E' terminato un processo che aveva dell'incredibile

Assolti

Questa la sentenza nei confronti del Capitano Ultimo e di Mario Mori, responsabili nel 1993 dell’arresto di Totò Riina. Erano sotto processo nonostante avessero inferto un duro colpo alla mafia e servito lo Stato con coraggio.
23 febbraio 2006
Alessio Di Florio

Retro della cassaforte della villa, aperta con la fiamma ossidrica durante la perquisizione

E alla fine, con una settimana d’anticipo sui tempi previsti (una settimana) la parola fine è arrivata. Ed è arrivata così come ci si aspettava. Il Capitano Ultimo e Mori non hanno favorito la mafia e il loro comportamento fu irreprensibile. Si chiude così un processo durato poco più di un anno, nel quale sono stati messi alla gogna mediatica e giudiziaria due uomini che hanno agito con “senso dello Stato” (così come ha affermato lo stesso pubblico ministero nella requisitoria finale).

L’anno scorso, subito dopo il rinvio a giudizio, il giornalista Pino Corrias parlò del “mondo rovesciato di Palermo” dove si può essere incriminati per aver compiuto il proprio dovere. Parole che sembrano sintetizzare egregiamente tutta la vicenda. Ma per comprenderla meglio è meglio ricostruirla dall’inizio, da quel giorno di ormai 13 anni fa.

Un gruppo di carabinieri del ROS, denominato CRIMOR e guidato dal Capitano Ultimo, riesce in un impresa che sembrava irrealizzabile da decenni: porre fine alla latitanza di Salvatore Riina, detto Totò, boss dei boss di Cosa Nostra. Il boss viene arrestato subito dopo essere uscito dalla sua villa a Palermo. Colui che legge questa storia può immaginarsi che il Capitano Ultimo e i suoi uomini saranno ringraziati e coperti d’onore dopo l’importante arresto. Così avverrebbe in un paese normale. Ma, come dicevamo prima, siamo “nel mondo rovesciato di Palermo”. E in questo mondo il carabiniere che compie un arresto eclatante, ponendo fine alla carriera criminale del più importante boss mafioso, non viene premiato ma degradato. Definito fino a quel giorno nelle sue note caratteristiche di servizio “persona eccellente”, diventerà semplicemente “superiore alla media” per l’Arma dei Carabinieri. E dopo quattro anni il CRIMOR verrà cancellato, sciolto d’autorità, il 20 settembre 1997.

Per i suoi superiori Ultimo era troppo individualista e indisciplinato, inadatto al suo lavoro. Praticamente l’arresto di Riina l’hanno compiuto degli scolaretti in gita scolastica!

E arriviamo ai giorni nostri, al processo giudiziario iniziato un anno fa.

Vincenzina Massa, gip di Palermo decide di rinviare a giudizio Ultimo e Mori con l’accusa di aver favorito la mafia ritardando la perquisizione della covo di Riina. A suo giudizio quel ritardo è servito per far sparire ed occultare importanti documenti del boss mafioso. Tra le altre cose chiede che fine ha fatto la cassaforte della villa, a suo dire portata via e che potrebbe contenere rivelazioni importantissime. A suo dire appunto, perché la cassaforte in realtà non si è mai mossa dalla villa. Ed infatti, al momento della perquisizione era lì in bella mostra, aperta dai carabinieri con la fiamma ossidrica (come dimostra la foto di quest’articolo). Così come è emerso durante il processo. Un processo surreale, cominciato l’anno scorso, iniziato con i due pm, Ingroia e Prestipino, che chiedono di non procedere. Ma il gip Massa non demorde e decide l’incriminazione coatta per favoreggiamento aggravato di Cosa Nostra.

Un processo surreale che in questo anno ha visto naufragare tutti i teoremi accusatori, a partire proprio dalla famosa cassaforte.

Giungiamo così ad oggi, ad una settimana fa, all’arringa finale dell’accusa. Degno epilogo della vicenda. Ultimo e Mori vanno prosciolti dall’accusa di favoreggiamento aggravato, anzi viene appurato che sono stati ispirati da “senso dello Stato” nella loro azione. Le qualità professionali dei due imputati, afferma il pm Prestipino, non “sono mai state in discussione”. Ma, affermano sempre Prestipino e Ingroia, rimane in piedi l’accusa di favoreggiamento semplice che però la legge ex-Cirielli (approvata negli scorsi mesi dal Parlamento) porta a prescrizione. Chi mai siano queste persone favorite dalla ritardata perquisizione, se non personaggi mafiosi, sono e resteranno mistero, custodito solo da loro due. Così come il riferimento alla legge ex-Cirielli, inutile in quanto nulla ha a che vedere con il favoreggiamento semplice.
Saranno forse illuminati alcune parole del pm Ingroia, parole che dicono più di quel che possa apparire. “La mancata perquisizione del covo del boss mafioso Toto' Riina subito dopo il suo arresto e la cessazione dell'attivita' di osservazione decisi dal Ros senza avvertire la Procura ''altro non e' che 'Una storia semplice''. Sono parole dello scrittore siciliano Leonardo Sciascia, che vent’anni fa scriveva articoli sul Corriere della Sera. E parlava anche di mafia, anzi di antimafia. Fu lui a coniare l’espressione professionisti dell’antimafia, parlando di Falcone e Borsellino. Scrisse una volta che non conosceva la vicenda, non conosceva Falcone e Borsellino, ma li giudicò. Li accusò di speculare sulla lotta alla mafia, di svolgere il loro lavoro solo per motivi personali e di avanzamento di carriera. Come abbia potuto formulare giudizi così precisi e circostanziati senza sapere nulla è un mistero che solo lui conosce.

Ma la Storia ha restituito giustizia a Falcone e Borsellino, consegnandola al ricordo imperituro come gli uomini che più di tutti in quegli anni hanno combattuto con lealtà e determinazione la criminalità mafiosa. Speriamo che per Ultimo e Mori sia così, che l’arresto di Totò Riina venga ricordato un giorno come un’impresa incredibile realizzata da uomini straordinari. Ultimo e Mori, i carabinieri del CRIMOR e chi seppe credere che si poteva porre fine al regno criminale di Salvatore Riina. Uomini semplici, uomini come tanti ma con un’ideale fortissimo, la giustizia, nel cuore. E proprio per questo ancora più straordinari.

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