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L’Amazzonia sta morendo mentre Bolsonaro getta benzina sul fuoco

La foto del cielo sopra San Paolo (Brasile) è del 19 agosto 2019. I residenti parlano di pioggia nera, mentre gli studi di due università hanno confermato che l’acqua piovana contiene residui dell’incendio
26 agosto 2019
Dahr Jamail
Fonte: Truthout - 22 agosto 2019

La foto del cielo scuro sopra San Paolo, in Brasile, del 19 agosto 2019

La Foresta Amazzonica è la più estesa foresta pluviale della Terra. Produce la metà delle precipitazioni piovose che la interessano e ospita al suo interno il 20% dei fiumi della Terra, si estende su un’area che corrisponde ai due terzi di quella occupata dai 48 Stati che costituiscono gli Stati Uniti d’America, e produce 20% dell’ossigeno dell’atmosfera terrestre.

Comprende più di 1,100 affluenti solamente del Rio delle Amazzoni, diciassette dei quali si estendono per più di mille miglia. La foresta pluviale genera, inoltre, i “fiumi volanti”, enormi masse di vapore acqueo trasportate dall’aria, che si sviluppano al di sopra della vegetazione e si muovono secondo gli schemi delle nuvole e delle precipitazioni attraverso l’intero continente del Sud America.

Molti scienziati ritengono che la Foresta Amazzonica sia la più importante fonte di biodiversità del pianeta, e le statistiche lo confermano. Comprende centinaia di specie di uccelli e di alberi, circa 2,5 milioni di specie di insetti e nel solo Rio Negro ci sono almeno 3,000 specie di pesci e se ne scoprono continuamente di nuove. In media, viene scoperta una nuova specie ogni giorno.

E ora la Foresta Amazzonica va a fuoco. Secondo l’Istituto Nazionale di Ricerche Spaziali del Brasile (INPE), gli incendi la inceneriscono a una velocità record. L’INPE recentemente ha comunicato che, rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, si è registrato un aumento dell’80% per quanto riguarda gli incendi.

Il fumo della foresta in fiamme ha oscurato il cielo sopra San Paolo, città che si trova a più di 1700 miglia dal luogo dell’incendio, mentre le immagini satellitari mostrano che è arrivato fino alla costa atlantica, coprendo metà del Brasile e anche parti di Paraguay, Bolivia e Perù.

Superare i limiti

Thomas Lovejoy lavora in Amazzonia dal 1965, ed è il primo ad affermare che “non siamo che agli inizi” per quanto riguarda la nostra comprensione della foresta, come ha dichiarato, nel 2017 al Truthout, durante un’intervista. È stato direttore del World Wildlife Fund negli USA per 14 anni, ed è stato soprannominato “il padrino della biodiversità”, poiché è stato proprio lui a coniare il termine “biodiversità”. Uno dei suoi rapporti è bastato a far sì che più della metà dell’Amazzonia diventasse zona protetta.

Durante la nostra intervista, Lovejoy fece terribili previsioni, che comprendevano anche i tristi incendi che vediamo oggi.

Notò che i limiti alle emissioni stabiliti a livello internazionale non basteranno a evitare una catastrofe. In un articolo accademico del 2013 per The New York Times, intitolato “The Climate Change Endgame” (“La fase finale del cambiamento climatico”) [1], scrisse: “È chiaro che il limite per l’aumento della temperatura globale, fissato a due gradi Celsius, è stato calcolato principalmente sulla base di ciò che sembrava conveniente e fattibile, senza tenere conto di ciò che significa veramente per l’ambiente. Due gradi sono già troppi per gli ecosistemi.”

E questo è esattamente ciò che stanno mostrando gli incendi in Amazzonia, considerando che, a partire dalla rivoluzione industriale, la temperatura globale è aumentata di 1.2 gradi Celsius e, chiaramente, continuerà ad aumentare.

“Si pensi a ciò che significa in generale,” ha detto Lovejoy, a quale aspetto avrà il pianeta e come sarà quando si raggiungeranno i 2°C (valore di riferimento che sappiamo verrà ampiamente superato). “Significa un pianeta in cui il livello del mare è dai quattro ai sei metri più elevato rispetto a ora. Significa un pianeta senza barriera corallina (impatti che possiamo vedere già adesso) e probabilmente altri cambiamenti che non possiamo prevedere.

