Contraddizioni, depistaggi e interrogativi irrisolti

Dossier delitto Moro

Il caso Moro rimane un enigma aperto. Non a caso sono state occultate o distrutte le prove più importanti. Le contraddizioni e gli interrogativi delineano un quadro complesso e inquietante. Qui elenchiamo una serie di elementi conoscitivi per il dibattito pubblico e la ricerca della verità storica.
2 agosto 2026
Redazione PeaceLink

Moro, sequestrato dalle Brigate Rosse nel 1978 Il mosaico incompleto: le contraddizioni e i segreti del caso Moro

La vicenda del sequestro e dell'omicidio di Aldo Moro è un groviglio di depistaggi, coincidenze inaccettabili e interrogativi irrisolti che, a distanza di decenni, rendono ancora "incompleta" la verità storica. Il rapimento e l'omicidio di Moro appare come un evento inserito in una rete di interessi globali della Guerra Fredda, dove le spiegazioni ufficiali cozzano con una mole impressionante di contraddizioni.


1. Il "covo di Stato": via Gradoli e i servizi segreti

Uno dei punti più oscuri riguarda la base romana delle BR in via Gradoli 96, utilizzata da Mario Moretti durante il sequestro.

  • Il SISDE: le indagini hanno rivelato che gran parte degli appartamenti del civico 96 erano gestiti da società di copertura del SISDE (i servizi segreti italiani), come la Caseroma e l'Immobiliare Gradoli. Lo stesso stabile, pochi anni dopo, fu utilizzato come base anche dai Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR) di estrema destra.

  • Le versioni contrastanti: l'ex brigatista Adriana Faranda ha sempre negato di essere a conoscenza di questi legami legami fra via Gradoli 96 e il SISDE, definendoli semplici "coincidenze". Al contrario, la Procura ha sostenuto che non possa essere stata una coincidenza, e il senatore del PCI Sergio Flamigni ha parlato apertamente di un "covo di Stato".

  • L'amministratore dei servizi segreti: Domenico Catracchia, l'amministratore dei condomini di via Gradoli, era un fiduciario dei servizi segreti. Quando i covi dei NAR di via Gradoli vennero individuati, fu proprio a lui che gli appartamenti furono riconsegnati.


2. Chi sparò in via Fani

La ricostruzione ufficiale della sparatoria in Via Fani, basata su sentenze, perizie e sui memoriali degli stessi brigatisti, indica che a fare fuoco furono solo quattro uomini. Tuttavia, questa versione è stata messa in discussione dall'ipotesi, mai del tutto sopita, di un "quinto tiratore".

Ecco l'elenco dettagliato dei quattro tiratori ufficiali e le armi che impugnavano.

I quattro tiratori ufficiali e le loro armi

Questo era il "gruppo di fuoco"di brigatisti travestito da avieri:

  • Valerio Morucci: armato con un mitra FNA-B Mod.43 calibro 9 Parabellum;

  • Raffaele Fiore: armato con un mitra Beretta M12 (o MP12) calibro 9 Parabellum;

  • Prospero Gallinari: armato con un mitra TZ-45 calibro 9 Parabellum. Inoltre, disponeva di una pistola Smith & Wesson cal. 9 Parabellum come arma corta;

  • Franco Bonisoli: armato con un mitra FNA-B Mod.43 (o un'arma similare) calibro 9 Parabellum. Come arma corta, aveva una Beretta 51 calibro 7.65;

Nota: Il mitra FNA-B Mod.43 e il TZ-45 erano "residuati bellici" della Seconda Guerra Mondiale, armi datate e non sempre affidabili. Inoltre, a questi quattro si aggiunge Mario Moretti, che diresse il nucleo armato ma non risulta tra i tiratori principali.

Le dichiarazioni dei brigatisti

Diversi componenti del commando hanno raccontato di aver avuto problemi con le armi, che si incepparono.

  • Mario Moretti e Valerio Morucci, due dei brigatisti identificati, hanno dichiarato che le loro armi si erano inceppate.

  • Alfredo Buonavita descrisse le armi come "quattro armi scassate".

