I ghiacciai sentinelle climatiche
Pubblicato sulla rivista Geoitalia, periodico della Federazione Italiana di Scienze della Terra, "La risposta dei ghiacciai alpini alle variazioni climatiche", un'attenta analisi sull'andamento dei ghiacciai italiani dal 1925 ad oggi.
28 ottobre 2010
Carlo Ruberto
I ghiacciai sono una indubbia risorsa naturale e degli ottimi indicatori ambientali. A sostenerlo ancora una volta è Carlo Baroni del Comitato Glaciologico Italiano, nonché Professore Ordinario di Geografia Fisica e Geomorfologia dell'Università di Pisa. I ghiacciai costituiscono infatti una fondamentale risorsa d’acqua dolce, ma sono anche delle sentinelle ambientali molto sensibili alle variazioni climatiche, in quanto reagiscono alle sollecitazioni esterne mutando in forma e dimensioni, in particolare i ghiacciai alpini, essendo costituiti quasi esclusivamente da ghiaccio a temperatura prossima a quella di fusione. Questi ultimi infatti possono ritirarsi o espandersi visibilmente in seguito anche a minime variazioni della temperatura. Non esiste tutt'oggi un censimento nazionale dei ghiacciai; l'ultima stima del gruppo di glacioloci cordinati da Michael Zemp del 2008 parla di 1397 ghiacciai sull'arco alpino, per un'estensione totale di 608 chilometri quadrati. A completare il quadro, l’ultimo residuo dei ghiacciai appenninici, il Ghiacciaio del Calderone sul Gran Sasso, ormai ridotto a poco più di un glacionevato, ovvero una formazione che è pressoché una via di mezzo tra un nevaio e un ghiacciao. La risposta del ghiacciaio alle mutazioni climatiche dipenderà ovviamente dalla massa complessiva del ghiacciaio: maggiore la sua dimensione, maggiore sarà la sua resistenza alle variazioni di temperatura.

Secondo lo studio, dalla seconda metà del XIX secolo è in atto una fase di accentuata contrazione, che ha portato i ghiacciai italiani a perdere oltre il 40% della loro superficie. Il limite delle nevi si è innalzato di oltre 100 m. Molti piccoli ghiacciai sono scomparsi, mentre tantissimi si sono frazionati in individui minori, arretrando le loro fronti anche di oltre 2 km. Molti ghiacciai residui sono arrivati sotto il limite delle nevi. Resistono per inerzia, ma la loro fine è ormai segnata. Come si può notare dal grafico, il ritiro dei ghiacciai non è stato però lineare nel tempo. Dopo una fase di arretramento generalizzato negli anni '50 e '60 del secolo scorso, per tutti i successivi anni '70 si è avuto un recupero dell'estensione dei ghiacciai alpini altrettanto generalizzata. Poi con gli anni '80 è iniziata una nuova fase di ritiro che, nel volgere di dieci anni, ha interessato e interessa oltre il 90% dei ghiacciai italiani. Dall'analisi di questi dati, il Prof. Baroni sostiene infine che al perdurare di questa situazione dovremo attenderci ulteriori e drammatiche riduzioni dell'estensione e dello spessore dei ghiacciai. Le domande sorgono quindi spontanee: quali potranno essere le conseguenze dovute al consumo delle risorse idriche immagazzinate nei ghiacciai? Quali scenari dobbiamo attenderci nei prossimi decenni? A queste domande non vi è una risposta certa, ma, conclude lo studioso, sarà fondamentale un'approfondita conoscenza dei ghiacciai e un loro continuo monitoraggio nel tempo.
Note: L'articolo su Geoitalia n.32, (pag 50-51) http://www.geoitalia.org/upload/home_page/geoitalia/n32.pdf
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