
Fonte: Espresso

Rifiuti a Napoli

Provate ad immaginare l'autista di un camion della spazzatura con un super-minimo di 1.500 euro in busta paga: sì, tutti i mesi l'extra garantito che gonfia lo stipendio, come si concede in genere ai top manager delle aziende private. Nell'esercito di netturbini che negli ultimi quindici anni è prosperato in Campania si può trovare persino il super-minimo che trasforma il dipendente comunale in un privilegiato di lusso, mentre tutto intorno lievitano montagne di rifiuti. È un episodio che non sorprende. La Commissione parlamentare d'inchiesta ritiene che per l'immondizia di ogni cittadino campano ogni anno si spendano 134,79 euro: di questi, ben 60 finiscono nelle paghe di spazzini e autisti. Moltiplicateli per 5.790.000 abitanti della Regione e avrete un'idea dello spreco: 350 milioni di euro ogni anno solo per mantenere chi dovrebbe fare pulizia, creando un enorme serbatoio di consenso sociale. Prosperato grazie all'interesse di camorra e partiti, i lanzichenecchi del sacco di Napoli.

Se si vuole tentare di capire l'emergenza perenne che domina la Campania dei cassonetti, bisogna immaginare un'enorme clessidra. In alto c'è il Commissariato di governo, che gestisce i megafondi per porre riparo alla situazione. In mezzo, come la strettoia, c'è la Fibe: l'azienda della famiglia Romiti che avrebbe dovuto trasformare i rifiuti in energia. Ma in realtà come la sabbia della clessidra i finanziamenti piovono soprattutto in basso, arricchendo gli enti locali riuniti nei consorzi che inghiottono fino a 600 milioni l'anno. Soldi che spariscono lì. E non è che quando la sabbia finisce, lo Stato capovolge la clessidra e costringe gli enti locali a trovare la soluzione. No. Finora dal 1994 si è andati avanti di crisi in crisi, per poi sotterrare montagne di scorie e di denaro. Quanto? Cifre astronomiche, che sfuggono a ogni contabilità: si parla di otto miliardi. Tutti sprecati. Perché ora Gianni De Gennaro dovrà ricominciare da zero. Un disastro. Per il quale finora nessuno ha pagato: nessuna condanna penale, civile o erariale. Nessuna responsabilità politica. Possibile che non ci siano colpevoli?

Sacchetti azzurri Antonio Bassolino apre lo scaricabarile: tutti i governi, nazionali o campani, di destra o di sinistra hanno fallito. Ma se quasi tutti i partiti, a Roma o a Napoli, hanno trovato un modo per sfruttare la crisi, ci sono alcuni leader e alcune formazioni che difficilmente possono dirsi estranee. Per parole, opere e omissioni. E per riuscire ad arrivare a qualche conclusione conviene partire dal fondo della clessidra, da quella rete di consorzi comunali che raccolgono la spazzatura e gestiscono discariche, elargendo assunzioni e commesse. Un giacimento in cui Forza Italia ha pescato a man bassa. L'unico presidente di consorzio finito in manette è Giuseppe Valente, ex numero uno del partito a Mondragone, che ha dichiarato di avere assunto l'incarico su designazione del coordinatore regionale, l'onorevole Antonio Cosentino. I verbali della procura antimafia lo descrivono mentre crea appalti "tagliati su misura" in cambio di mazzette. E poi accompagna gli imprenditori ad incontrare boss al soggiorno obbligato per discutere la quota assegnata alla camorra. Ma al partito di Silvio Berlusconi facevano riferimento due protagonisti del business dei rifiuti, che si sono riciclati più in fretta delle ecoballe.

Il riciclato di Mastella Il più pesante è Nicola Ferraro da Casal di Principe: tessera azzurra e parentele così ingombranti da fargli negare il certificato antimafia, con la sua azienda EcoCampania ha macinato per anni appalti in quei comuni casertani diventati il regno dei padrini casalesi. Un'inchiesta celebre, citata poi in libri e atti parlamentari, indicava una delle gare vinte dall'EcoCampania come modello del potere di controllo dei casalesi. Ma Ferraro non ha mai ricevuto contestazioni penali. Dopo una lite proprio con Valente ha stracciato la tessera di Forza Italia e ceduto ogni ruolo nell'azienda dei rifiuti. Per dedicarsi alla politica a tempo pieno. Clemente Mastella lo ha accolto a braccia aperte nell'Udeur, nominandolo segretario provinciale a Caserta: non è arrivato in Senato per pochi voti, ma si è insediato nel consiglio regionale dove presiede la commissione sicurezza. Al ministro poco importa di quel certificato antimafia negato e dei familiari condannati. "Lui ha sempre smentito", ha dichiarato il Guardasigilli a 'L'espresso': "Un conto è il dato provato. Un conto è che ti affibbiano delle cose di cui tu non sei responsabile".

