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Un ghetto postmoderno

Viaggio a Harlem, a cavallo tra la Columbia university e gli afroamericani
Il Sessantotto è lontano, la contestazione degli studenti un ricordo e la miseria della popolazione nera resta una realtà. Fiorisce la speculazione edilizia legata all'espansione dell'università privata e cambia la composizione sociale del territorio. Si salva solo McDonald's. Solo nei weekend Harlem riacquista il suo volto
7 gennaio 2005 - Raffaele Laudani
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

Tra la 110° e la 123° strada di New York, poco più a nord del ben noto Central Park, si distende il Morningside Park. Questo giardino dalla forma curiosa lunga e stretta che dà l'impressione di essere sempre in bilico - aggrappato com'è alle pendici orientali degli omonimi heights, sulla cui sommità si erge il campus della Columbia University - è un punto di osservazione privilegiato per chi oggi vuole capire cos'è Harlem. «Quel parco - mi spiega Robin Kelley, nella sua doppia veste di nato e residente ad Harlem e stimato professore della Columbia - rappresenta un simbolo. La sua stessa esistenza è una prova concreta che la comunità afro-americana a volte può vincere». Attorno alla sua difesa, infatti, si è materializzato uno dei momenti salienti del Sessantotto newyorkese: studenti universitari e comunità harlemita bloccarono il tentativo della Columbia di trasformare il parco in una palestra con accessi e orari separati per studenti e residenti nel quartiere. Il simbolo di quel tentativo fallito è il belvedere posto in cima all'ingresso dalla 116° strada, fatto costruire in fretta e furia per chiudere la falla, reale e metaforica, aperta con l'avvio dei lavori. Da quel belvedere, Harlem appare oggi come un unico grande cantiere, fatto di gru e impalcature, betoniere e caterpillar. Quel panorama rivela una realtà in profonda trasformazione, molto diversa dall'immagine «mitica» che ancora oggi avvolge il quartiere.

Peso della cultura e forza del McDonald

La Columbia University continua anche oggi la sua politica di espansione. Negli ultimi anni le sue attenzioni si sono però rivolte principalmente verso la zona a nord del campus, in quella parte del distretto di West Harlem a maggioranza dominicana, chiamata Manhattanville. Qui, l'università ha acquisito diversi edifici e palazzi che negli anni dovranno ospitare laboratori per la ricerca scientifica, la nuova sede della School of the Arts, dormitori e servizi ricreativi. Un piano di espansione di ampie proporzioni, progettato con la consulenza della Renzo Piano Building Workshop e della Skidmore, Merrill and Owings, di cui ad oggi non si conoscono ancora i contenuti precisi ma che nella sua forma definitiva prevede, nel giro di trenta anni, la costruzione di un nuovo campus, racchiuso nel quadrilatero tra la 125° strada, Broadway, Riverside Drive e la 133° strada, da affiancarsi a quello storico sulla 116°.

Anche oggi non mancano le resistenze e le proteste della comunità locale, sempre più preoccupata del futuro dei residenti e dei piccoli commercianti della zona, oltre che dell'impatto ambientale e architettonico dei nuovi edifici che si annunciano molto più alti della media dei palazzi esistenti. Più di una volta il Community Board 9, l'equivalente del nostro consiglio di quartiere, ha espresso contrarietà al piano di espansione, sottolineando il rischio di un approfondimento della reciproca segregazione che storicamente caratterizza i rapporti tra Università e comunità locale harlemita.

Queste proteste si scontrano però con un rapporto di forze oggi radicalmente diverso, per la mancanza di un movimento di massa tra la comunità locale e l'assenza di ogni forma di collegamento con il movimento studentesco della Columbia, a sua volta ormai risibile e del tutto disinteressato al problema. Per quanto determinate, le azioni portate avanti da organizzazioni come Coalition to Preserve Community o Harlem Tenants Council (una sorta di Unione Inquilini) mirano così al massimo a un compromesso onorevole, capace di mitigare gli effetti più dirompenti del piano di espansione. Sulla loro testa pende infatti la spada di Damocle dell'eminent domain, il riconoscimento dell'area come zona di interesse pubblico, una legge originariamente pensata ad uso esclusivo delle istituzioni pubbliche locali e nazionali ma che, in virtù del suo ruolo di primo piano nel campo dell'educazione, vedrebbe in questa circostanza estesi i suoi privilegi a una istituzione privata come la Columbia, costringendo così gli attuali proprietari a venderle a prezzo «equo» i propri immobili. Sebbene ancora solo ventilata e sempre smentita ufficialmente, questa possibilità sta di fatto già condizionando la partita tra Università e comunità locale, con la consapevolezza da parte di tutti che una sua approvazione finirebbe per ridimensionare drasticamente il valore di mercato degli immobili. Ben più efficaci sembrano invece altri soggetti investiti dal piano di espansione: Lee Bollinger, il presidente della Columbia University, ha infatti recentemente annunciato che il McDonald's ospitato nell'edificio tra la 125° strada e Broadway, da poco acquistato dalla Columbia, per almeno i prossimi venticinque anni non dovrà traslocare e forse potrà rimanere anche a lavori ultimati. Come si dice, ubi maior minor cessat.

