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I mezzi di comunicazione e le pseudo relazioni

Il para-sociale

Da un libro di Milly Buonanno su "L'età della televisione" si arriva a uno spaccato della vita d'oggi
15 dicembre 2006 - Leopoldo Bruno

Il para-sociale

Il nostro accesso alle situazioni sociali avviene oggi in primo luogo tramite le fiction. Più in generale, viviamo sotto il dominio del para-sociale.

Un magistrato e, in prima battuta, un rappresentante delle forze dell’ordine – a mio avviso - sono chiamati a svolgere un ruolo che non gli compete: trattare in esclusiva eventi sociali. Lo fanno nell’unico modo loro possibile, applicando un’imputazione (magistrato) o segnalando un’ipotesi di reato (polizia, ecc) in capo a chi esprime un bisogno, una passione, un desiderio.
Il principale compito loro assegnato è di ricercare un’accusa più o meno corrispondente a quel determinato comportamento.
E questo è per quanto riguarda direttamente la pelle.

Il para-sociale contempla anche – istante dopo istante - simulacri di rapporti, di interazioni, di conversazioni, che hanno un valore compensatorio innanzitutto nei riguardi di persone socialmente deprivate: individui isolati, anziani, marginali, disturbati e, infine, "la gente normale". Esso genera un nuovo tipo di legame affettivo e intimo, coltivato nella lontananza e persino nella estraneità fra i soggetti del rapporto.

L’interazione para-sociale nasce, vive e muore soprattutto mediante i mezzi di comunicazione e principalmente la tv. Non è totalmente diversa da tante relazioni egualmente non-dialogiche e non-reciproche che ci accade di intrattenere nella vita, anche nei rapporti di prossimità e di contatto faccia-a-faccia.
Per quanto coinvolgente, la relazione para-sociale – proprio in virtù dell’assenza di reciprocità e di dialogo – non è obbligante, come lo è in varia misura il rapporto di qualsiasi natura con gli altri. La comunità di caratteri di una soap opera, frequentata quotidianamente, o gli eroi ricorrenti delle serie settimanali sono suscettibili di diventare compagni e amici, più dei vicini di casa, di costituire punti di riferimento e termini di confronto per l’elaborazione delle scelte di vita, e dar luogo a fenomeni di appassionata fedeltà e culturale devozione individuale e collettiva.

La strutturazione narrativa è lo strumento indispensabile per dare ordine e senso al flusso altrimenti caotico, cognitivamente e affettivamente ingovernabile, degli eventi. Il termine narrativa va inteso come favorire la conoscenza (comprensione delle cose del mondo, costruzione di un mondo comprensibile) e comunicare la conoscenza in forma di racconto. Per Aristotele la differenza è fra storie che narrano di eventi accaduti e storie che narrano degli eventi come se fossero accaduti o potessero accadere. La televisione ha dato luogo a una narrativizzazione della società di proporzioni assolutamente inaudite. Secondo Raymond Williams sembra probabile che in società come la Gran Bretagna o gli Stati Uniti la maggioranza degli spettatori veda più fiction televisive in una settimana o in una fine settimana di quanto, in precedenti epoche storiche, ne avrebbe visto in un anno o in un’intera vita.

Affinché si instauri e si preservi un senso diffuso di sicurezza ontologica, di importanza vitale nella società moderna per non essere sopraffatti dai problemi esistenziali e dai dilemmi morali, tutto un insieme di componenti basilari della vita umana – sostiene Giddens – deve essere relegato in disparte, in un certo senso “sequestrato” dalle routine della vita quotidiana. La follia, la criminalità, la malattia, la morte, la sessualità, la natura, in quanto costituiscono le aree preminenti dove tale sequestro si realizza, diventano dunque – a differenza che nelle società premoderne – delle “esperienze rare”, sottratte alla visibilità, spesso occultate entro apposite istituzioni di contenimento e di controllo (manicomi, carceri, ospedali). Pertanto, può accadere che il contatto mediato con le esperienze sequestrate include in sé le condizioni di possibilità di una neutralizzazione dell’insicurezza – ancor più, probabilmente, quando questo avviene nel contesto delle strutture ordinatrici e produttrici di senso della narrativa della fiction. Specialmente in relazione alla malattia, al crimine e alla morte, la funzione mediatrice della fiction televisiva appare senza dubbio rilevante; è su queste aree di esperienza che si incardinano alcuni dei suoi generi maggiori e più popolari, il poliziesco, l’hospital, l’action.

Grazie all’espansione degli orizzonti delle esperienze mediate, dischiuse dal più imponente corpus di narrative di cui si abbia memoria storica, la televisione apporta un incremento d’essere alla nostra visione della realtà e contribuisce significativamente alla pluralizzazione dei mondi possibili creati dall’immaginazione narrativa. Si può quindi arrivare ad affermare che in assenza della possibilità offerta dalla narrativa - di ricostruire una rappresentazione intelligibile dell’esperienza del mondo - probabilmente non saremmo affatto sopravvissuti come specie.

15/12/6 – Leopoldo BRUNO

NOTA - Questo scritto è stato redatto principalmente grazie alla lettura e/o copiatura di concetti presenti nel libro di:
Milly BUONANNO “L’età della televisione – Esperienze e teorie” Editore LATERZA, 2006

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