Viviamo in un’epoca che ha smarrito il coraggio dell’utopia. Da un lato, il neoliberismo trionfante ci ha raccontato che non esiste alternativa all’esistente, che il realismo è l’arte di adattarsi al potere. Dall’altro, una sinistra sempre più sbiadita ha spesso contrabbandato per “pragmatismo” il cinismo della mediazione al ribasso. La rinuncia al coraggio è stata vestita di strategia. Il carrierismo è stato camuffato da senso della responsabilità. In questo deserto di speranza, l’utopia è stata confinata nel regno dei sogni irrealizzabili, dei “buoni sentimenti” senza efficacia.
Eppure esiste un’altra via, che Aldo Capitini chiamava omnicrazia – il potere di tutti – e che Thomas Maldonado, nel suo fondamentale libro La speranza progettuale, ha descritto come la tensione verso un futuro desiderabile che non si accontenta di scenari astratti ma si traduce in progetto: modello sperimentale, verificabile, modificabile. Non la speranza passiva dell’attesa, ma la speranza che si fa cantiere.

Assemblea popolare per fermare l’inquinamento dell’ILVA con un ricorso al TAR relativo all’autorizzazione integrata ambientale. Si è svolta il 21 luglio 2025 a Taranto in piazza Gandhi. Sullo sfondo la bandiera dell’ANPI.
Autore: Mino Lo Re
Fonte: https://www.facebook.com/mino.lore
In questa riflessione vorrei proporre l’idea di un utopismo pragmatico: una cultura del cambiamento che tiene assieme la forza magnetica del sogno (“I have a dream”) e la meticolosa precisione dell’ingegnere che calcola le traiettorie. I voli spaziali – un tempo pura fantasia di Verne – sono diventati realtà solo quando alla visione si è accompagnata la pazienza certosina della matematica, dei materiali, dei test. Non dobbiamo coltivare sogni irrealizzabili e alienanti, ma utopie progettuali: modelli da realizzare nel concreto, con la stessa cura con cui si sono preparati i voli spaziali.
Il tallone d’Achille del potere
L’utopismo pragmatico è la ricerca ostinata delle crepe nelle mura del potere. Ogni sistema, per quanto solido, ha punti deboli: norme contraddittorie, scadenze nascoste, trattati segreti, dati scientifici inconfutabili che nessuno ha avuto il coraggio di portare in tribunale. L’attivista efficace non combatte contro il potere in astratto: ne studia l’architettura, ne individua il tallone d’Achille e concentra lì la forza di una mobilitazione preparata con la stessa accuratezza con cui un fisico prepara un esperimento.
Quattro esempi concreti
Quattro esempi recenti mostrano questa strategia in azione nonviolenta.
Primo: il memorandum militare Italia-Israele. Nessuno sembrava ricordare la data di scadenza di quell’intesa. Ma c'è chi ha scoperto che il memorandum andava rinnovato entro una certa data, e un gruppo di persone ed esperti ha costruito una campagna dal fortissimo valore simbolico: rinnovare oggi quel patto, mentre chi governa Israele è accusato di genocidio, sarebbe stato un peso politicamente insostenibile. Il nostro avversario (il governo) si è trovato di fronte a una scelta: rinnovare subendo un costo politico altissimo, o lasciar cadere il memorandum. Ha scelto la seconda opzione. Abbiamo così condotto non una generica “lotta contro la guerra”, ma abbiamo portato a termine un’azione chirurgica su un punto debole concreto e preciso, oltre che simbolico.
Secondo: le basi USA in Italia. Alcuni contestano la presenza della NATO. L’utopismo pragmatico si concentra su un dettaglio: alcune basi sono state autorizzate da trattati segreti, mai ratificati dal Parlamento. E dunque incompatibili con l’articolo 80 della Costituzione. Con questa strategia non si chiede la chiusura di tutte le basi in un colpo solo ma si lavora sul vizio di legittimità: un punto debole giuridico che, se affrontato con strategia appropriata, può mettere in difficoltà chi è al governo. Chi governa può essere accusato di consentire un uso illegale di basi militari prive di autorizzazione legittima. Non vi è stata di recente alcuna mobilitazione di massa su questo punto ma l'utopismo pragmatico può far leva sulla Costituzione per mettere in seria difficoltà il quel potere militare che si è ripresentato con tutti i governi.
