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Il ciclone liberista che stravolse Harlem

Il «secondo rinascimento» del cuore afroamericano di New York/2
Attraverso il radicalismo politico e i ritmi sincopati del jazz si esprimeva il sogno di libertà. Oggi Harlem è profondamente cambiata. Un ruolo importante in questa metamorfosi l'ha avuto il programma di «tolleranza zero» dell'ex sindaco Giuliani che ha iniziato la pulizia del «ghetto» e la sua omologazione. La «negritudine» è merce in vendita, come le biografie di Malcom X

8 gennaio 2005 - Raffaele Laudani
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

Le dinamiche che in questi anni stanno investendo Harlem sono state enfaticamente descritte da giornali e osservatori newyorkesi come la seconda «Harlem Renaissance». La prima, quella dei ritmi sincopati del jazz e del radicalismo politico, di Duke Ellington e Thelonious Monk, di Du Bois e Marcus Garvey, era però l'espressione di un «sogno di libertà», la risposta della comunità afroamericana agli effetti segreganti della rivoluzione industriale e il tentativo di sottrarsi al destino infelice della vita nel ghetto. Questo nuovo presunto rinascimento si compie invece sotto il segno del neoliberismo. Uno dei suoi simboli è infatti il 28° Precint, situato tra la 123° strada e Frederick Douglass Boulevard, la nuova e imponente stazione di polizia voluta a suo tempo da Rudolph Giuliani all'interno del suo programma di «tolleranza zero» contro il crimine.

Le politiche repressive

Il rinnovamento del quartiere viene in larga parte attribuito alle politiche repressive inaugurate da Giuliani e proseguite poi dall'attuale sindaco Micheal Bloomberg, con cui City Hall ha «ripulito» le strade di quei soggetti - barboni, tossici, prostitute - che visivamente più disturbano le ansie di sicurezza delle persone «perbene». Come mi spiega un agente di quella stazione di polizia, oggi Harlem è considerata meno pericolosa del Queens, «perché qui almeno i delinquenti tendono a rispettare il valore simbolico dell'arma», ovvero non sparano contro un poliziotto armato. Non è tuttavia inusuale assistere per le strade di Harlem ad azioni di polizia altamente spettacolari, non molto diverse da quelle che si vedono in programmi televisivi come Cops! e Real TV, il cui obiettivo principale - mi dice quello stesso agente - è di rinverdire continuamente l'immagine di un quartiere sicuro, sotto controllo, al di là della loro reale efficacia. La realtà è infatti quella di un quartiere tutt'altro che pacificato: quel Precint continua a registrare giornalmente una media di 4/5 denuncie di furti, scippi o rapine e, nel periodo pre-natalizio, quando l'ansia del denaro si fa più pressante e la polizia aumenta la sua presenza sul territorio, sale a 8/10 casi al giorno, a riprova che l'equazione controllo poliziesco e riduzione del crimine è quantomeno discutibile.

Ancora più potente è però la valenza simbolica dell'Harlem Usa, il grande shopping mall ad angolo tra Frederick Douglass Boulevard e la 125° strada che, inaugurato nel 2000, ospita fra gli altri il Magic Theater, la multisala voluta da Erwin Magic Johnson, il playmaker dei Los Angeles Lakers negli anni Ottanta della competizione leggendaria con i Boston Celtics di Larry Bird, poi ritiratosi per avere contratto l'Hiv. Quel mall è la miniatura di quel grande centro commerciale all'aperto che è ormai diventata la 125° strada, il cuore della prima Harlem Renaissance. Alcuni dei suoi simboli più famosi, come l'Apollo Theater e l'Hothel Theresa, sono oggi schiacciati tra fast-food e negozi di abbigliamento che, come spesso succede nella società neoliberista, sono poi la riproduzione del sempre uguale, nel caso di Harem scarpe da tennis, tute e cappellini delle squadre sportive. La forza del neoliberismo sta infatti nella capacità di adattare la sua logica globale alle singole realtà locali. I nuovi franchising che si installano nel quartiere sono quelli, tipo H&M, FootLocker o Starbucks, più alla portata di una popolazione che resta nella sua maggioranza a basso reddito, mentre loghi più fancy ed economicamente impegnativi come Banana Republic preferiscono il più ricco Upper West Side, anch'esso da qualche tempo rivalutato.

