Cartografie ribelli della Nuova Epoca

16 settembre 2006 - Sandro Mezzadra
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

V'è un che di misterioso nelle scelte che orientano l'editoria italiana in materia di traduzione di opere saggistiche. Non si può dire che nel nostro paese si traduca poco. Al contrario: viene da pensare, non di rado, che si esageri. Capita tuttavia che autori il cui lavoro è un punto di riferimento essenziale nei dibattiti internazionali vengano sistematicamente ignorati dall'editoria nostrana.
È stato senz'altro il caso di Stuart Hall: tra i fondatori della nuova sinistra inglese negli anni Cinquanta (nonché primo direttore della «New Left Review»), il suo nome è legato indissolubilmente alle vicende dei British Cultural Studies, di cui contribuì a definire le linee fondamentali di ricerca insieme a Raymond Williams e a Richard Hoggart, in particolare lavorando all'interno dell'ormai mitico «Centre for Contemporary Cultural Studies» di Birmingham, che diresse dal 1968 al 1979. L'elenco dei temi su cui il contributo di Stuart Hall è riconosciuto come imprescindibile parla da sé: dalla rivoluzione nella comunicazione al postcolonialismo, dall'«identità» all'ideologia, dalle culture popolari al razzismo, solo per menzionarne alcuni. E tuttavia, la ricezione italiana di Hall - se si eccettua la traduzione nel lontano 1970 di un libro scritto con Paddy Whannel nel 1964 ( Arti per il popolo, Officina) - è stata affidata per molto tempo a qualche sparso saggio pubblicato in riviste e volumi collettanei. A chi negli scorsi anni proponeva il suo nome a più o meno prestigiose case editrici, capitava spesso di sentirsi rispondere che Hall non aveva una chiara collocazione disciplinare, che non si capiva bene di che cosa si occupasse.
Il canone rifiutatoGrande organizzatore culturale, Stuart Hall non è in effetti un autore sistematico. Alla forma del libro predilige quella del saggio, ma ha avuto lungo l'intero arco della sua vita una capacità rara di cogliere alcuni dei problemi chiave del suo tempo, presentando posizioni che, anche quando discutibili, hanno sempre agito in profondità sulla discussione politica e culturale, non di rado spiazzandone radicalmente l'ordinato svolgimento. Alcuni dei suoi contributi più importanti sono ora finalmente riuniti in un volume a cura di Giovanni Leghissa, Politiche del quotidiano. Culture, identità e senso comune, che esce per il Saggiatore come secondo titolo di una nuova collana significativamente intitolata «Cultural Studies» (pp. 348, euro 25, con doppia introduzione dello stesso Leghissa e di Giorgio Baratta). E per l'inizio di novembre è annunciato l'arrivo in libreria di un'altra raccolta, in uscita da Meltemi per la cura di Miguel Mellino.
Questo doppio evento editoriale si inserisce in un clima di rinnovato interesse in Italia per i cultural studies, attestato da una collana come quella del Saggiatore, da nuove riviste e perfino dai curriculadi molti corsi di laurea sorti nell'ambito del nuovo ordinamento universitario. È un fenomeno su cui sarà bene ragionare anche su queste pagine in un prossimo futuro. Così come varrà la pena di avviare una riflessione sulle ragioni del sospetto con cui i cultural studiessono stati guardati per molto tempo dalla cultura nostrana: un sospetto che è in buona misura all'origine della scarsa fortuna editoriale di Hall nel nostro paese, e che è tanto più singolare quanto più si tengano presenti da una parte le linee di ricerca che in Italia si sarebbero potute produttivamente intrecciare fin dagli anni Sessanta con il lavoro di Hall e compagni (solo per fare qualche nome: da Umberto Eco a Gianni Bosio, da Raniero Panzieri a Ernesto De Martino), dall'altra il rilievo assolutamente fondamentale che, nella definizione del progetto dei cultural studiesbritannici, ha avuto un certo Gramsci. L'ampio saggio introduttivo di Leghissa alla raccolta di scritti di Hall ( Tradurre Stuart Hall) è un primo contributo in questo senso, ricco di indicazioni da raccogliere, sviluppare e discutere.
È in ogni caso da auspicare che quella dei cultural studiesnon divenga una semplice moda nel nostro paese (con un clamoroso ritardo storico sugli sviluppi nel mondo anglosassone), e soprattutto che non si guardi a essi come a un «canone» da importare nella ricerca e nell'accademia: per molti aspetti, ammesso (e, proprio con Stuart Hall, non concesso) che sia esistito un «canone» dei cultural studies, che si possa parlare di una «scuola di Birmingham», quel canone e quella scuola sono esplosi da tempo. E questa esplosione non è avvenuta nel cielo della teoria: a determinarla sono stati concreti movimenti e mutamenti sociali, è stata l'irruzione della questione della «razza» e del femminismo, che, come scrive Hall con efficace metafora, «è "arrivato come un ladro di notte"; ha determinato un'interruzione, ha fatto un baccano indecoroso, si è impadronito dell'epoca, ha messo in disordine il tavolo degli studi culturali».