La Quercia tra i rifiuti Sotto il Campanile dell'Udeur negli ultimi mesi ha trovato rifugio un altro protagonista delle inchieste giudiziarie: Angelo Brancaccio, fino a un anno fa uomo forte dei ds nel casertano che ha cambiato partito dopo il recente arresto. Sindaco, consigliere regionale e candidato al Senato per la Quercia. Il suo slogan? 'La politica che fa. In Regione con Bassolino più forti'. È stato lui a offrire una tessera diessina ai nuovi signori dei rifiuti, i fratelli Orsi, gli imprenditori emergenti che avevano spodestato Ferraro. Anche gli Orsi originariamente militavano in Forza Italia, ma poi cambiano casacca per conservare gli affari. E nella sezione di Brancaccio una tessera rossa non si negava mai, nemmeno ai familiari dei latitanti. Un copione che in una Campania governata dal centrosinistra non è infrequente. I comuni 'rossi' sciolti per camorra sono almeno una decina. In tutta la regione dal '91 i municipi commissariati per infiltrazioni mafiose sono stati 59: lo scorso anno nel napoletano 83 amministrazioni su 92 erano 'monitorate' dalla prefettura. Perché è partendo dagli enti più piccoli che boss e politici si possono tuffare nella pancia della clessidra, lucrando su quella pioggia di milioni gettati nella monnezza. Lì l'unica raccolta differenziata è quella dei voti e delle mazzette: i primi vanno ai partiti, le seconde soprattutto ai padrini. Una torta così ricca che non conveniva litigare. Tanto che Brancaccio e uno dei leader di Forza Italia, Paolo Romano, propongono una gestione bipartisan: "I rifiuti sono di tutti, un patrimonio comune". Che altro dire?

Alleanza consortile Alcuni avrebbero trasformato quel patrimonio in potere. Tra loro, secondo la procura antimafia di Napoli, un altro politico nazionale non estraneo all'oro delle discariche: Mario Landolfi, che ha fatto da spalla a Gianfranco Fini nel suo tour sdegnato tra la marea di sacchetti. I magistrati accusano l'ex ministro di An e presidente della Commissione di vigilanza Rai proprio di corruzione, contestandogli le manovre destinate a mantenere il controllo del comune di Mondragone e, tramite quello, di uno dei consorzi più ricchi. Il braccio destro di Landolfi è stato intercettato mentre chiedeva assunzioni di spazzini: "Quello vale cento voti!". Spiega ai giudici uno dei fratelli Orsi: "Circa il 70 per cento delle assunzioni erano inutili ed erano motivate per lo più da ragioni politico-elettorali, richieste da Landolfi, Valente e Cosentino". Ad ogni elezione, netturbini e autisti venivano mobilitati in sostegno del candidato di riferimento. Ma queste manovre, accusano i pm, servivano anche a garantire gli interessi della camorra. Che dal basso cercava di imporre i suoi uomini anche in alto, risalendo fino al vertice della clessidra. Insospettabili per trattare direttamente con la Fibe dei Romiti. O per arrivare addirittura nella stanza dei bottoni del Commissario per l'emergenza.

È l'operazione che riesce ai fratelli Orsi. Prima passano dall'edilizia ai rifiuti. Poi puntano su un architetto, Claudio De Biasio. Dicono al telefono: "È uno dei nostri. Stiamo facendo di tutto perché venga nominato". E ci riescono. De Biasio si insedia al vertice sotto il prefetto Catenacci, a cui il premier Berlusconi affida la direzione dell'emergenza salvando Bassolino dal naufragio. Poi quando con Prodi arriva Guido Bertolaso, l'architetto viene promosso a numero due. Sta persino per diventare consulente della Commissione parlamentare quando interviene la magistratura che lo arresta proprio per le complicità nella gestione camorristica.

