Il grido di Jonny: “Voglio andare via da qui”
“Voglio andare via, voglio tornare a casa. Qui è cento volte peggio della galera”. E’ il grido d’allarme di Jonny. Un ragazzo albanese di 32 anni rinchiuso nel centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria (Roma).
Giunto in Italia nel 2002 con un visto regolare, ha iniziato a lavorare come pittore e arrangiandosi con altri lavori precari senza nessun diritto, “tanto anche voi italiani lavorate in nero” mi racconta nella lunga telefonata. Jonny ha scontato 2 anni e mezzo di carcere a Rebibbia per un furto in appartamento “ma non c’entravo nulla con il furto io”. All’interno del carcere Jonny ha lavorato “svolgevo lavori con il computer”.
Uscito dal carcere è stato portato direttamente nel centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria dove è detenuto da 2 mesi. Il suo visto è scaduto proprio mentre si trovava prigioniero a rebibbia. “Qui è peggio di Rebibbia, qui ci trattano come se stessimo in un ospedale psichiatrico” continua a ripetermi Jonny durante la conversazione a telefono. Parla come un fiume in piena, senza fermarsi mai. Non faccio domande, non posso. Parla solo lui e sembra rispondere proprio alle domande che vorrei fare, come se mi leggesse nel pensiero. Io sto zitto ed ascolto la sua storia.
“I governi rubano e non capisco come mai io devo pagare per i loro sbagli. C’è gente in Italia che crede ancora ai politici, ma come si fa?”. Con una voce quasi rassegnata Jonny chiede aiuto, ma non vuol far sapere la sua storia in Albania,ai suoi cari: ”mi vergogno, sono stato in galera. Nel mio paese è vergogna se fai la galera.”
Parliamo del suo passato a Rebibbia. “Lì ci sono solo morti di fame e persone che non hanno fatto nulla. C’è gente che ha rubato per mangiare. Quando lo stomaco brontola la testa ti va in tilt e fai di tutto per mangiare. Ecco in galera ci sono queste persone. Invece, chi ha i soldi e può permettersi un avvocato buono esce facilmente dalle sbarre. Chi è povero non può farlo.”
Jonny sperava di uscire al più presto dal carcere per tornare a casa. Aspettava fiduciosamente di tornare a vivere, invece c’è stata la beffa. Per lui si sono aperte le porte del Cie. “Qui sto peggio, molto peggio. Voglio uscire” racconta Jonny. “Sono dimagrito 7 kg. Qui non si vive, fa tutto schifo. Si mangia male e poco. Sempre riso e pasta. I pomodori puzzano, gli Hamburger anche. Tutto il cibo puzza, chissà cosa ci fanno mangiare.”
Qualche tempo fa, all’interno del Cie è comparso, per un ispezione, un funzionario dello stato:”è venuto a vedere le nostre condizioni” dice Jonny. “L’ho implorato dicendogli che qui si sta male, non si vive. Almeno fateci mangiare bene”. Il funzionario mentre andava via rassicurava i migranti e gli prometteva di esaudire subito le loro richieste: “mi ha detto che avrebbe parlato con il sindaco Alemanno ma nulla, non è successo nulla.”
Mi ha raccontato di un suo amico che tornò dall’ospedale con un giornale. All’interno c’era un articolo che parlava proprio di loro: “diceva delle nostre condizioni. Come scriveva la giornalista sembrava che qui era tutto ok. Appariva come una vacanza. Sono tutte bugie quelle che dicono, noi stiamo male. Troppo male. Vorrei proprio vedere se quella giornalista se riuscirebbe a vivere qui. Ho visto molta gente suicidarsi perché qui fa schifo. Questa è vita?”.
Mentre Jonny mi racconta della sua vita. Si ferma un attimo e mi dice: “ sai che qui c’è una minorenne, Cristina?”. Questa ragazzina croata ha compiuto sedici anni qualche giorno fa e per l’occasione ha fatto una piccola festa insieme alle sue compagne circondata dalle sbarre di Ponte Galeria. E’ nel centro che aspetta un passaporto per farsi riconoscere, un medico che la visiti per la sua malattia alle ovaie, qualcuno che ascolti la sua storia e la aiuti a tornarsene a casa.
Onori Andrea
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