Da questa ricca tradizione di ricerca britannica (nonché dalla vicenda della sua importazione nell'accademia statunitense, su cui andrebbe fatto un discorso a parte, accennato in alcuni dei saggi di Hall), sarebbe bene a mio parere riprendere piuttosto l'originaria insofferenza per i confini disciplinari, il muoversi con disinvoltura attraverso sociologia, antropologia, storia, teoria politica con l'occhio sempre rivolto ai movimenti sociali e ai rapporti di potere: allo «sporco mondo di quaggiù», come dice Hall. Nonché la tendenza a problematizzare il significato stesso della «cultura», a rivendicare prima l'esigenza di studiare in modo nuovo la «cultura popolare» per giungere subito dopo a decostruire «il popolare», a scoprire una ricca trama di soggettività in movimento e di resistenze laddove (nella «società dei consumi», ad esempio) sarebbe facile scorgere soltanto conformismo. Stuart Hall, da questo punto di vista, è davvero l'autore giusto da cui cominciare (o ricominciare) un confronto con i cultural studies.
Il nero della famigliaSe un appunto si può fare al modo in cui il volume uscito dal Saggiatore è costruito, riguarda il fatto che non è immediatamente riconoscibile un criterio (cronologico o tematico) di organizzazione dei diversi contributi, scritti in un arco di tempo che va dal 1979 al 1996. Consiglierei quindi di cominciare la lettura con l'intervista a Hall di Huan-Hsing Cheng, La formazione di un intellettuale diasporico. Sì, perchè Hall (che al concetto di diaspora ha dedicato riflessioni molto belle) è fino in fondo un «intellettuale diasporico». Il tema della «razza» diviene centrale piuttosto tardi nel suo lavoro, nel corso degli anni Settanta: ma la sua esperienza biografica ne è segnata fin dall'origine. Nato e cresciuto in Giamaica, «il più nero della famiglia», Hall ha vissuto intensamente l'apogeo e la crisi dell'imperialismo britannico, condividendo le grandi speranze destate dalle lotte anticoloniali e dalla stagione delle indipendenze. Giunto a Oxford a diciannove anni, nel 1951, ha a lungo vissuto negli ambienti della diaspora nera, in cui agiva il pensiero politico radicale di intellettuali caraibici come C.L.R. James e George Padmore. E, arrivato in Gran Bretagna quando «i soli neri presenti qui erano gli studenti», ha seguito con trepidazione la grande migrazione di operai di colore nel corso degli anni Cinquanta, l'arrivo (in gran parte proprio dai Caraibi) di quella popolazione di «londinesi solitari», splendidamente ritratta in un grande romanzo di Sam Selvon del 1953, che avrebbe modificato in modo irreversibile la composizione della popolazione e della classe operaia britannica, portando una sfida radicale alle tradizionali concezioni della britishness. «Diaspora di una diaspora», la definisce Hall: «i Caraibi sono già una diaspora dell'Africa, dell'Europa, della Cina, dell'Asia, dell'India, e questa si è ri-diasporizzata in Gran Bretagna».
Ora, si diceva che questi temi sono divenuti prioritari nell'agenda di ricerca di Hall relativamente tardi. Ma la sua esperienza diasporica ha introdotto una «distonia» nella sua formazione, che ha agito in profondità nel determinare la sua impostazione politica e intellettuale. Ne è in particolare derivato «uno strano rapporto con il movimento operaio britannico e con le istituzioni del movimento laburista - il Partito laburista e i sindacati con cui esso si identifica. Ne faccio parte - aggiunge Hall - ma non culturalmente». Questo «strano rapporto», a un tempo di internità e di esternità, è certo stato all'origine delle tensioni con intellettuali interamente formatisi all'interno di quel movimento, come ad esempio Edward P. Thompson. Ma ha anche consentito a Hall di attraversare gli anni della Nuova Sinistra, immergendosi completamente in esperienze come quella della «educazione operaia» e mantenendo tuttavia uno sguardo critico particolarmente vigile sui limiti delle culture politiche della sinistra (vecchia e nuova) britannica. E giungendo a proporre, sul finire degli anni Settanta, un'analisi provocatoria e originale del thatcherismo in formazione e della «Nuova Epoca» di cui costituiva a suo giudizio il «sintomo» più evidente.
