Il mediattivista resistente

17 dicembre 2004
Arturo Di Corinto
Fonte: Il Manifesto

Il mediattivismo non è nato ieri. I movimenti sociali, gli attivisti, hanno sempre sviuppato una gran mole di attività correlate all'uso dei media. Al'interno dei movimenti perfino le «azioni» più dirette presuppongono un alto livello di coordinamento e quindi di comunicazione. Tutto questo spinge potentemente a individuare forme di comunicazione autogestite dal basso. Molte delle pratiche del mediattivismo di oggi non fanno altro che rimodulare paratiche del passato. Però nel frattempo qualcosa è successo. Innanzitutto c'è stata la «rivoluzione elettronica» che ha diffuso strumenti di comunicazione personale - dal personal computer ai telfoni cellulari alle videocamere - e poi l'avvento di Internet, la digitalizzazione e la convergenza multimediale in un processo noto come «rimediazione», cioè quel processo per cui un medium ne veicola un altro: la radio da ascoltare in Internet, il documentario in streaming video. Ad ogni innovazione tecnologica degli strumenti del comunicare è stata sempre associata l'idea utopica di trasformazione democratica della società. Una tesi che spiega il successo di Internet che, per il suo carattere globale, decentrato, resistente alla censura, è stata presto accolta dai movimenti come medium rivoluzionario. Un'idea ingenua se non ci si interroga rapporto fra la politica e la rete. Graham Meikle nel libro Disobbienza Civile Elettronica (Apogeo editore, pp. 211, € 16) prova a spiegarlo, focalizzando l'analisi sull'uso politico di computer in rete gestiti con l'intenzione di provocare un cambiamento sociale e culturale nel mondo offline. Per Meikle il momento fondativo del «Net-attivismo» è stata la rivolta di Seattle del 1999. C'è da dire che anche prima di quella data la rete Internet veniva usata come strumento di protesta e di mobilitazione, ma su una scala più ridotta, meno ricca e interattiva. Anche allora però con l'obiettivo, proprio del mediattivismo, di forzare i media tradizionali, infiltrarli, contaminarli, fino a imporne l'agenda. Seattle ha quindi rappresentato un momento seminale per lo sviluppo di tattiche comunicative, anch'esse modulate su pratiche preesistenti - si pensi alle petizioni online o ai sit in virtuali - che fondano parte del loro successo sulla familiarità della pratica e poi sulla global reach del mezzo stesso. Il libro elenca molte delle tattiche di «comunicazione guerriglia» usate da hacktivisti, net-attivisti, mediattivisti, e le racconta: dal supporto alla battaglia legale contro McDonald's ai siti clone di istituzioni come il Wto, per costruire un messaggio di resistenza, condivisione e denuncia che deve avere come obiettivo la difesa stessa della rete come spazio aperto. Una delle tesi del libro è infatti che viviamo a cavallo dello shift fra la Internet versione 1.0, quella degli hacker e dei ricercatori, aperta e modulare, e la Internet versione 2.0, quella del business e dell'e-commerce, chiusa e presidiata da brevetti, copyright e leggi antiterrorismo.

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