Quelle silenziose, implacabili «pazze» della Plaza de Mayo
Bisognava essere matti nell'Argentina dell'ultima dittatura militare per sfidare i generali nella piazza più importante del paese, circondata dai massimi simboli del potere: la Casa rosada, il Banco Nacion, il ministero dell'economia, la cattedrale, il Cabildo. Però quello che portò una decina di madri, semplici donne di casa, a riunirsi il 30 aprile del 1977 nella Plaza de Mayo di Buenos Aires, non era la pazzia, come si provarono a far credere i loro detrattori, ma l'amore, il dolore e la disperazione per la scomparsa dei loro figli.
Racconta Ulises Gorini nella sua monumentale La rebelion de las Madres che poco prima del mondiale di calcio del 1978 in Argentina, un giornalista straniero si avvicinò alla marcia silenziosa delle Madri, che camminavano tenendosi due a due per rispettare le restrizioni imposte dallo stato d'assedio, e domandò quando era nato il loro movimento. Dopo un'esitazione, risposero che la data d'inizio erano state le parole di Azucena Villaflor De Vincenti: «Madri, così non otteniamo nulla. Ci dicono menzogne da tutte le parti, ci chiudono in faccia tutte le porte. Dobbiamo uscire da questo labirinto infernale... Dobbiamo andare direttamente alla Plaza de Mayo e restarci fino a quando non ci daranno una risposta. Dobbiamo arrivare a essere 100, 200, 1000 madri, fino a quando tutti non potranno più fingere di non sapere». Poco tempo dopo, Azucena, come suo figlio Nestor, divenne anch'essa una desaparecida, tradita dal tenente di vascello Alfredo Astiz che si era infiltrato nel gruppo. Fu portata all'Esma, la Scuola meccanica della Marina, e fu gettata nel Rio de la Plata alla fine del '77. Dopo l'identificazione dei suoi resti, nell'agosto del 2005, le sue ceneri riposano oggi nella Piazza di Maggio.
Le sue parole portarono alla costruzione delle Madri come soggetto politico e come il movimento per i diritti umani più originale e importante dell'Argentina. Una strada che le avrebbe condotte, come scrive Gorini, alla socializzazione della maternità, dalla ricerca dei loro figli a una lotta collettiva per tutti i figli. Non importò che quel 30 aprile fosse un sabato e che la piazza fosse deserta. Cominciarono a tenere le loro marce silenziose, come ancora oggi, tutti i giovedì alle tre e mezzo del pomeriggio. La loro battaglia per conquistare visibilità le portò anche, qualche mese più tardi, a marciare coi 150 mila fedeli cattolici in processione verso la basilica di Lujan, una delle poche concentrazioni autorizzate dalla giunta «occidentale e cristiana».
Con il tempo si costituirono anche altri gruppi basati sui legami di sangue, come Hijos e Abuelas - i figli dei desaparecidos e le nonne dei bambini nati da madri poi fatte sparire e sovente «regalati» a coppie di militari - il cui lavoro ha consentito di recuperare e restituire l'identità a più di 85 figli di desaparecidas «rubati» dalla dittatura.
Poi vennero il processo contro i capi delle tre giunte militari, le leggi di Alfonsin sulla obediencia debida e il punto final, l'indulto concesso da Menem. Ma la lotta sistematica, paziente, pacifica, implacabile, delle Madri contro l'impunità è arrivata a produrre l'annullamento di quelle leggi obbrobriose fino all'annullamento da parte della Corte federale, il 25 aprile scorso, dell'indulto: il generale Videla e l'ammiraglio Massera ora dovranno scontare la loro sentenza all'ergastolo.
La decisione della Corte è avvenuta nel corso delle molte celebrazioni e omaggi, cominciati il 20 aprile e fino al 4 maggio, in occasione dei 30 anni di quell'evento centrale della resistenza contro la dittatura. Il punto culminante è stato il 29 e 30 aprile con una marcia «delle torce» e due grandi concerti di musicisti argentini e latino-americani nella Piazza di Maggio. Due eventi separati che hanno simboleggiato anche - purtroppo - la divisione delle Madri avvenuta a metà degli anni '80, per contrasti sui metodi della lotta.
Però su un punto si troveranno sempre d'accordo: «Noi siamo state partorite dai nostri figli», ha detto più d'una volta Hebe de Bonafini, una delle più note esponenti del movimento. Le Madri, a loro volta, hanno dato vita alla democrazia argentina. Con la loro lotta, la loro resistenza, la loro ostinazione, le Madri della Piazza di Maggio hanno fatto dei 30 mila desaparecidos una presenza eterna e hanno lanciato un grido permanente di giustizia che si oppone agli ipocriti richiami alla riconciliazione mediante il perdono e l'oblio.
Certi eventi storici sono imprevedibili. Lo diceva anche Julio Cortazar nel 1980: «L'irrazionale, l'inatteso, lo stormo di colombe, le Madri della Piazza di Maggio irrompono in qualsiasi momento per sconvolgere e mandare all'aria i calcoli più scientifici delle nostre scuole di guerra e di sicurezza nazionale. Madri e Nonne della Piazza di Maggio: continuiamo a essere matti...».
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