È così solo parzialmente contraddittorio che in quella stessa strada proliferino ancora i banchetti inneggianti alla storia del black power. Di Harlem, infatti, si vendono oggi non soltanto i bellissimi appartamenti in stile ma anche il suo mito, buono per le decine di autobus scoperchiati, zeppi di turisti armati di telecamere e macchine fotografiche e per i nuovi residenti, attratti dall'idea di scoprire o vivere in un quartiere «alternativo». Senza alcun legame reale con le istanze di liberazione che quella storia richiama, quei banchetti sono diventati espositori di negritude e possono vendere senza alcuna distinzione o imbarazzo le biografie di Malcolm X e Paul Robeson, o le fotografie delle nuove icone musicali come Usher o Snoop Dogg, accomunati con gli altri dal solo fatto di essere afro-americani diventati famosi. Come ancora molto famoso è quel Mohammed Ali che campeggia sul megacartellone pubblicitario della Adidas, all'incrocio tra la 125° strada e Lenox Avenue e che ricorda come impossibile is nothing, compresa la trasformazione di una storia di insubordinazione e di riscatto sociale nel pittoresco al servizio del mercato.

Camminando per la 125° strada si assiste così oggi alla riproduzione continua di un unico grande spot in salsa hip-hop e si fa veramente fatica a capire dove sia il confine che separa i negozi che vendono casacche e jeans dalle dimensioni improponibili, dai giovani harlemiti che ogni pomeriggio passeggiano per quella strada, o se entrambi sono parte di un video di Mtv. La cultura hip-hop è del resto un canale particolarmente adatto alla diffusione delle logiche neoliberiste. Perduta l'originaria carica contestatrice, l'hip-hop è infatti diventato un veicolo per la promozione di quelle mitologie come denaro facile, bella vita e belle donne che da sempre sono parte integrante della cultura che alimenta la supremazia bianca e la subordinazione del nero.

Al tempo stesso, l'assunzione del gangsta come modello «puro», spoliticizzato, sganciato da ogni vera critica dei modelli culturali dominanti, finisce per riprodurre il mito dell'uomo nero arrabbiato e cattivo e la sua identificazione nell'immaginario collettivo come criminale e reietto.

Vecchie e nuove resistenze

A questa autosegregazione culturale, di cui oggi Harlem è un perfetto esempio, fa il paio la sempre maggiore tendenza delle organizzazioni politiche come la Naacp (National Association for the Advancement of Colored People) a operare esclusivamente in forma di lobby, alla ricerca di spazi e agevolazioni nuove per la comunità afro-americana, in quella che spesso si rivela però una guerra dei poveri con le altre minoranze culturali che popolano Harlem. Né molto diversa è la funzione politica delle chiese, oggi perfettamente a loro agio nella giungla della speculazione. La più famosa, quell'Abyssinian Baptist Church che per molti anni era stata il cuore del movimento per i diritti civili ad Harlem, è oggi tra i principali protagonisti del mercato immobiliare con un patrimonio di più di ottanta edifici e mille unità abitative ed è stata tra i promotori del Pathmark, il grande supermercato tra la 125° strada e Lexington Avenue, inaugurato nel 1999.

L'esaurimento di un modello di liberazione si accompagna allo sviluppo di nuove battaglie culturali. Una recente ricerca etnografica racconta come, in risposta alle nuove dinamiche neoliberiste, gli abitanti stiano ridefinendo il senso del loro «essere harlemiti» e i confini culturali che legittimano l'appartenenza della comunità afroamericana a quel luogo in trasformazione. Un'identità mobile e dai confini porosi, flessibile alle mutevoli esigenze di difesa dalla pressione neoliberista (J.L. Jackson Jr., Harlem World. Doing Race and Class in Contemporary Black America, Chicago, The University of Chicago Press, 2001). Si tratta di un processo complesso e contraddittorio. Smarrita quella peculiarità che ha legato indissolubilmente il nazionalismo nero a una prospettiva internazionalista, la politica delle identità non è infatti esente da rischi. Capita così di assistere per le strade di Harlem a espressioni di insofferenza per lo «straniero» che invade il territorio, non solo nei confronti dei bianchi benestanti recentemente trasferitisi o delle white pussies accusate dalle donne afroamericane di venire a rubare i «loro» uomini, ma anche nei confronti della nuova immigrazione africana di lingua francese, proveniente soprattutto dal Mali, dal Senegal e della Costa d'Avorio e che, concentrata soprattutto sulla 116° strada (da poco ribattezzata Little Senegal), vive di fatto una esistenza separata, frequentando le moschee e i locali gestiti da africani.