Toghe verdi Ma il problema è doppio, anzi triplo. Perché la designazione di De Biasio come vice di Bertolaso è stata fatta da Alfonso Pecoraro Scanio. Il ministro dell'Ambiente viene in genere trascinato nel girone dell'immondizia solo per peccati di omissione, come il no alla discarica di Serre o il ritardo biblico per il nulla osta al termovalorizzatore di Santa Maria La Fossa. Certo: anche il suo partito in alcuni comuni campani ha avuto crescite record di voti e tessere, ma nulla sembra chiamarlo in causa direttamente. Possibile che il barone verde si sia fatto trarre in inganno da quello che i pm antimafia considerano un ingranaggio chiave del sistema criminale? Ed ecco che spunta la terza faccia della questione. Perché nell'istruttoria viene inquisito il viceprefetto Raio, capo di gabinetto di Catenacci. E finisce sotto inchiesta un alto magistrato, un paladino della lotta ai crimini ambientali: il procuratore capo di Santa Maria Capua Vetere Donato Ceglie. Raio descrive gli uffici del Commissariato come un 'porto di mare', con i padroncini della monnezza che si sedevano direttamente sulle poltrone degli emissari di governo. Prefetti, magistrati. Insomma lo Stato. E poi i partiti e la camorra. I controllori, i controllati e i delinquenti. Manca nessuno? Le accuse penali restano tutte da provare. Anzi, nel caso del procuratore Ceglie sono già state archiviate dai magistrati di Roma. Che però rilevano come Ceglie avesse assunto un ruolo quasi da consulente del commissariato. E parlano di "accertata familiarità tra il Ceglie e altri soggetti coinvolti... elemento censurabile sotto altri profili ma non rilevante".

El Fibe de oro Nulla di rilevante. Alla fine gli unici protagonisti sotto processo sono la Fibe e Bassolino. A più di sette anni dalla concessione, che ha affidato tutta la questione campana all'azienda del gruppo Impregilo, allora nelle mani della famiglia Romiti, i risultati sono desolanti. Gli impianti che devono trasformare la spazzatura in combustibile ecologico non hanno mai funzionato. Da mesi - sostiene la Commissione parlamentare - non si riesce nemmeno a fare la manutenzione ordinaria. Ora l'unica strada pare la chiusura, nella speranza di inventare un modo per renderli capaci di funzionare. Il completamento del termovalorizzatore di Acerra slitta di anno in anno: ma senza vero combustibile, rischia solo di diventare un colossale inceneritore con veleni difficili da domare. L'altra centrale, quella di Santa Maria La Fossa, forse non nascerà mai. Lo spreco? Settecento milioni. Il Commissario ha fatto una sua causa civile: vuole un miliardo per il danno di immagine. Impregilo replica: è tutta colpa dei governi e pretende 1.700 milioni dallo Stato. La causa è del 2005: la prima udienza ci sarà il 23 maggio. Chissà se per quella data le strade della Campania saranno tornate pulite. n

A rischio 300 milioni Ue
di Gigi Riva

La crisi in Campania dura da troppo tempo. E Bruxelles potrebbe bloccare i contributi per il trattamento dei rifiuti colloquio con Pia Bucella

Lassù a Bruxelles, ai vertici della direzione generale Ue che si occupa di rifiuti, c'è un'italiana. Si chiama Pia Bucella, origini padovane, funzionaria di lungo corso, da otto anni responsabile di comunicazioni, affari legali, protezione civile. Si trova in una situazione complicata: "Ho un duplice senso di frustrazione. Da un lato i miei colleghi mi chiedono come faccia a rilasciare dichiarazioni sfavorevoli al mio Paese. Dall'altro gli stessi colleghi vorrebbero sapere se quello che vedono coi loro occhi in televisione è proprio vero, perché si fa fatica a crederci". Una cosa è certa: "In tutta la mia carriera un caso come quello di Napoli non è mai capitato. Non è mai successo nulla di simile". Certo ha ascoltato le parole del presidente Giorgio Napolitano sull'"eccessivo peso" che è stato dato in Europa alla questione. E diplomaticamente commenta: "Stimo il presidente. Mi auguro che abbia ragione lui". Altro non le permettono il ruolo e il rango.

Direttrice Pia Bucella, partiamo dall'emergenza...

