Perché i pacifisti sono invisibili a livello globale?
Perché i pacifisti sono invisibili?
Provate a cercarli su Google!
È una domanda scomoda, ma necessaria. Ed è forse la domanda più urgente da cui partire oggi per ripensare la missione di PeaceLink nell’epoca della rete globale, dei social media e dell’intelligenza artificiale.
Le organizzazioni pacifiste esistono. Sono numerose, attive, diffuse nei continenti. Operano nei territori, promuovono campagne contro le guerre, sostengono il disarmo nucleare, difendono i diritti umani, accompagnano le vittime dei conflitti, costruiscono educazione alla pace. Eppure, cercandole sul web, sembrano scomparire. Li trovi se li cerchi, ma dopo lunghi e tortuosi giri. A volte trovi altro da ciò che cerchi.
Se poi ci si sposta a livello globale la situazione è imbarazzante.
Chi prova a cercare su un motore di ricerca parole chiave come “peace movement”, “pacifists”, “disarmament”, “nonviolence”, “antiwar organizations”, spesso non trova una rete viva e riconoscibile. Trova risultati dispersi, frammentari, talvolta vecchi, marginali, scollegati tra loro. È come se il movimento pacifista mondiale esistesse nella realtà ma non nello spazio digitale.
Questa invisibilità non è un dettaglio tecnico. È un problema politico e culturale.
Nel tempo in cui la guerra comunica in modo potente, professionale e continuo, la pace appare muta, dispersa, poco indicizzata, quasi clandestina. I soggetti armati hanno apparati mediatici, uffici stampa, reti istituzionali, strategie narrative. I costruttori di pace, invece, spesso agiscono in ordine sparso.
Le domande da porsi sono molte e tutte legittime.
Le organizzazioni pacifiste si sono fatte intrappolare dentro i social network, affidando la propria presenza a piattaforme che privilegiano velocità, emozione e visibilità commerciale? Vivono dentro bolle digitali? Hanno progressivamente trascurato siti web autonomi, archivi accessibili, reti permanenti e strumenti indipendenti?
Molti siti sono poco aggiornati, difficili da navigare, privi di strategia editoriale, non ottimizzati per i motori di ricerca. Molte campagne vivono qualche giorno su Instagram o Facebook e poi scompaiono nel flusso. Molti contenuti restano confinati dentro bolle linguistiche nazionali o dentro ambiti locali. In tanti casi manca un lavoro sistematico di collegamento reciproco: linkarsi, citarsi, tradursi, rilanciare contenuti comuni, costruire mappe condivise.
Il risultato è che il pacifismo globale era paradossalmente più visibile quando non c'era Internet. Pensiamo alle grandi mobilitazioni contro i missili nucleari. Oggi che c'è Internet e che quasi tutti sono connessi persino con i telefonini, proprio oggi la dimensione globale si perde.
Il movimento pacifista rischia di restare localmente attivo ma globalmente invisibile.
È una constatazione sorprendente.
E così abbiamo sperimentato, con triste stupore, che una buona piattaforma di intelligenza artificiale riesce oggi a individuare, aggregare e rendere visibili le realtà pacifiste internazionali meglio di una ricerca tradizionale sul web. Questo significa che i contenuti esistono, ma sono dispersi. Non manca la sostanza: manca l’ecosistema informativo. Manca oggi un elenco internazionale di organizzazioni pacifiste, qualcosa di aggiornato e ben scritto.
Qui emerge una possibile nuova missione per PeaceLink.
PeaceLink è nata storicamente per colmare vuoti informativi. Non ha semplicemente seguito tendenze: ha costruito strumenti di comunicazione e di conoscenza dove mancavano. Ha creato link di connessioni. E non a caso PeaceLink sta a indicare, dal nome steso, "collegamento di pace".
Oggi il nuovo vuoto informativo che constatiamo è questo: manca una infrastruttura digitale per la pace e il disarmo capace di rendere visibile ciò che già esiste.
Serve una nuova “Peace Directory”: una grande rete aperta, internazionale, multilingue, aggiornata, consultabile, intelligente. Un luogo digitale che raccolga associazioni, campagne, media indipendenti, centri studi, educatori, movimenti giovanili, reti religiose, obiettori di coscienza, attivisti per il disarmo, esperienze locali e globali.
Serve una mappa mondiale del pacifismo contemporaneo.
Serve un sistema che colleghi esperienze, segnali iniziative, traduca contenuti, favorisca collaborazioni, faccia emergere temi comuni, renda cercabile la pace.
L’intelligenza artificiale può offrire un aiuto decisivo se usata in modo etico e cooperativo: classificare risorse, trovare connessioni nascoste, superare barriere linguistiche, organizzare archivi, facilitare la scoperta reciproca tra gruppi che oggi ignorano persino di esistere perché parlano lingue diverse.
Questa missioni informativa non sostituisce l’impegno sul territorio ma lo rende visibile e lo fa uscire dalla sola dimensione dei social commerciali, dalle bolle digitali che promettono la dimensione social salvo poi a confinarla in ambiti ristretti e a frustrarla, tanto che per per diffondere efficacemente i messaggi su Facebook, ad esempio, occorre pagare. E' paradossale ma gli algoritmi delle piattaforme commerciali conoscono di noi molto di più di quanto non conosciamo noi su noi stessi. Organizzano l'informazione con efficienti criteri a noi invisibili mentre noi lasciamo al caso la propagazione della informazione che produciamo, ottenendo risultati spontaneistici e spesso inefficaci.
La vera domanda allora diventa: può la tecnologia essere sottratta alla logica del profitto e della guerra per essere messa al nostro servizio? Riusciamo ad uscire dalla logica per cui ogni rete sociale e associativa raccoglie dati finalizzati solo alla propria comunicazione senza creare mappe fruibili da tutti?
La risposta sta nell'avvio di una rivoluzione prima di tutto cognitiva.
PeaceLink porta questa risposta già nel nome: collegamento di pace.
Trent’anni fa significava usare la telematica per connettere chi era separato. Oggi può significare usare il web e l’intelligenza artificiale per rendere visibile chi è disperso a livello globale. Tanti operano per gli stessi scopi ma non si conoscono e non comunicano.
I pacifisti non sono invisibili perché non esistono. Sono invisibili perché nessuno ha ancora costruito abbastanza bene il modo di farli emergere insieme, ad esempio con Albert, il bollettino internazionale per la pace e il disarmo, e con un "peace repository" ad esso collegato.
Se poi la base su cui costruire velocemente il bollettino e il repository fosse una intelligenza artificiale open source allora il cerchio si chiuderebbe e la dipendenza dalle risorse esterne diminuirebbe a vantaggio della conquista di una nostra autonomia. I dati ritornerebbero nelle nostre mani in tutti i sensi.
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