Il covo di Stato e il filo rosso che lega il sequestro Moro alla strage di Bologna
La storia italiana degli anni di piombo è costellata di coincidenze inquietanti, di dettagli che non tornano, di silenzi che pesano più delle parole. Una di queste storie si svolge in una piccola strada di Roma, via Gradoli, traversa di via Cassia, divenuta tristemente celebre per aver ospitato il covo delle Brigate Rosse durante il sequestro di Aldo Moro. Quel luogo, però, cela una verità più profonda e inquietante: era un immobile gestito da figure legate ai servizi segreti, un "covo di Stato" che getta un'ombra lunga fino alla strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna.
L'amministratore dei covi
Al centro di questa vicenda c'è Domenico Catracchia, amministratore di condominio della palazzina di via Gradoli 96. Un uomo che, stando alle indagini, non si limitava a gestire gli immobili: era il custode di un segreto che avrebbe potuto cambiare il corso delle indagini sul rapimento Moro e sulla strage di Bologna.
Catracchia era amministratore unico dell'Immobiliare Gradoli, la società proprietaria dello stabile, a sua volta controllata dalla Fidrev, una società di consulenza del Sisde, il servizio segreto civile italiano. Era inoltre amministratore della Caseroma, un'altra società riconducibile ai servizi. In sintesi, le chiavi di quei covi passavano attraverso le mani di un uomo che rispondeva a una catena di comando che portava dritta ai piani alti dello Stato.
Il covo delle BR e la prigione di Moro
Nel 1978, durante il sequestro di Aldo Moro, via Gradoli 96 fu scelta come base operativa dalle Brigate Rosse. Fu lì che Mario Moretti, capo dell'esecutivo delle BR, collocò la direzione strategica del rapimento. Un luogo che, come hanno ricostruito le indagini, era "marchiato" dai servizi segreti: un edificio "zeppo di appartamenti gestiti da fiduciari del servizio segreto del Viminale".
L'ex capo delle Brigate Rosse oggi ha 78 anni (è nato il 16 gennaio 1946). Dopo essere stato arrestato il 4 aprile 1981 ha scontato gran parte della sua pena nel carcere di Milano-Opera. Non si è mai dissociato né ha collaborato con la giustizia, ed è stato condannato a sei ergastoli per i suoi crimini. Nel dicembre 2021 gli è stato concesso il trasferimento nel penitenziario di Verziano, a Brescia. Questa condizione gli consente di uscire dal carcere durante il giorno per svolgere delle attività lavorative, con l'obbligo di rientrare in istituto la sera. L'appartamento in via Gradoli 96 è stata una delle basi romane delle Brigate Rosse, in particolare durante il sequestro di Aldo Moro. Più che una semplice base operativa, era un luogo la cui storia è al centro di un giallo giudiziario e politico tuttora irrisolto, a causa dei suoi inquietanti legami con i servizi segreti. Cosa ha detto di quella sede Mario Moretti? Le dichiarazioni pubbliche di Mario Moretti su via Gradoli sono state molto rare e tutt'altro che rivelatrici. La più nota risale a un'intervista del 1988, in cui liquidò la vicenda con una frase che è diventata celebre: "Via Gradoli? Un episodio di una banalità sconcertante". Questa è stata la sua unica, scarna uscita pubblica sull'argomento. Moretti non ha mai fornito dettagli o ammesso di essere a conoscenza dei legami tra il covo e i servizi segreti (il cosiddetto "covo di Stato"), limitandosi a bollare come "dietrologia" le ricostruzioni che ipotizzano una qualche forma di protezione o connivenza. Negli anni, Moretti ha mantenuto un rigoroso silenzio in tutte le sedi giudiziarie, rifiutandosi di rendere dichiarazioni anche nei processi che lo hanno visto imputato.Cosa fa oggi Mario Moretti
Cosa ha detto su via Gradoli
Per quanto riguarda via Gradoli, le sue dichiarazioni pubbliche sono state estremamente lapidarie.
Adriana Faranda, l'ex brigatista che usò quel covo, ha sempre negato di sapere dei legami con i servizi. Nel luglio 2021, testimoniando al processo sulla strage di Bologna, dichiarò: "Non ero a conoscenza che in via Gradoli 96 ci fossero appartamenti riconducibili ai Servizi segreti, e per quanto è a mia conoscenza non ho mai avuto nemmeno il sospetto che ci fossero contatti tra i brigatisti e i Servizi". Una versione che, però, si scontra con i fatti emersi dalle inchieste: la scelta di quel covo non fu casuale, ma avvenne in un contesto di protezione e tolleranza.