  • Secondo una ricostruzione, Gallinari e Bonisoli riuscirono a usare solo le pistole di scorta; Morucci perse tempo per "disinceppare l'arma"; Fiore, pur avendo cambiato il caricatore, non sparò un colpo perché l'arma si bloccò di nuovo. Lo stesso Moretti parlò di una "capacità e precisione militare approssimativa" del commando.

Le perizie balistiche

Le analisi scientifiche supportano questa versione di scarsa capacità militare del gruppo nell'usare efficacemente le armi in loro possesso, tranne uno.

  • Infatti le perizie balistiche stabilirono che una parte significativa dei colpi (tra il 34% e il 59%, a seconda delle stime) fu sparata da un'unica arma. Questo elemento è in contraddizione con l'idea di un commando preparato a gestire tecnicamente l'agguato, ma è compatibile con la versione di brigatisti che hanno avuto problemi con le proprie armi e hanno dovuto fare affidamento su un'unica bocca da fuoco efficiente.

  • Un perito balistico ha confermato che "le armi degli uomini delle Br... si incepparono più volte".

  • Le stesse armi utilizzate non erano tecnologicamente avanzate: si trattava di "residuati bellici" come il mitra "Zerbino, un residuato della Repubblica di Salò".

Sull'identità del brigatista che impugnava l'unica arma efficiente sono emerse diverse ipotesi, spesso contrastanti. La discussione si è concentrata principalmente su due figure: il brigatista Franco Bonisoli e l'ipotesi di un "killer esterno" alle Brigate Rosse.

Ecco i dettagli delle diverse ipotesi.

L'ipotesi di Franco Bonisoli

L'identificazione più accreditata e sostenuta da varie ricostruzioni indica in Franco Bonisoli il brigatista che riuscì a utilizzare l'arma che funzionava.

  • La "bocca di fuoco" da 49 colpi: le perizie balistiche hanno stabilito che una sola arma esplose 49 colpi. Questa circostanza, unita all'inceppamento degli altri mitra, ha portato a concentrare l'attenzione su chi potesse aver sparato così tanto.

  • Testimonianze e dichiarazioni: secondo una ricostruzione dettagliata, mentre Gallinari e Bonisoli riuscirono a usare le pistole di scorta, e gli altri ebbero problemi con i loro mitra, Bonisoli fu l'unico a farne un uso massiccio. Lo stesso Mario Moretti (il capo del commando) dichiarò di essere "convinto che neppure Bonisoli sappia 'come ha fatto a sparare con tanta precisione'", quasi a sottolineare l'eccezionalità della sua azione rispetto all'impreparazione generale.

  • L'arma "moderna" di Fiore: è stato accertato che l'unica arma moderna ed efficiente del commando era un mitra Beretta M12 in dotazione a Raffaele Fiore. Tuttavia, Fiore stesso ha dichiarato che la sua arma rimase inattiva perché si inceppò nonostante avesse cambiato il caricatore. Questo esclude Fiore, rendendo ancora più probabile che Bonisoli abbia usato un'altra arma, forse meno moderna ma miracolosamente funzionante.

L'ipotesi del "killer esterno"

La ricostruzione ufficiale indica in Morucci, Fiore, Gallinari e Bonisoli gli unici autori della sparatoria. Tuttavia, le zone d'ombra e le incongruenze emerse nel corso degli anni hanno reso l'ipotesi di un quinto tiratore una delle piste più persistenti per spiegare la dinamica di un agguato che, ancora oggi, continua a presentare dei lati oscuri, soprattutto per via delle dichiarazioni contraddittorie dei brigatisti.

L'elevato numero di colpi (49) sparati con rapida precisione da una sola arma ha alimentato la teoria del professionista. Secondo questa ipotesi, le Brigate Rosse, poco preparate militarmente, si sarebbero avvalse dell'aiuto di un killer professionista esterno per garantire il successo dell'operazione. Questo spiegherebbe l'efficacia dell'attacco, che in 90 secondi neutralizzò la scorta senza ferire Moro.

Secondo la versione ufficiale, i quattro brigatisti erano posizionati sul lato sinistro di via Fani. Tuttavia, la persistente ipotesi del "quinto tiratore" sostiene che ci fosse un ulteriore uomo armato, posizionato sul lato destro della strada.