Simili controverse dinamiche si ritrovano anche a El Barrio, il distretto di East Harlem compreso tra l'East River e Fifth Avenue, storicamente patria dell'emigrazione portoricana e più recentemente messicana, anch'esso soggetto alla speculazione immobiliare e al rischio di essere fagocitato dall'espansione del limitrofo opulento Upper East Side. Qui, la battaglia culturale di resistenza al neoliberismo si sviluppa attraverso la ridefinizione del concetto di latinidad, con cui si cerca di tenere insieme realtà come quella portoricana e quella messicana, unite solo dalla lingua spagnola e dal comune passato coloniale e per questo motivo, spesso in conflitto per la conquista del territorio (su questo si veda A. Dàvila, Barrio Dreams. Puerto Ricans, Latinos, and the Neoliberal City, Berkeley, California University Press, 2004).

Oggi a Harlem le pratiche di resistenza al neoliberismo si esprimono così in forme non tradizionali, un tempo magari considerate impolitiche. La più interessante è probabilmente la lotta che da anni vede contrapposti gli street vendors della 125° e l'amministrazione comunale repubblicana, che fin dal 1994 ha cercato senza fortuna di spostarli in zone meno commerciali del quartiere, stimolando l'apertura prima dell'African Market, il mercato all'aperto tra la 116° strada e Lenox Avenue, e poi del Mart 125, una sorta di mercatino delle pulci al chiuso sulla 125°, con spazi da affittare su base mensile. A testimonianza del radicamento di questa forma di commercio tra la comunità harlemita e della difficoltà di una sua normalizzazione alle esigenze neoliberiste, l'African Market è oggi un luogo turistico piccolo e poco frequentato e il Mart ha già chiuso i battenti, unico spazio sfitto fra le vetrine della 125°. Gli ambulanti continuano invece a popolarne i marciapiedi. Ogni giorno si riproduce un rito che vede la polizia alla ricerca degli abusivi e questi ultimi, specie i venditori di cd e dvd pirati, inventare di volta in volta nuove e più sofisticate forme di mimetizzazione, dalla trasformazione dei banchetti in bidoni dell'immondizia, all'invenzione di improvvidi pulpiti per improvvisati comizi.

Il vino e la doppia coscienza

Similmente, è per iniziativa dei giovani harlemiti che il quartiere si sta popolando di nuovi ristoranti, pub, gallerie e luoghi di ritrovo, in un processo non molto diverso da quello che agli inizi degli anni Novanta ha visto diverse città siciliane recuperare «dal basso» i loro centri storici, precedentemente abbandonati al degrado e alla criminalità. Recentemente è stata inaugurata la prima enoteca, per iniziativa di due ex-agenti finanziari a Wall Street, a loro dire «stanchi di non potere acquistare vicino casa una buona bottiglia di vino». Lee, che dell'enoteca è la manager, mi racconta come al momento i suoi frequentatori più assidui siano afroamericani residenti downtown che appositamente «scelgono» quel posto, sebbene di certo non manchino più comode opportunità per acquistare un buon vino. La sua presenza ad Harlem, dove «il bere» è ancora spesso associato a storie di miseria e marginalizzazione, assume infatti un significato immediatamente politico ed esprime il desiderio crescente della comunità afro di riappropriarsi del del «godimento» espropriato per generazioni.

Il diritto a godere senza mutilazioni del benessere prodotto dalla società contemporanea, «compreso un buon bicchiere di vino», è la risposta un po' scocciata che ricevo da Glenda Johnson, una ragazza originaria del Tennessee e oggi animatrice del Citizen, un bel giornale sulla vita politica e sociale del distretto di Central Harlem, ai miei forse eccessivi lamenti sulla fine della «mitica» e «rivoluzionaria» Harlem, oggi travolta dal consumismo. Per la maggioranza della popolazione di Harlem, l'accesso a questo godimento è tuttavia ancora un confine invalicabile, la nuova forma che assume jim crow e il suo sistema di segregazioni. Harlem continua così a vivere quella «doppia coscienza» descritta da Du Bois come tipica della black America, quella particolare doppiezza che fa dell'afroamericano un'esistenza non conciliata, un conflitto di ideali in un unico corpo. La stessa Glenda si dice pronta a rinunciare senza rimpianti al suo bicchiere di vino, se il suo godimento dovesse comportare la fine di quella specificità che fa di Harlem «l'unico posto al mondo in cui i neri si sentono a casa propria». E così, tra un Cote du Rhon e un Brunello, ha avviato un workshop di formazione ai community media per i nuovi immigrati africani. Il «sogno di libertà» che da sempre ha attraversato le strade di Harlem passa oggi anche per Glenda e le sue attività di base.

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