Terzo: il programma GCAP, il caccia di sesta generazione. Qui il punto debole è l’opacità dei costi: nessuno sa quanto costerà davvero, ma si parla di decine di miliardi. L’utopismo pragmatico mette a nudo questo punto specifico. Chiede conto di tutti i passaggi parlamentari. Consulta il sito web di Camera e Senato per leggere i verbali delle commissioni Difesa. La conoscenza dettagliata dei costi (e delle procedure di appalto, dei giochi di lobby) è la bussola. La mobilitazione mette a confronto l'incremento dei costi militari con i tagli ai servizi sociali, produce rapporti, fa volantinaggi davanti agli ospedali. Ma soprattutto la mobilitazione è proattiva. Ossia viene lanciata mentre sta per iniziare la progettazione dell'aereo, prima che sia realizzato il prototipo e prima che vengano firmati i contratti di produzione in serie.
Quarto: la diossina dell’ILVA. Per anni si è parlato in modo generico di “inquinamento”. Poi è arrivato un movimento ambientalista che ha scoperto un dato scandaloso: il limite di diossina consentito a Taranto era mille volte superiore a quello tedesco. Un numero, non una generica denuncia. Quel numero – accompagnato da una documentazione scientifica ineccepibile, prodotta da PeaceLink e da medici, ricercatori, cittadini – è diventato una leva. Ha retto in tribunale, è dilagato nell’opinione pubblica, ha fatto breccia nei mass media. L’avversario non poteva difendere l’indifendibile. Da quel punto di partenza - preciso e inconfutabile - si è aperta una lotta più ampia per la salute pubblica e l’ambiente. E quei bambini di Taranto nati con tumori alla prostata – come ebbe a denunciare in capo della Procura di Taranto – hanno dato alla mobilitazione la forza inarrestabile dell'indignazione.
L’efficacia nonviolenta come costruzione di potere collettivo
Cosa accomuna questi quattro esempi? Innanzitutto son si fanno affascinare dalla scorciatoia della “presa del potere”. L’utopismo pragmatico segue invece l’intuizione di Capitini: la vera rivoluzione è allargare il potere, non solo conquistarlo. E' omnicrazia, il potere che si costruisce dal basso, attraverso la partecipazione, la trasparenza, la nonviolenza come metodo. La nonviolenza non è solo un imperativo etico: diventa una metodologia più efficace, perché fa contare i deboli e fa vincere l'evidenza in una lotta in cui la ragione si sostituisce alla forza. Questo lascia l’avversario "disarmato" di fronte alla forza morale e all'evidenza scientifica (il caso della diossina è emblematico) con cui una mobilitazione può vincere.
In questo senso, l’utopismo pragmatico è una tecnica sociale: individua il punto debole del sistema, vi applica la pressione di una conoscenza scientifica (o di una evidenza fattuale o di una illegittimità costituzionale) e di una mobilitazione di massa consapevole e informata. Questo costringe l’avversario a scegliere tra cedere o mostrare il proprio volto più autoritario. In entrambi i casi, il movimento avanza: o ottiene la vittoria (come nel caso del memorandum) o smaschera la violenza del potere, accrescendo la coscienza critica della società.
La speranza progettuale contro la speranza passiva
Thomas Maldonado ci ha insegnato che la speranza progettuale è la strada del futuro. E ci può far vincere se è un progetto ben concepito. Non è l’attesa che qualcosa accada, ma la costruzione meticolosa delle condizioni perché accada. L’utopismo pragmatico è esattamente questo: non sogni irrealizzabili e frustranti, ma modelli sperimentali. I primi progetti spaziali sembravano follia, eppure hanno portato l’uomo sulla Luna. E così oggi, con la potenza della tecnologia digitate nelle mani di ognuno, possiamo progettare esperimenti di democrazia partecipata, di economia circolare, di disarmo progressivo, di giustizia ambientale. Sono utopie concrete: realizzabili, verificabili, correggibili.
Ecco perché l’utopismo pragmatico rifiuta sia il “pragmatismo vile” (il compromesso che si accontenta delle briciole) sia l’“utopismo astratto” (il sogno che non si sporca le mani con la scienza, la tecnologia, il diritto). Occorre scendere in piazza, fare riunioni partecipate ma anche sedersi a tavolino in gruppi di lavoro, leggere i trattati, studiare i bilanci, trovare il tallone d’Achille, costruire la mobilitazione intorno a un obiettivo così preciso che nessuno possa dire “non si può fare”.
Conclusione: cercare la crepa
Quanto avremo lavorato con ossessiva precisione su ogni dato, ogni calcolo, ogni documento, allora potremo dire di aver fatto quello che anche i lobbisti fanno. L’utopismo pragmatico è questo: la tensione insopprimibile verso un mondo più giusto (l’utopia) combinata con la pazienza certosina di chi sa che il cambiamento si insinua nelle crepe. Non c’è contraddizione tra sognare e progettare. Anzi: senza il sogno, il progetto è inutile; senza il progetto, il sogno è alienante. La sfida del nostro tempo è imparare di nuovo questa sintesi.
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