L'identità di questo presunto quinto tiratore non è mai stata provata. Tra i nomi emersi in varie ipotesi investigative c'è quello di Giustino De Vuono, un ex legionario con abilità da tiratore scelto. De Vuono finì in carcere per una lunga serie di reati, che spaziavano dalla criminalità comune a quella politica. Secondo le ricostruzioni ufficiali, De Vuono non è morto direttamente in cella, ma in ospedale. La causa del decesso sarebbe stata un'operazione per un aneurisma. È stato confermato che un'autopsia è stata svolta dai professori Merli, Gerin e forse un terzo specialista. Ma non è stato non sono stati effettuati esami tossicologici approfonditi per la ricerca di veleni come arsenico, tallio, cianuri o altre sostanze tossiche.


3. Il memoriale incompleto di Moro e i documenti scomparsi

Lo scopo del rapimento e dell'interrogatorio

Nei loro comunicati ufficiali, le BR dichiararono di volere l'istituzione del "Tribunale del Popolo". Nel Comunicato n. 1 annunciarono che Moro, in quanto presidente della DC, era stato catturato per essere sottoposto a un processo politico. [1]

Nel Comunicato n. 3 affermarono "l'interrogatorio del prigioniero prosegue e, come abbiamo già detto, ci aiuta validamente a chiarire le linee antiproletarie, le trame sanguinarie e terroristiche".

Sorprendentemente, nonostante Moro - come scrivevano nel Comunicato n. 3 - li stesse aiutando "validamente, nel Comunicato n. 6 le BR sancirono la fine dell'interrogatorio, dichiarando ufficialmente che non vi erano "clamorose rivelazioni" poiché i segreti dello Stato capitalista erano già evidenti nella sua stessa oppressione quotidiana.

Ma in realtà le cose stavano andando diversamente.

Moro aveva cominciato a parlare di Gladio

Infatti Moro aveva cominciato a parlare della struttura segreta della Nato, nota come Gladio. Moro accennò a un'organizzazione paramilitare d'emergenza segreta nata in ambito NATO. Nei suoi testi Moro non usò esplicitamente la parola "Gladio", ma le sue descrizioni minuziose coincidevano perfettamente con l'organizzazione. Nelle pagine del memoriale emersero infatti riferimenti all'organizzazione segreta di matrice NATO "Stay Behind" (poi nota come Gladio), un sistema paramilitare anticomunista la cui esistenza ufficiale rimase coperta dal segreto di Stato fino al 1990.

Su questo occorre conoscere i dettagli delle date.

Il 9 ottobre 1990 vi fu il ritrovamento in via Monte Nevoso a Milano della seconda parte del Memoriale Moro (in cui vi era la rivelazione di Gladio). Di fronte alle carte, il 24 ottobre 1990 il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti ammise ammesso ufficialmente l'esistenza della struttura clandestina "Stay Behind", provocando un terremoto politicoAndreotti, rivelando al Parlamento l'esistenza di Gladio, infatti provocò un enorme terremoto politico perché confermò che in Italia era esistito per decenni un esercito occulto e parallelo alle istituzioni, alimentando il sospetto di ingerenze straniere e di legami con la strategia della tensione. [1, 2, 3, 4]

Appare incredibile che le BR non abbiano usato dodici anni prima quelle confessioni di Moro per provocare un terremoto politico nel 1978.

Perché era scottante il memoriale Moro

Il memoriale scritto da Moro, per rispondere agli interrogatori delle BR durante la prigionia, è oggi al centro di un mistero che coinvolge censure e sparizioni.

  • Due ritrovamenti

    • Una prima parte (dattiloscritta) del Memoriale Moro emerse nel covo di via Monte Nevoso il 1° ottobre 1978; questo Memoriale dattiloscritto fu trovato dagli uomini del reparto speciale antiterrorismo dei Carabinieri, guidati dal generale Carlo Alberto dalla Chiesa (lo scoprirono facendo irruzione nel covo); i Carabinieri sequestrarono complessivamente 78 fogli dattilografati.

