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Le elezioni europee, l'ILVA e il processo per disastro ambientale a Taranto

Risposta a Giuliana Sgrena

La giornalista, candidata nella lista Tsipras, ha scritto oggi sul Manifesto: "Si può condannare una lista perché dentro c'è SEL e il presidente di SEL è Vendola? Non possiamo farci irretire da posizioni fondamentaliste che del resto abbiamo sempre combattuto".
9 marzo 2014
Antonia Battaglia (PeaceLink)

Rispondo all’articolo di Giuliana Sgrena sul Manifesto di oggi, al suo appello a mettere da parte i fondamentalismi per costruire in Europa – ed aggiungo anche in Italia, perché da qui si parte – un progetto che unisca percorsi diversi, che si prefiggano di superare le differenze per realizzare qualcosa di più alto e nuovo. 


La mia risposta parte dalla amara constatazione che ancora una volta la sinistra italiana nel tentativo di costruire un nuova «casa» (come poteva esserlo la Lista Tsipras), lo ha fatto con alcune fondamenta già profondamente compromesse. 

Ci sono, in lista, personaggi meravigliosi, espressione di lotte fondamentali. 

Ma una sfida che si vuole in rottura col passato non può commettere l’errore di scendere a patti con chi potrebbe avere delle responsabilità gravi, che la magistratura dovrà accertare, in vicende simbolo come quella di Taranto. 

Si era scritto che la Lista Tsipras non avrebbe accettato candidati che fossero espressioni dirette di partiti politici. Ebbene, lo ha fatto con un partito, SEL, il cui presidente, tra l’altro, ha ricevuto una richiesta di rinvio a giudizio per concussione in una vicenda gravissima: quella dell‘ILVA di Taranto.


Ben venga il mio fondamentalismo, se fondamentalismo vuol dire non accettare di fare neanche un metro di strada mano nella mano con chi è coinvolto in questa vicenda che ha devastato la mia città. Non si chiama fondamentalismo, si chiama rispetto della legalità, della coerenza, rispetto per la propria città e la propria gente, si chiama amore perTaranto e si chiamano principî di etica politica. La politica vuol dire amministrazione della cosa pubblica. Ovvero vuol dire esercitare la rappresentanza di un popolo e di un territorio a difesa degli interessi dei cittadini. Sacrificare gli ideali ai quali ci si ispira per fare una scelta di convenienza politica è gravissimo, soprattutto se si declamano ideali di rivoluzione che dovrebbero cambiare l’Europa dal basso. 

 

Se fondamentalista vuol dire non accettare di mettere il mio nome e quello di Taranto in un calderone unico con SEL, credo che tanti avrebbero bisogno di ispirarsi al nostro fondamentalismo. 

Alcune cose non sono barattabili e la mia candidatura é stata dall’inizio accompagnata dalla clausola di incompatibilità con SEL, proprio per fare di Taranto il simbolo di un nuovo corso della politica in assoluta rottura col passato.

 

Ho sperato che vincessero i cittadini, ho sperato che, attraverso questa lista, Taranto potesse avere voce. Non solo la Taranto degli ambientalisti ma di tanti cittadini, operai, mamme, giovani che vogliono un futuro diverso fatto di aria pulita, di salute ma anche di lavoro, di diritti, di dignità.

La mia lotta non é solo ambientalista, lo dico in risposta a chi ha voluto vedere nel ritiro della mia candidatura questioni di natura diversa. Per formazione ed esperienza, il mio impegno è sempre stato in difesa dei diritti dei cittadini tutti di Taranto, con PeaceLink di cui faccio parte. 
La questione ILVA é una questione innanzi tutto di violazione dei diritti primari dei cittadini. E’violazione dei diritti dei lavoratori. E’ violazione dell’ambiente e della salute umana. E’ tutto questo insieme, un tutt’uno indivisibile che non può essere etichettato come “ambientalista”. La mia lotta abbraccia tutta la città, perché i diritti a non morire asfissiati in nome della produzione italiana di acciaio, il diritto ad un lavoro che non uccida sono diritti primari irrinunciabili. 

La lista Tsipras ha avuto un'occasione unica di avviare una vera e propria rivoluzione che mettesse al centro questi diritti, e sollevasse il Sud dalla condizione di marginalità in cui la recente storia italiana lo ha relegato. Il nuovo corso delle cose doveva partire non solo dalla Grecia ma anche dall'Italia, da un atto di onestà e di rottura col passato. 

A chi da Taranto mi ha scritto "Ora siamo senza speranza" rispondo che no, noi non siamo senza speranza perché noi siamo LA speranza. 

Vinceremo noi, perché il vento della storia nuova che si deve fare, e che si sta facendo, passerà da noi, dal basso, dalla gente, dai valori autentici che essa esprime. 
Antonia Battaglia 

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