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«Ho camminato due anni e mezzo per arrivare in Marocco»

L'inutile odissea di un ragazzo, esule, partito con 1000 dollari dal Congo
2 luglio 2006 - Laura Eduati
Fonte: Liberazione (http://www.liberazione.it)

«Vedi, io non porto l’orologio. Eppure qui a Rabat mi chiedono l’ora, e ridono. Sai perché? Perché vogliono che mi guardi il polso e mi ricordi che sono nero. Se salgo in un autobus, nessuno mi siede accanto. Per la strada la gente insulta me e gli altri migranti, ed è per questo che non vogliamo imparare l’arabo: per non capire l’esatto significato di quelle ingiurie».
Figlio del proprietario di un’officina, Fiston Mussamba ha capito presto che se avesse continuato a fare politica in Congo non sarebbe campato oltre i suoi ventitré anni. Quando annunciò alla famiglia che voleva vivere in Europa, il padre vendette un pezzo di terra e gli diede mille dollari. «Con quei soldi sono partito verso nord. Mi ricordo, era il 20 dicembre 2002. Ho passato la frontiera del Marocco l’8 agosto 2005». Due anni e mezzo per attraversare a piedi e in treno il Camerun, la Nigeria, l’Algeria, due anni e mezzo per farsi deportare due volte nel deserto senz’acqua né cibo, con la paura ogni volta di crepare. «Ho pensato mille volte di morire. Un giorno sono svenuto nel Sahara, i miei compagni di viaggio mi hanno preso in spalla».

Un mese di prigione in Algeria, le botte dei militari, settimane a dormire sulle pietre con una ferita che non guariva mai. Infine il Marocco, dove Fiston vive da un anno come la mosca in un bicchiere. Ha 27 anni, è richiedente asilo, ma per il governo è un nulla. Con la politica nel sangue è diventato il segretario del Conseil des Migrants Subsahariens, l’ong che difende i diritti (inesistenti) dei subsahariani in terra marocchina nell’attesa di saltare in Europa. «Il governo ci vuole invisibili: non ci permette di andare da un capo all’altro del Paese, rimpatria illegalmente i profughi, persino chi ha lo status. Le guardie strappano il documento e via, verso il deserto e la morte. Per noi che siamo qui, non possiamo studiare, non abbiamo accesso alle banche e agli ospedali, se stiamo male dobbiamo arrangiarci».

Una settimana fa ne sono morti due. Avevano 35 e 41 anni. Mukendi Astrid, congolese, mi mostra la foto: un uomo agonizzante su un materasso lercio. «Gli ospedali di Rabat non li hanno voluti curare perché non se lo potevano permettere. Ora non abbiamo nemmeno i soldi per far loro un funerale». Mukendi, 50 anni, ha ottenuto lo status di rifugiata e vive in una comunità di profughi nella capitale. Tra le lacrime spiega che sono costretti a vivere in un centinaio in una palazzina senza acqua corrente né elettricità. I bambini non hanno diritto alla scuola. Astrid, educata nei migliori istituti di Kinshasa, chiede in affitto delle aule agli istituti e lì, tre volte la settimana, insegna a leggere e a scrivere.