    • Una seconda versione più ampia (fotocopie dei manoscritti di Moro) fu ritrovata nello stesso covo solo 12 anni dopo, il 9 ottobre del 1990, nascosta in un'intercapedine durante lavori di ristrutturazione; nell'intercapedine nascosta per l'esattezza fu trovato un faldone totale di 421 fogli (contenente le 229 pagine del Memoriale, più le copie di oltre un centinaio di lettere e altri scritti); i brigatisti responsabili del covo di via Monte Nevoso che occultarono materialmente il faldone furono Mario Moretti e Franco Bonisoli, con l'ausilio di Lauro Azzolini e Nadia Mantovani. Moretti e Bonisoli gestivano l'archivio milanese dell'organizzazione. Furono loro a selezionare quali scritti di Moro dattilografare e quali nascondere nell'intercapedine sotto la finestra, murandoli dietro un pannello di cartongesso prima del blitz dei Carabinieri del 1978.

  • Le incongruenze filologiche: lo storico Miguel Gotor ha dimostrato che i dattiloscritti ritrovati nell'ottobre del 1978 non corrispondono alle fotocopie ritrovate nell'ottobre del 1990, e che entrambi sono stati oggetto di una "doppia mano censoria" (prima del generale Dalla Chiesa, poi dei servizi segreti). Questo ha portato a ipotizzare l'esistenza di un "Ur-Memoriale", ossia un documento originale e completo, oggi perduto.
  • Le rivelazioni mai pubblicate: come abbiamo visto, le parti più scottanti che Moro rivelò riguardavano la struttura clandestina Gladio (che al tempo del rapimento Moro veniva mantenuta segreta dalla DC e dalla NATO); inoltre vi erano le accuse di Moro ad Andreotti e alla DC. Queste cose non furono mai diffuse dalle BR, nonostante le loro promesse di voler rivelare la verità che lo Stato occultava. Nel memoriale comparso per incanto dodici anni dopo Moro accusava esplicitamente la DC e Andreotti di averlo abbandonato ai suoi assassini. Tutto questo avrebbe avuto un impatto enorme nel 1978 al tempo del rapimento Moro, ma non venne rivelato dalle BR. Report vi ha dedicato un'inchiesta televisiva.

Le dichiarazioni del brigatista Bonisoli

Le dichiarazioni di Franco Bonisoli su via Monte Nevoso rappresentano uno dei passaggi più controversi della storia giudiziaria del caso Moro, poiché l'ex brigatista sollevò forti dubbi sulla perquisizione effettuata dai Carabinieri nel 1978. Negli anni Ottanta, ben prima della seconda scoperta avvenuta nel 1990, Bonisoli dichiarò esplicitamente a livello processuale:
«In via Monte Nevoso, oltre ai dattiloscritti, c'era un plico di fotocopie degli originali [manoscritti]. In seguito, quando lessi l'elenco di tutto il materiale sequestrato dai carabinieri in quell'appartamento, non c'era traccia di tali fotocopie». [1]
Le sue affermazioni, supportate da quelle del compagno di militanza Lauro Azzolini, generarono per anni il sospetto che le forze dell'ordine o i servizi segreti avessero deliberatamente sottratto o occultato la parte autografa delle carte di Moro già durante il blitz del 1978. [1, 2]
Quando nell'ottobre del 1990 i manoscritti riemersero effettivamente da dietro il pannello di cartongesso durante i lavori edili, la versione ufficiale confermò che le carte non erano state sottratte dai Carabinieri nel 1978, ma erano semplicemente rimaste celate all'interno di quell'intercapedine che i militari non erano riusciti a individuare durante la prima perquisizione. [1, 2, 3]
Franco Bonisoli e gli altri membri del comitato esecutivo delle Brigate Rosse hanno sempre sostenuto che l'organizzazione non comprese l'importanza delle rivelazioni di Moro sulla struttura Stay-Behind (Gladio). [1, 2]
Nelle loro testimonianze processuali e storiche, i brigatisti spiegarono che l'ideologia del gruppo li portava a cercare prove di un fantomatico "Stato Imperialista delle Multinazionali" (SIM) controllato da cabine di regia economiche globali. Quando Moro descrisse nei manoscritti una rete segreta anticomunista della NATO legata ai servizi segreti - mai comunicata al Parlamento e di cui nessuno era a conoscenza tranne i diretti interessati - i brigatisti ritennero (così dissero) che si trattasse solo di "normale amministrazione" della Guerra Fredda o di vecchi assetti d'intelligence, giudicandoli dettagli storici irrilevanti per la propaganda rivoluzionaria immediata. [1, 2]
Per questa ragione non ritennero necessario diffondere quelle notizie nel 1978, lasciandole semplicemente depositate nell'archivio di via Monte Nevoso, ignorando che dodici anni dopo avrebbero provocato un terremoto istituzionale. [1]

4. Le audiocassette "scomparse" e le contraddizioni dei brigatisti

Le registrazioni audio degli interrogatori rappresentano un altro tassello mancante.