I covi dei NAR e la strage di Bologna
Tre anni dopo, la stessa via Gradoli tornò alla ribalta. Nel 1981, i Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR) utilizzarono due appartamenti nella stessa strada come basi operative. Uno al civico 65, frequentato da Francesca Mambro, Stefano Soderini, Giorgio Vale e Gilberto Cavallini; un altro al civico 105. Catracchia, interrogato nel novembre 1981, riconobbe i quattro terroristi ma, "invitato a verbalizzare, si rifiutò, asserendo di temere per la sua vita".
E quando i covi dei NAR vennero individuati, fu proprio a Catracchia che gli appartamenti furono riconsegnati. Un dettaglio che la dice lunga sul ruolo dell'amministratore: non era un semplice gestore di immobili, ma un anello di una catena che collegava il terrorismo di destra e quello brigatista ai servizi segreti.
Negli stessi stabili di via Gradoli infatti trovarono rifugio in epoche diverse sia le Brigate Rosse (durante gli anni di piombo) sia militanti dell'estrema destra eversiva dei NAR (colpevoli della strage di Bologna), evidenziando una sovrapposizione di logistica e coperture
Le società dei servizi
L'inchiesta della Procura generale di Bologna ha ricostruito le trame societarie che legavano via Gradoli al Sisde. Gran parte degli appartamenti del civico 96 appartenevano a tre società: Caseroma, Immobiliare Monte Valle Verde e Immobiliare Gradoli. In tutti questi organismi sedevano persone riconducibili ai servizi segreti.
C'è poi la figura del prefetto Vincenzo Parisi, che in periodi diversi è stato capo del Sisde e della Polizia. Parisi aveva intestato alcuni appartamenti di via Gradoli ai suoi familiari. Catracchia, secondo quanto riportato in un libro dell'ex parlamentare Sergio Flamigni, era un suo "fiduciario". L'ispettore di Polizia Consiglio Pacilio, che nel 1994 scoprì la proprietà di Parisi, raccontò che Catracchia gli fece capire che se non avesse "lasciato perdere" la questione, la sua carriera avrebbe subito danni.
Il depistaggio e la condanna
Il ruolo di Catracchia nel depistaggio delle indagini sulla strage di Bologna è stato accertato dalla giustizia. Nel luglio 2025, la Corte di Cassazione ha reso definitiva la sua condanna a quattro anni di reclusione per false informazioni al pubblico ministero. L'accusa era di aver mentito ai magistrati con l'obiettivo di sviare le indagini sui mandanti della strage.
Catracchia è morto nel febbraio 2026, portando con sé molti dei segreti di via Gradoli. Ma la sua vicenda rimane una delle pagine più oscure della storia repubblicana: quella di un uomo che, da amministratore di condominio, si trovò al centro di una rete di covi del terrorismo gestiti dai servizi segreti, e che scelse di mentire per proteggere qualcuno.
Le domande che restano
La storia di via Gradoli solleva interrogativi ancora aperti. Perché le Brigate Rosse scelsero come covo un immobile riconducibile al Sisde? Perché i NAR, tre anni dopo, utilizzarono gli stessi luoghi? Perché Catracchia, che sapeva tutto, mentì ai magistrati? E chi protesse?
Come ha scritto Sergio Flamigni nel suo libro Il covo di Stato e la prigione fantasma, via Gradoli rivela "le torbide ambiguità" del capo brigatista Mario Moretti, "adombrando le connivenze che hanno propiziato la strage di via Fani". Ma rivela anche qualcosa di più: una rete di protezione che attraversava entrambi gli schieramenti del terrorismo, e che ha reso possibile, direttamente o indirettamente, la strage di Bologna.
Via Gradoli non è stata solo il luogo del sequestro Moro. È stata il simbolo di una stagione in cui i confini tra Stato e terrorismo si sono fatti porosi, in cui i covi dei brigatisti erano anche gli immobili dei servizi, in cui la verità è stata sacrificata sull'altare della ragion di Stato. E la condanna di Catracchia, arrivata dopo decenni di silenzi, è solo un piccolo, tardivo frammento di giustizia per le 85 vittime del 2 agosto 1980.
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