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Dopo il referendum

La necessità di una citizen science

E' venuta meno la capacità di prendere decisioni dopo essersi informati. La sconfitta di questa consultazione referendaria si riproporrà ogni volta che i cittadini saranno chiamati a comprendere questioni complesse, a documentarsi e a scegliere senza delegare.
18 aprile 2016 - Alessandro Marescotti

"È un referendum difficile da capire, su una questione troppo complicata, tecnica", scriveva qualche giorno fa Giovanni De Mauro, direttore di Internazionale.

Ma aggiungeva saggiamente:

 

"In ogni caso, domenica 17 aprile viene fatta a tutti noi una domanda. E la domanda non è solo quella del complicato quesito referendario: è anche una domanda sulla nostra attenzione ai temi ambientali, al futuro del pianeta, alla politica energetica e industriale del paese. Più in generale, dalla risposta che daremo si misurerà il nostro coinvolgimento, la nostra partecipazione, la nostra capacità di prendere decisioni dopo esserci informati e senza farci spaventare dalla difficoltà della questione. Se votare a questo referendum servisse anche solo a dare un segnale, sarebbe importante non restare a casa".

 

Quello che è accaduto è stato proprio il contrario, in una nazione dove è forte l'analfabetismo funzionale.

Il fatto che siano andati a votare di più nelle regioni meridionali non cambia il problema, anzi dimostra che la presa di coscienza comincia oggi proprio dal Sud, dove più forte è il dibattito sui temi ambientali.

La sconfitta di questa consultazione referendaria si riproporrà ogni volta che i cittadini saranno chiamati a comprendere questioni complesse, a documentarsi e a scegliere senza delegare.

La necessità di una citizen science diventa sempre più impellente. Nella scuola, nel dibattito sociale. Una scienza cioè che sia condivisa, compresa, discussa.

Occorre una riflessione sul rapporto fra democrazia e complessità, nodo da sciogliere in futuro per favorire una partecipazione alle questioni sempre più difficili che incontreremo per riconvertire questo modello di sviluppo. Riusciremo a farlo senza rinunciare alla partecipazioni attiva?

La questione fu già affrontata da Italo Calvino che rifletteva sul "labirinto", simbolo della complessità in cui si è calata l'umanità con l'era industriale. Come trovare in democrazia la via d'uscita dal labirinto-realtà? Il labirinto richiede un confronto quotidiano e in una società semplificata nel messaggi-twitter la gente tende a sottrarsi al caos con scorciatoie spesso demagogiche. Calvino partiva da un'idea democratica di labirinto come strategia conoscitiva capace di inglobare il disordine e comprenderne le vie d'uscita.

In questa prospettiva la scuola dell'imparare ad imparare e del problem solving è forse la risposta più interessante alla sfida del labirinto. Occorre impegnarsi nella costruzione di una citizen science che ci aiuti - senza abbandonare il metodo della partecipazione democratica - ad uscire dai labirinti della società attuale sempre più complessa, nella quale la rivoluzione si fa con i dettagli tecnici e non con le grandi parole d'ordine ideologiche di un tempo.

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