  • Le 18 audiocassette: nel covo di via Gradoli furono rinvenute 18 audiocassette. Di queste, 17 sono state acquisite dalla commissione d'inchiesta, mentre una è inspiegabilmente sparita dagli archivi giudiziari.

  • La voce di Moro scomparsa o cancellata: le cassette recuperate contenevano per lo più musica, ma si sospetta che la diciottesima, quella scomparsa, potesse contenere le voci degli interrogatori.

  • Le versioni dei brigatisti: le spiegazioni fornite dagli stessi terroristi sono contraddittorie: Prospero Gallinari ha detto di aver bruciato i nastri, Valerio Morucci ha parlato di una sovraincisione, mentre Germano Maccari ha confermato la loro esistenza ma ha parlato di distruzione. Mario Moretti tace.


5. Mario Moretti: il capo delle BR che interrogava Moro

La figura di Mario Moretti, il capo delle BR che interrogò e uccise Moro, è forse la più controversa. Fu Mario Moretti il principale e costante interlocutore di Aldo Moro durante la sua prigionia, conducendo i lunghi interrogatori.

I sospetti dell'ex brigatista Alberto Franceschini: sospettava che Moretti fosse una spia dei servizi segreti. Sul Guardian del 10 aprile 199 si legge: "Franceschini ha dichiarato che il Curcio gli aveva confidato in prigione che era "certo che Moretti fosse una spia". Ha detto che in passato di Senzani aveva il legittimo sospetto: aveva lavorato per il ministero della giustizia come criminologo consulente e gli era stato permesso di studiare negli Stati Uniti nel 1977, nonostante fosse sotto inchiesta a Firenze per i suoi collegamenti con le Brigate Rosse e in un momento in cui ai membri del Partito Comunista Italiano venivano regolarmente rifiutati i visti".

L'ombra della CIA e del Mossad: Franceschini ha sempre sostenuto che, senza la copertura di servizi segreti esteri, le BR non avrebbero mai potuto realizzare il sequestro. Secondo lui le BR del 1978 agirono all'interno di una cornice protettiva in cui i servizi segreti (sia italiani che esteri) decisero di non fermarle, per utilizzarne l'azione in chiave geopolitica contro il "compromesso storico" fra PCI e DC. Secondo la sua analisi, la "geometrica potenza" del commando in via Fani e la gestione indisturbata dei 55 giorni di prigionia non corrispondevano alle reali competenze militari della componente brigatista dell'epoca. In diverse interviste e commissioni d'inchiesta, ha ribadito il concetto fondamentale secondo cui «senza coperture dell'ordine superiore delle grandi potenze», una simile operazione non avrebbe potuto giungere a compimento e rimanere impunita.

Renato Curcio ha tuttavia sempre respinto con fermezza le tesi di Alberto Franceschini, difendendo la totale autonomia politica e operativa delle Brigate Rosse durante il sequestro Moro. [1] Nel suo libro-intervista A viso aperto, Curcio ha definito le teorie sulle infiltrazioni straniere (Mossad o CIA) o sui grandi vecchi dietro le quinte come tentativi di non fare i conti con la reale natura del fenomeno della lotta armata in Italia. Nel suo libro-intervista Curcio ha rigettato ogni ipotesi di tradimento da parte di Moretti.