"Alt. Non vorrei fosse usata la parola 'emergenza'. Se un fatto dura da 14 anni è un errore lessicale. Parliamo piuttosto di crisi. Quella che si sta vivendo è una crisi".

A causa di questa crisi, cosa rischia la regione Campania da Bruxelles?

"La Campania ha ottenuto, per il periodo 2007-2013 circa un miliardo di euro di contributi virtuali. È il denaro che l'Unione ha assegnato alla Campania a titolo di fondi strutturali. Sono soldi virtuali perché ogni euro europeo è il cofinanziamento di un euro corrispondente che deve essere speso dallo Stato o dalla regione".

Dunque la Campania rischia un miliardo di euro?

"No, il finanziamento destinato al trattamento dei rifiuti in senso lato ammonta a 300 milioni di euro. Se si apre una procedura di infrazione che riguarda i rifiuti e l'infrazione viene verificata si possono temporaneamente bloccare quei soldi, non tutto il finanziamento. Quando poi i criteri per l'erogazione dei soldi sono soddisfatti, il finanziamento può procedere".

E la procedura è avviata.

"Si è avviata, per la verità nel giugno scorso, quando la commissione ha proceduto, motu proprio, ad inviare una prima lettera di ammonimento e di richiesta di informazioni alle autorità italiane dopo che a maggio si era già visto qualcosa di simile".

L'Italia come si difese?

"Non posso rivelarlo. La Commissione ha comunque ribadito le proprie rimostranze. In generale posso dire che le assicurazioni sulla soluzione temporanea in discarica assomigliano troppo a quelle sui tempi del termovalorizzatore mai ultimato. Da troppo si va avanti così. E pensare che nel 1997 la Commissione, quando decise di aprire una procedura di infrazione contro l'Italia perché molte regioni non avevano redatto un piano, non aveva citato la Campania. Perché la Campania il piano lo aveva, prevedeva una gestione ottimale, solo che poi non l'ha tradotto in pratica".

E ora distribuisce i rifiuti da Nord a Sud. Dal vostro punto di vista è corretto?

"Il compito nostro è di verificare che il diritto comunitario sia messo in opera in maniera corretta, che si arrivi al risultato. Come lo si raggiunge non è affar nostro. La direttiva di base sui rifiuti è del 1975, riveduta nel 2006. È fatto obbligo agli Stati membri di smaltire i rifiuti senza pericolo per la salute dell'uomo, senza procedimenti che rechino pregiudizio all'ambiente, senza rischi per acqua, fauna, flora, senza causare inconvenienti da rumore e senza danneggiare il paesaggio. È fatto anche obbligo di vietare l'abbandono".

L'Italia ha avuto diversi avvertimenti per condotta negativa.

"I warning sull'Italia sono stati vari nel tempo. Uno è arrivato allo stadio di sentenza della Corte emessa nell'aprile scorso. Il reclamo era stato presentato nel 2002 e riguardava la presenza di discariche abusive".

Chi l'aveva presentato?

"Non siamo tenuti a dirlo. In genere si tratta di associazioni ambientaliste. Comunque nel reclamo si citavano 8.000 discariche abusive presenti sul territorio e distribuite ovunque, da nord a sud. Il Corpo forestale dello Stato ha poi accertato che erano 4.500. Da qui la condanna".

Condanna a cosa?

"La prima è un semplice condanna a parole. Si è invitata l'Italia a mettersi in regola rapidamente, a mettere in sicurezza le discariche. E l'Italia sta lavorano per conformarsi. Valuteremo se quello che viene fatto dal governo è sufficiente. Se, per ipotesi, non lo fosse si andrebbe alla seconda sentenza che è sempre associata a delle multe la cui entità è calcolata secondo due parametri: la ricchezza del Paese e la gravità della mancanza".

Perché altrove non si sono verificate crisi come quella di Napoli?

"Lo smaltimento dei rifiuti è difficile per tutti. Io stessa produco rifiuti ma mi spiacerebbe che la discarica o l'inceneritore confinassero col mio giardino. In alcuni Paesi si è riuscito a convincere i cittadini ad essere virtuosi, a fare la raccolta differenziata perché così c'è bisogno di meno discariche, di meno inceneritori".

In Italia non c'è questa sensibilità.

