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Lo sguardo nazionale di Fini e Bersani

19 novembre 2010 - Nicola Vallinoto

La trasmissione "Vieni via con me" di Fabio Fazio e Roberto Saviano ci ha regalato dei momenti di alta televisione come quelli della giovane cittadina italiana figlia di genitori albanesi contenta di aver ottenuto la cittadinanza del Bel Paese.

Ed anche due passaggi importanti, e discussi, in cui i due leader politici Gianfranco Fini e Pier Luigi Bersani ci hanno spiegato in tre minuti i valori che contraddistinguono, rispettivamente, la destra e la sinistra.

Fini ha posto l'accento sull'identità nazionale e sulla meritocrazia mentre Bersani sui beni comuni e sulla giustizia sociale.

Sebbene questi diversi approcci e sensibilità entrambi hanno condiviso, come spazio di azione politico culturale, l'orizzonte esclusivo rappresentato dai confini dello stato nazionale.

Nessuno dei due ha minimamente accennato all'Europa sebbene gran parte della legislazione italiana sia di derivazione comunitaria e nonostante il quadro continentale sia il livello minimo per dare risposte concrete ai problemi posti da una globalizzazione senza regole dove l'economia governa la politica.

Invece di adottare lo sguardo cosmopolita i due leader hanno scelto di raccontare la destra e la sinistra usando un paio di occhiali con le lenti deformate dallo sguardo nazionale. Tale sguardo - afferma il sociologo tedesco Ulrich Beck - non è più idoneo a interpretare la realtà globalizzata di una società liquida e complessa.

Sia Fini che Bersani, quindi, hanno scelto di stare dalla parte delle forze conservatrici.

altiero spinelli e ventotene Un passaggio del Manifesto di Ventotene, di cui nel 2011 cade il 70° anniversario, evidenzia molto bene la linea di divisione fra partiti progressisti e partiti reazionari.

Essa non dipende - si legge nel Manifesto scritto da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi - da un maggiore o minore tasso di democrazia oppure da un maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa quelli che concepiscono come fine essenziale della lotta quello antico, cioè la conquista del potere politico nazionale - e che faranno, sia pure involontariamente, il gioco delle forze reazionarie lasciando solidificare la lava incandescente delle passioni popolari nel vecchio stampo, e risorgere le vecchie assurdità - e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopreranno in primissima linea come strumento per realizzare l'unità internazionale.

La crisi economica che attanaglia l'Europa costringerà, prima o poi, i leader politici nostrani a cambiare il proprio sguardo sul mondo.

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