Mario Moretti non si è mai dissociato e ha sempre rifiutato di collaborare con la giustizia. Restò però evasivo su molti aspetti operativi, logistici e organizzativi delle BR, portando con sé informazioni che forse non rivelerà mai. Davanti ai magistrati e nelle aule di tribunale, Moretti è stato storicamente estremamente avaro di dettagli. Forte della sua posizione di "prigioniero politico" irriducibile, ha mantenuto per anni un muro di silenzio, non rivelando i dettagli logistici, i nomi dei complici non identificati, la rete dei covi o i canali di finanziamento e armamento delle Brigate Rosse. Il silenzio di Moretti è stato rotto solo nel 1993, non con un verbale di polizia, ma attraverso un libro-intervista scritto con le giornaliste Carla Mosca e Rossana Rossanda ("Brigate Rosse. Una storia italiana"). In quel contesto Moretti fu molto dettagliato nell'ammettere le proprie responsabilità politiche e materiali: [1, 2]

  • confermò per la prima volta di essere stato lui l'interrogatore di Aldo Moro durante i 55 giorni;
  • si assunse la responsabilità materiale dell'esecuzione dello statista in via Caetani;
  • fornì ampie spiegazioni sulla visione politica, sulle dinamiche interne del comitato esecutivo e sul fallimento della lotta armata.

6. Kissinger, la CIA e il "superconsulente" Pieczenik

Numerosi indizi puntano a un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti per fermare il "compromesso storico".

  • La minaccia di Kissinger: nel 1974, il Segretario di Stato americano Henry Kissinger avvertì personalmente Moro che la sua apertura al PCI "l'avrebbe fatta pagare cara". Moro, rientrato in Italia, confidò al suo portavoce Corrado Guerzoni che si sarebbe ritirato dalla politica.

  • Il ruolo di Steve Pieczenik: il funzionario del Dipartimento di Stato americano, Steve Pieczenik, fu inviato a Roma come "superconsulente" di Cossiga. Anni dopo, ammise di aver "manipolato le BR" con l'obiettivo di sacrificare Moro per stabilizzare l'Italia. Dichiarò: "Fino alla fine ho temuto che liberassero Moro".

  • L'accusa di concorso in omicidio: le sue stesse dichiarazioni hanno portato il Procuratore Generale di Roma a chiedere l'apertura di un'indagine per "concorso nell'omicidio" a suo carico.

  • Federico Umberto D'Amato: il direttore dell'Ufficio Affari Riservati del Viminale, con saldi legami con la NATO e gli USA, fece parte del comitato ristretto istituito al Viminale per gestire il sequestro di Aldo Moro. È stato indicato come uno dei mandanti della strage di Bologna del 2 agosto 1980. Tuttavia ha goduto di silenziose coperture anche a sinistra.


7. Depistaggi e "verità accettabili"

L'intera vicenda è stata segnata da depistaggi e da una narrazione ufficiale costruita per nascondere le zone d'ombra.

  • Il falso del Lago della Duchessa: un falso comunicato delle BR fece credere che il corpo di Moro si trovasse in un lago, distogliendo le ricerche. Un'operazione che molti attribuiscono ai servizi per prendere tempo.

  • L'omicidio di Mino Pecorelli: il giornalista che stava per pubblicare rivelazioni sul caso Moro fu ucciso il 20 marzo 1979. I bossoli del delitto sono spariti dagli archivi giudiziari.

  • Una "verità accettabile" frutto di un compromesso di potere: secondo alcuni studiosi, la ricostruzione dei fatti che conosciamo è il frutto di un compromesso volto a formulare una verità che fosse politicamente accettabile per tutti, sia alle BR sia agli attori politici che gestirono il caso Moro. La ricostruzione del caso Moro  si basa in buona parte sui memoriali dei brigatisti (come Valerio Morucci e Adriana Faranda). Secondo diversi storici e analisti, questa narrazione avrebbe edulcorato o omesso i nodi più oscuri per convergere su una sorta di "equilibrio" utile ai soggetti istituzionali e ai soggetti della lotta armata, consegnando una versione dei fatti che non li screditasse entrambi, facendoli apparire in buona fede entrambi e entrambi senza retroscena segreti.