Quando una foresta pluviale tropicale è sana, preleva anidride carbonica dall’atmosfera, ma quando viene danneggiata da siccità, incendi boschivi o dolosi, deforestazione e sviluppo umano, rilascia nell’atmosfera gran parte o tutta l’anidride carbonica immagazzinata. Gli scienziati dell’Università di Oxford hanno osservato che nel 2010, l’Amazzonia, a causa della siccità, ha rilasciato una quantità di anidride carbonica pari alle emissioni prodotte da Russia e Cina in un anno.

Visti gli aumenti dei periodi di siccità e degli incendi, possiamo aspettarci di veder scomparire la Foresta Amazzonica anche prima del 2100.

Bolsonaro: il Trump dei Tropici

Secondo l’INPE, in giugno, cioè da quando le terribili politiche ambientali del presidente di estrema destra Bolsonaro hanno cominciato a entrare in vigore, la deforestazione dell’Amazzonia ha già subito un’accelerazione del 60% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

Lo scorso mese, Greenpeace ha definito Bolsonaro e il suo governo di destra una “minaccia per l’equilibrio climatico”, mentre il World Wildlife Fund, come molti scienziati, ha avvertito che se l’Amazzonia raggiunge il punto di non ritorno, potrebbe diventare un’arida savana e non sarebbe più in grado di ospitare la fauna che ospita oggi.

Invece di prelevare anidride carbonica e generare acqua e piogge, l’Amazzonia diventerà un produttore di anidride carbonica e il pianeta perderà gran parte della sua capacità di produrre ossigeno. Inoltre, la perdita della biodiversità dell’Amazzonia sarà più che devastante per il pianeta.

Bolsonaro, come Trump negli Stati Uniti, si è affrettato a eliminare le normative in ambito ambientale. Da quando è salito al potere, a gennaio di quest’anno, ha permesso di praticare il disboscamento, le attività agroalimentari ed estrattive.

Bolsonaro, recentemente, ha accusato le ONG, in maniera del tutto infondata e richiamando alla mente la figura del presidente Trump, di essere responsabili degli incendi. The Guardian riporta che, a un congresso dell’industria siderurgica nella capitale Brasilia, Bolsonaro ha affermato: “Per quanto riguarda gli incendi in Amazzonia, che a mio parere sono stati causati dalle ONG che hanno perso del denaro, che scopo hanno? Provocare problemi al Brasile”.

Bolsonaro probabilmente stava usando questo discorso per deviare l’attenzione dal suo reale piano per le Amazzoni. Alcuni documenti trapelati recentemente mostrano che intende usare l’incitamento all’odio per isolare ed emarginare i gruppi minoritari che vivono nelle Amazzoni, in modo da poter procedere con i suoi progetti di sfruttamento, come la costruzione di dighe che avrebbero impatti ambientali devastanti.

“È necessario avviare dei progetti per integrare il bacino amazzonico nel resto del territorio nazionale e in questo modo combattere la pressione internazionale per l’implementazione del cosiddetto “progetto ‘Tripla A”, diceva una delle slide trapelate. “Per fare questo è necessario realizzare l’impianto idroelettrico sul fiume Trombetas, il ponte Óbidos sul Rio delle Amazzoni e ampliare l’autostrada BR-163, collegata al confine con il Suriname.”

Dunque, gli attacchi di Bolsonaro alle ONG sono probabilmente parte del piano di sviluppo per l’Amazzonia del leader di estrema destra.

Note: [1] L'articolo (in lingua inglese) e consultabile qui: https://qcbs.ca/wp-content/uploads/2010/11/IHT-The-Climate-Change-Endgame-NYTimes.com_.pdf
Tradotto da Dahr Jamail per PeaceLink. Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte (PeaceLink) e l'autore della traduzione.
N.d.T.: Titolo originale: The Amazon Is Dying and Bolsonaro Is Fanning the Flames

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