Come Fiston, subisce l’indifferenza del governo e il razzismo di molti marocchini. «Ho mendicato un lavoro, sono ancora forte e posso fare le pulizie, ma nessuna famiglia mi vuole. Non voglio fare la prostituta come altre donne del Congo, costrette a vendersi per dar da mangiare ai loro figli. Se mi avvicino ai bagni pubblici, la gente si scansa perché sono nera. Siamo stati più volte all’ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite, l’ultima volta hanno chiamato la polizia». La sua storia è colma di dolore: le hanno fucilato il marito, nel 2000 è fuggita in Camerun senza poter salutare i suoi quattro bambini. Da sei anni non ha loro notizie. «Una l’avevamo adottata. Era figlia di una coppia di sieropositivi che l’avevano abbandonata. Quando finalmente sono riuscita a chiamare mia sorella, ho saputo che aveva dato i miei figli a un pastore anglicano perché questi provvedesse a farli adottare. Non ho più voluto ascoltare, non voglio sapere». Si tappa le orecchie. «Sono stata arrestata senza un perché, in prigione mi hanno violentata». Gli stupri ricorrono nelle parole di Astrid. «Durante il viaggio verso il Marocco molte donne vengono violentate dalle guardie. E’ successo anche alle frontiere di Ceuta e Melilla, a settembre, all’epoca degli assalti alle frontiere di filo spinato. Anch’io mi ero incamminata con un gruppo di profughi». Mi mostra le unghie dei piedi, laccate di rosso ma spezzate alla radice. «Le pietre, sono state le pietre a rovinarmele. Poi, abbiamo incontrato dei migranti che tornavano da Ceuta, ci raccontavano che i militari marocchini li avevano picchiati, che avevano stuprato le donne e ad alcuni tagliato le braccia. Una ragazzina che veniva da Oujda (città marocchina al confine con l’Algeria, ndr) ci disse che era stata stuprata da una trentina di guardie. L’abbiamo portata a Rabat, e qui ha scoperto di essere incinta. Ci diceva che non lo voleva, che si sarebbe suicidata. Le abbiamo pagato un medico per l’aborto, da allora sorride come un ebete, ti fissa quando mangi, grida e piange. E’ diventata pazza».
Fiston e Mukendi hanno partecipato alla prima riunione delle ong europee e africane dal titolo “Migrazioni, diritti fondamentali, libertà di circolazione”, conclusa ieri sera con un sit in nel centro di Rabat. Il loro vuole essere un controvertice rispetto a quello intergovernativo che si terrà qui il 9 e 10 luglio sul contrasto all’immigrazione clandestina verso l’Europa. L’Italia e gli altri Paesi europei chiederanno ai Paesi nordafricani di rafforzare i controlli. Le ong usano altri termini. Parlano del Marocco e della Libia come dei nuovi gendarmi dell’Europa, quelli che fanno il lavoro sporco contro i migranti in cambio di aiuti economici. Rabat ha già ottenuto 40 milioni di euro, e all’indomani dei fatti di Ceuta e Melilla, il giro di vite contro i subsahariani risulta di giorno in giorno più evidente: gli attivisti marocchini denunciano l’esistenza di caserme destinate alla detenzione delle persone da rimpatriare con la forza, e teme l’imminente costruzione di prigioni ad hoc. Ormai per i migranti raggiungere il Marocco è diventato difficile quanto raggiungere la Spagna e l’Italia. Per alcuni non si tratta più di una terra di mezzo, ma di un luogo finalmente in pace e dove poter costruire una vita. Il governo di Rabat non è d’accordo, e la frontiera si sposta a sud. «Oggi è la Mauritania, domani sarà il Senegal», sorride un militante della nigeriana Alternativa Espace Citoyen. «La Nigeria è ancora un Paese di transito, ma già l’Unione Europea finanzia una campagna mediatica molto forte per scoraggiare le partenze: spot alla tv che mostrano l’umiliazione che spetta ai migranti, ammanettati, picchiati, deportati. E’ una sorta di terapia choc».

Alla domanda se gli è mai passato per la testa di tornare in Congo, Fiston mi fissa sbalordito. «Non ha alcun senso che me ne torni proprio adesso. Mio padre mi ha dato tutto ciò che aveva perché io realizzi il mio sogno, che è quello di continuare a studiare medicina in Europa, e aiutare politicamente il mio Paese a diventare democratico. Finora non ho concluso nulla, ma se decidessi di abbandonare tutto sarebbe una sconfitta per me e per il Congo. Come vivo? Mi-ra-co-lo-sa-men-te. E’ un continuo miracolo, madame: non ho un lavoro, non ho soldi; ma ogni giorno metto insieme pranzo e cena. Lassù c’è un buon Dio che mi protegge».

Mukendi Astrid invece crede che la sua vita non cambierà. Solo chiede, prima di morire, di poter rivedere i suoi figli. E di poter raccontare la sua storia una e un’altra volta, per potersi svuotare del dolore.

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