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Televisione La guerra tecnologica e politica dell'etere

I nuovi media assaltano la tv

Il grande terremoto televisivo sta sconvolgendo i media. E se il pubblico tradizionale non dà ancora segni di cedimento, altri modi di consumo, segmentati e personalizzati invadono il mercato. Il futuro è già qui
3 settembre 2006 - Franco Carlini
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

Il titolo è un po' troppo alla moda, ma i contenuti sono netti. «La fine della televisione come l'abbiamo finora conosciuta» è uno studio realizzato dalla Ibm e dall' Economistsul futuro della tv. Non quello lontano di metà secolo, che nessuno sa cosa sarà, ma quello imminente, da qui al 2012. Dunque l'Ibm Institute for Business Value ha intervistato, per un'ora ciascuno, 65 economisti dei media, mentre l'Economist Intelligence Unit ha sottoposto a sondaggio 108 dirigenti industriali della tv tradizionale, delle telecomunicazioni e dell'Internet, tutta gente che ne capisce, insomma. I risultati dovrebbero preoccupare Fedele Confalonieri (e Silvio, Pier Silvio e Marina Berlusconi, ma anche il presidente pro tempore della Rai Claudio Petruccioli e il ministro Gentiloni) ben più delle deboli proposte sul conflitto di interessi e delle nuove nomine Rai.
In sintesi si tratta di questo: nei prossimi anni, ma in realtà già adesso, il settore si presenta bimodale, caratterizzato cioè dalla coesistenza e dal conflitto tra diversi modelli di televisione e diversi pubblici. Questo genera confusione e scontri tra diversi soggetti che non sono più soltanto i network tradizionali, ma anche nuovi protagonisti, come le aziende della telefonia e quelle del web. La convergenza dei media produce conflitti e, almeno in questa fase, aumenta i costi del fare televisione. Alla fine emergeranno dei vincitori e dei vinti, ma chi saranno nessuno ancora lo può dire con ragionevole probabilità.
A proposito di sommovimenti: attenzione all'incontro londinese di giovedì prossimo tra Rupert Murdoch e Marco Tronchetti Provera. Ufficialmente avviene per discutere la cessione di diritti televisivi da Sky a Telecom Italia Media e a Tim, ma se si trattasse solo di «prezzare» un po' di spezzoni di telefilm non si muoverebbero i grandi capi; più probabile che si discuta anche di una partecipazione di Murdoch a La7 o addirittura alle azioni di Telecom Italia. Magari non se ne farà niente, ma la questione, visti i debiti di Tronchetti e la crescente irritazione di Sky per il duopolio televisivo italiano, è oggettivamente sul piatto.
Ma restiamo al 2012: da oggi ad allora ci sono due assi lungo i quali si svilupperà il cambiamento. Il primo è quello del pubblico, secondo una direttrice che muove dal «passivo» al «coinvolto». Diversamente da quanto pensano i tifosi della rete, il pubblico di massa e passivo, quello tradizionale e di una certa età, non svanirà di colpo, ché anzi il consumo di televisione non sta dando segni di cedimento: in America si parla di 5 ore al giorno per famiglia e anche i giovani, pur così impegnati nel web e nei videogiochi ne succhiano tre ore almeno. Cambiano tuttavia le cose che vengono cercate e gli apparati con cui vengono usufruite. Per esempio l'aumento vistoso dei videoregistratori digitali (Dvr) minaccia seriamente il fatturato pubblicitario dato che con questi sistemi è facile (e piacevole) saltare gli spot. Per non dire di quell'altra minirivoluzione, chiamata TiVoToGo: grazie ad essa gli abbonati a quel servizio possono vedere i programmi registrati per loro da TiVo non soltanto a casa propria, ma da qualsiasi altra postazione e magari trasferirli su apparati mobili, come i cellulari o gli iPod della Apple.
È segmentazione insomma, che obbliga le reti a differenziare la propria offerta di contenuti, i formati e anche i modelli di pagamento: se oggi esistono solo il modello pubblicitario e quello in abbonamento, cresce ormai la domanda per prestazioni da pagarsi al volo, o per nicchie specialistiche, ma ad alta fedeltà. Il neologismo usato per l'occasione è «debundling» e indica lo spacchettamento dei palinsesti operato dalle scelte degli utenti. Ma un palinsesto spacchettato e fruito on demand significa che saltano le tradizionali quotazioni degli spot e delle fasce orarie, un altro bel problema per Mediaset. Il tutto all'interno di una transizione dall'analogico al digitale che coinvolge tutto l'occidente nei prossimi cinque anni e che insieme presenta rischi e opportunità (di liberazione di frequenze, almeno nei paesi civili diversi dall'Italia).
Il secondo asse di movimento (e di turbamento) è quello dei contenuti: da accesso limitato a accesso aperto. Fino ad oggi sono state le reti televisive a produrre (o acquistare) i contenuti e a distribuirli alla grande (broadcasting) in maniera indifferenziata e per loro protetta. Ma già ora i contenuti stanno trovando altri canali, per esempio quello dei Dvd e dei portali Internet tipo Yahoo!, Google, Msn. Sono gli stessi produttori che cercano queste strade per recuperare al meglio i costi di produzione. Per non dire dei contenuti visuali autoprodotti dagli utenti attivi e magari depositati su YouTube.
È il «prossimo grande terremoto», scrivono gli studiosi, ed è difficile dar loro torto.

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