  • La tesi della "verità dicibile" o "accettabile" – ovvero di una ricostruzione istituzionale basata sul Memoriale Morucci per mettere una pietra tombale sugli anni di piombo senza svelare retroscena indicibili – è sostenuta principalmente da un folto gruppo di parlamentari d'inchiesta, magistrati, giornalisti e storici d'area documentale. [1, 2, 3, 4]
    I principali esponenti di questa visione iper-critica, definita spesso "dietrologica" o della "verità negata", includono: [1, 2]
    • Giuseppe Fioroni e Gero Grassi: rispettivamente presidente e componente di spicco della Commissione parlamentare d'inchiesta Moro 2 (2014-2018). Fioroni ha formalizzato l'espressione di "verità dicibile" per denunciare il patto di comodo tra Stato e BR, mentre Grassi ha pubblicato estesi dossier e volumi (come Aldo Moro: La verità negata) denunciando le falsità del perimetro ufficiale. [1, 2, 3, 4]
    • Sergio Flamigni: ex senatore del PCI e membro delle prime commissioni d'inchiesta. È il capostipite della saggistica critica sul caso Moro con libri fondamentali come La tela del ragno o Il covo di via Monte Nevoso. Sostiene da decenni che la narrazione dei brigatisti "solitari e geometrici" sia servita a coprire il ruolo della loggia P2, dei servizi segreti e della CIA. [1, 2, 3]
    • Giovanni Pellegrino: ex presidente della Commissione Stragi dal 1994 al 2001, autore di numerosi saggi in cui analizza il caso Moro come il fulcro di una "sovranità limitata" dell'Italia, dove la verità politica doveva preservare gli equilibri della Guerra Fredda. [1, 2, 3, 4]
    • Ferdinando Imposimato e Rosario Priore: magistrati che istruirono i primi processi Moro. Nei loro libri (es. Doveva morire di Imposimato) hanno denunciato infiltrazioni e omissioni investigative volte a evitare che Moro venisse salvato. [2]
    • Giornalisti d'inchiesta: figure storiche come Andrea Purgatori, Marco Lillo e Maria Antonietta Calabrò hanno documentato le incongruenze logistiche (come la gestione dei covi di via Gradoli e via Montalcini) che contrastano con le versioni dei brigatisti. [1, 2, 3]

      La posizione opposta

      A questa vasta area si contrappongono storici e analisti rigorosamente documentali come Vladimiro Satta e Giovanni Sabbatucci, i quali sostengono che la ricostruzione giudiziaria sia fondamentalmente corretta e che le BR agirono da sole senza regie occulte, liquidando la tesi del grande compromesso narrativo come un mito privo di riscontri fattuali. [1, 2, 3, 4, 5]

In sintesi: un caso che è un enigma

Il caso Moro rimane un enigma aperto. Le contraddizioni e gli interrogativi irrisolti sono talmente tanti da delineare un quadro complesso e inquietante. In questo specchietto ne riassumiamo solo alcuni.

Questioni irrisolte Elementi chiave
Il covo di Stato Via Gradoli 96, gestito da società del SISDE
Via Fani Armi inceppate e colpi sparati nell'agguato
Il memoriale mutilato Censure, doppia mano, memoriale originale e integrale distrutto dalle BR
Le cassette scomparse 18 audiocassette dell'interrogatorio di Moro, una sparita, le altre con solo musica
Mario Moretti Dichiarazioni avare di dettagli e evasive sulla questione di Gladio (rivelata da Moro)
La regia internazionale Minaccia di Kissinger, ruolo di Pieczenik, presenza di D'Amato (P2) nei servizi segreti
Depistaggi e ricatti Falso comunicato del lago della Duchessa, omicidio Pecorelli

Come ha scritto lo storico Miguel Gotor, il memoriale è "incompleto, lacerato, avvolto dal mistero".

E la stessa definizione può essere applicata all'intero caso, un puzzle di cui ancora oggi mancano molti tasselli fondamentali.

Rimane tuttavia assodato che il rapimento e l'uccisione fu funzionale a forze, di diversa natura, che volevano a tutti i costi fermare il "compromesso storico" fra DC e PCI, e che per farlo erano disposte a tutto, persino a sacrificare la vita di Aldo Moro.





Il giorno dopo la morte di Aldo Moro, arrivò questa lettera alla sua famiglia:

Noretta dolcissima, sono nelle mani di Dio e tue. Prega per me, ricordami soavemente. 

Carezza i piccoli dolcissimi, tutti. Che Iddio vi aiuti tutti.

Un bacio di amore a tutti.

Aldo

 

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