Una nuova ondata speculativa

L'attivismo immobiliare della Columbia è però solo una parte di un processo che in questi anni sta colpendo il cuore di Harlem, specie la sua area centrale compresa tra la 110° e la 135° strada e tra Morningside Avenue e Lexon Avenue. Una nuova ondata speculativa paragonabile a quella che, tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento, nel pieno della rivoluzione industriale newyorkese trasformò quella che era una zona di villeggiatura estiva nel ghetto più famoso del mondo. Quell'area, a dire il vero, era stata pensata originariamente per la nuova élite industriale che, grazie anche allo sviluppo della nuova linea ferroviaria e al miglioramento della rete stradale, poteva fuggire dal caos cittadino senza tuttavia allontanarsi troppo dalla zona industriale, concentrata nella parte meridionale di Manhattan. Una nuova area residenziale di palazzi e appartamenti spaziosi ed eleganti che, grazie ad una spregiudicata politica dei prezzi, doveva rimanere esclusiva e inaccessibile al crescente proletariato nero. La recessione economica e la competizione della da poco annessa città di Brooklyn costrinsero però ben presto gli investitori a rimettere in discussione i propositi originali e a incentivare la mobilità uptown della comunità newyorkese afro-americana e della nuova immigrazione proveniente dal Sud del paese. Il risultato fu la sovrappopolazione del quartiere e la concentrazione di nuclei familiari numerosi in unità piccole e anguste, con la conseguente fuga della comunità bianca.

Le motivazioni che a quel tempo resero Harlem particolarmente appetibile alla borghesia newyorkese - vicinanza al centro economico della città, comodità dei mezzi di trasporto, appartamenti spaziosi e di grande pregio architettonico - sono valide ancora oggi. A partire dagli anni Novanta si è così inaugurata una nuova caccia all'appartamento: ogni giorno, sotto la spinta delle Empowerment Zones - una legge del 1994 voluta dall'amministrazione Clinton che garantisce fondi pubblici e incentivi fiscali a privati che decidono di investire in aree depresse del paese - decine di immobili in rovina o disabitati vengono restaurati e immessi sul mercato, preda soprattutto della classe media benestante bianca. Lo stesso Bill Clinton ha deciso di stabilire qui il suo ufficio politico, in una suite al 55 W della 125° strada. Nel giro di pochi anni, il mercato immobiliare ad Harlem ha visto così una crescita dei prezzi con punte fino al 400%: se nel 1996 l'acquisto di un brownstone di tre vani, la tipica casa harlemita, oscillava tra gli 65mila e i 250mila dollari, nel 2001 la forchetta già variava tra i 400mila e il milione e mezzo di dollari; un trend di crescita che ancora oggi non accenna a fermarsi. Simile aumento si è verificato con gli affitti, passati per un tre vani da una media di 800 dollari nel 1996 ai quasi 3000 dollari del 2001. L'effetto principale di questo boom del mercato immobiliare è la dipartita di una porzione consistente dei residenti di lunga data. I più fortunati, proprietari di immobili improvvisamente divenuti di valore, ripercorrono all'incontrario l'underground railroad dei loro progenitori, spostandosi verso il sud degli Stati uniti, dove il più basso tenore di vita consente loro un'esistenza agiata. Ma nella maggior parte dei casi si determina invece una fuga verso le aree suburbane newyorkesi, alla ricerca di abitazioni dall'affitto più abbordabile.

A macchia di leopardo

Il fermento immobiliare non è però corrisposto a un miglioramento delle condizioni economiche dei residenti. Secondo l'ultimo censimento disponibile, quello del 2000, più del 46% dei residenti nel distretto di Central Harlem ricevono sussidi pubblici. Il reddito medio annuale per famiglia è di 13 mila dollari e il 32% vive con meno di 6 mila dollari l'anno (e di questi, più del 70% sono afro-americani). Dati che fanno ancora oggi di Harlem uno dei quartieri più poveri di New York City. Harlem continua così ad essere un ghetto, seppure dai tratti per così dire «postmoderni». La concentrazione della povertà ha lasciato il posto a una struttura a macchia di leopardo. Basta fare un giro in Lenox Avenue per vedere come gli splendidi edifici di fine Ottocento o dell'epoca coloniale olandese recentemente ristrutturati e popolati di famiglie benestanti si alternino con impressionante regolarità con immobili abbandonati e in rovina che di notte diventano dimore per senzatetto e junkies, prima che le luci del giorno riportino la nuova aurea di confortevole rispettabilità. Lo stesso dicasi per il nuovo carattere «multiculturale» del quartiere, oggi tanto decantato, ma che funziona a intermittenza: per la maggiorparte dei nuovi proprietari, infatti, Harlem è un buon posto dove abitare, vicino al lavoro e tutto sommato a buon prezzo, ma non da vivere, perché ancora distante da quegli standard ricreativi tipici di New York. E così, la sera, i fine settimana o nei periodi festivi, mentre i nuovi arrivati si spostano downtown o nei luoghi di villeggiatura, quelle strade tornano a essere «la capitale mondiale dei neri», gli unici che abbiano un vero rapporto di appartenenza con quei luoghi e quei palazzi.

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