È questo un passaggio chiave nel percorso intellettuale di Hall, ben documentato in Politiche del quotidiano. Riassumendo brutalmente la sua argomentazione: nel thatcherismo, Stuart Hall individuava l'esito (provvisoriamente vincente) di una lotta egemonicacondotta dai conservatori fin dalla grande rottura determinata dal Sessantotto e rilanciata negli anni del governo Callaghan (1976-1979), quando fu lo stesso partito laburista - di fronte alla crisi materiale del modello «corporatista» cresciuto all'ombra delle politiche sociali post-belliche - ad avviare lo smantellamento dello Stato sociale. Hall era ben lungi dal negare le determinazioni economiche di questa crisi - egli fu anzi uno dei primi a proporre un'analisi critica di quello che cominciava appena a essere definito «postfordismo»: ma richiamava l'attenzione, appunto attraverso un'originale reinterpretazione della categoria gramsciana di egemonia, sulla relativa autonomia dello scontro su un terreno che, nei termini classici del marxismo, andava definito come ideologico. Era su questo terreno, su cui fondamentale era ad esempio stato il ruolo della stampa popolare, che la specifica soluzione proposta da Thatcher, fondata sul connubio di stato forte e libero mercato nonché sul rilancio dei «valori» costitutivi della britishness, aveva a suo giudizio sfondato, guadagnando consensi anche all'interno della classe operaia.
Un marxismo senza garanzieNella filigrana degli interventi di Hall sul thatcherismo si possono leggere sia le tracce dei suoi precedenti lavori sui consumi, sul cinema, sulla letteratura e sulla televisione (fondamentale, a quest'ultimo proposito, il saggio Codificazione/decodificazione, che continua a orientare molti studi sugli stessi nuovi media), sia l'annuncio dei temi su cui si sarebbe concentrata la sua ricerca negli anni Ottanta e Novanta: il confronto intensissimo con Gramsci (documentato tra l'altro, nella raccolta a cura di Leghissa, da L'importanza di Gramsci per lo studio della razza e dell'etnicità, del 1986), Althusser e Foucault, la riflessione, alla ricerca di un «marxismo senza garanzie», sul concetto di ideologia, le crisi e le trasformazioni del multiculturalismo, la politica delle identità, il razzismo postcoloniale e la globalizzazione. Su ciascuno di questi temi il contributo di Hall è stato ancora una volta originale e provocatorio, ha innescato dibattiti di cui non è certo possibile dar conto in questa sede - così come non si possono valutare nel dettaglio gli esiti e i limiti (evidenti quanto i meriti) della sua riflessione. Si può soltanto auspicare che la pubblicazione di Le politiche del quotidianoe la prossima uscita del volume curato da Mellino pongano le condizioni perché questo avvenga anche in Italia.
Quel che vorrei conclusivamente sottolineare è in ogni caso che il confronto con Stuart Hall non è un esercizio puramente accademico. I suoi scritti, la riflessione di un intellettuale che (nonostante qualche transitorio abbaglio sul «New Labour») non ha mai abdicato alla critica dello stato di cose presente, ci interrogano in profondità anche dal punto di vista politico. Egli è stato tra coloro, e sta qui il fascino del modo in cui è ad esempio intervenuto nel dibattito degli anni Ottanta sul «postmodernismo», che hanno con sicurezza individuato nella produzione di soggettività(nella continua sollecitazione e valorizzazione delle «differenze») il carattere decisivo della «Nuova Epoca» che vedeva annunciata dal thatcherismo. Nel tentativo di cartografare il paesaggio sociale e culturale (una «nuova cultura che è inesorabilmente materiale nelle pratiche e nei modi di produzione») corrispondente a questo vero e proprio mutamento di paradigma nel modo di produzione capitalistico, Stuart Hall ha affidato interamente l'istanza critica a un discorso sul potere, «termine che, rispetto a sfruttamento entra più comodamente nei discorsi culturali». Ecco, per accennare in due parole a un problema immenso, si potrebbe così riassumere uno dei compiti cruciali di fronte a cui si trova oggi il pensiero critico: ricostruire teoricamente il significato dello sfruttamentonel nuovo scenario che Hall, tra gli altri, ha contribuito a descrivere.

Note: Una vita oltre l'accademia
Nato nel 1932 in Jamaica, Stuart Hall si è trasferito giovanissimo in Inghilterra. Terminati gli studi al Merton College di Oxford, comincia a lavorare come ricercatore prima della Birmingham University per poi diventare direttore del Birmingham Center for Cultural Studies. E' in questi anni che avviene l'incontro con Edward P. Thompson e Raymond Williams. Tra i tre studiosi il sodalizio intellettuale sfocerà nella fondazione di due riviste, «The New Reasoner» e «New Left Reiview». Quest'ultima diventa l'approdo di molti intellettuali marxisti usciti dal partito comunista inglese dopo l'invasione dell'Ungheria nel 1956. Studioso eclettico, spazia dalla «teoria dei media» agli studi poscoloniali. Tra i suoi libri vanno segnalati, «The Hard Road to Renewal», «Resistance Through Rituals», «The Formation of Modernity», «Questions of Cultural Identity», «Cultural Representations and Signifyng Practices».
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