"Non è vero, anche in Italia ci sono alcune regioni virtuose che rispondono ai parametri europei. In Campania l'attenzione è minore. Basterebbe poco, tipo obbligare i Comuni ad usare sacchetti di colore diverso a seconda del tipo di rifiuto. In televisione ho visto i cumuli di immondizia abbandonata nelle strade. Erano contenuti nei sacchetti dei supermercati. In molti Paesi quei sacchetti sono stati aboliti. A Bruxelles tutti, senza differenze di età, vanno a fare la spesa coi sacchetti che si portano da casa".

L'emergenza in cifre

360.000 le tonnellate di rifiuti in Campania al 15 gennaio, tra spazzatura nelle strade ed ecoballe non smaltite

7.500 le tonnellate di rifiuti prodotti ogni giorno in Campania (4.200 solo a Napoli)

4 discariche da attivare

3 i siti forniti dall'esercito

88.500 le tonnellate di rifiuti da trasferire in altre regioni (Sicilia 1.500, Toscana 4.000, Abruzzo 15.000, Emilia Romagna 5.000, Piemonte 5.000, Sardegna 5.000, Marche 3.000, Puglia 50.000)

4.900 le tonnellate di rifiuti trasferiti ogni settimana con 25 treni in Germania (finora erano 12 convogli per circa 2.500 tonnellate)

170-220 euro a tonnellata il costo dello smaltimento rifiuti in Germania

290 euro a tonnellata il costo per trasformare i rifiuti in ecoballe e custodirle in Campania

100 euro a tonnellata circa il costo dello smaltimento dei rifiuti in discarica nelle altre regioni

Differenziata Iervolino

"Dimissioni? Non faccio il capro espiatorio". Rosa Russo Iervolino non ritiene di avere responsabilità nel disastro dei rifiuti napoletani. Eppure toccava al Comune provvedere alla raccolta differenziata: una missione che avrebbe quantomeno dimezzato l'emergenza. Ma i livelli minimi restano un miraggio: prima della crisi si era fermi sotto l'8 per cento. La Corte dei conti nel 2006 ha contestato formalmente il fallimento della differenziata. Imputata la società Asia Spa, interamente nelle mani del municipio, il cui consiglio d'amministrazione viene nominato proprio dal sindaco. Secondo la magistratura contabile, nel biennio 2002-2004 c'è stato un danno di 5.700.000 euro: una somma calcolata soltanto sulla base del mancato provento per la vendita dei materiali riciclabili. Perché la stima dei fondi sprecati nel tentativo di selezionare l'immondizia è abissale. Il Comieco, il Consorzio nazionale per il recupero, ritiene che in Campania tra il '99 e il 2005 siano stati così sprecati 102 milioni. La fetta più grossa, ovviamente a Napoli, che produce quasi la metà dei rifiuti. E, su questo settore, le responsabilità sono tutte del Comune. G. D. F.

Quante bombe sotto il cantiere

Una bomba ecologica? No, una bomba vera. Perché sotto i terreni acquistati per costruire il termovalorizzatore di Santa Maria La Fossa (Caserta) sono spuntati centinaia di residuati bellici. Nessuna battaglia, solo una discarica di ordigni accumulati per decenni dai proprietari del terreno. L'area infatti apparteneva alla famiglia Comparini che dagli anni Sessanta vendeva esplosivi e bonificava i campi devastati dai bombardamenti e dalle mine della Guerra mondiale. Una volta disinnescati, proiettili e granate finivano nelle campagne casertane. La questione provocò diverse interrogazioni parlamentari già negli anni Settanta: il proprietario vicentino, un ex ufficiale di Salò, era stato inizialmente condannato a morte per l'uccisione di un partigiano. Secondo i deputati del Pci, nel periodo nero degli anni di piombo più volte il maestro arteficiere venne trovato in giro per l'Italia con carichi di esplosivo senza documentazione. Si arrivò persino a sospettare una protezione del Sifar dietro l'apertura del deposito di Santa Maria La Fossa (Caserta). Proprio dove nel 2001 la Fibe, in base ai poteri della concessione sui rifiuti, decide di costruire proprio lì il secondo termovalorizzatore campano. Peccato che il terreno fosse già una discarica di bombe, che ha richiesto quasi tre anni di lavoro degli sminatori. Ora, dopo il blocco dei beni ordinato dalla magistratura, l'azienda del gruppo Impregilo vuole vendere il terreno. Prezzo richiesto: cinque milioni di euro. Finirà per comprarlo lo Stato?

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