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No war

Il ritardo del movimento e le nostre responsabilità

30 giugno 2006 - Raffaella Bolini (presidenza dell'Arci)
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

Era il tempo per godersi l'annuncio del ritiro dall'Iraq. E per dedicarsi al disastro in Palestina, ogni giorno più grave. E invece siamo immersi nella vicenda afghana che oscura tutto, anche quel ritorno a casa da Nassiriya che non era affatto scontato fino a poco tempo fa.
L'Afghanistan, dunque. Al tempo dell'invasione Usa era ancora fresco il trauma dell'11 settembre ed erano in tanti a credere che per liberarsi dal terrorismo un po' di guerra fosse accettabile. Del resto, fra chi ha inventato la «guerra umanitaria» in Kosovo c'è ancora chi pensa che la democrazia possa talvolta valere qualche bomba. In Afghanistan, poi, c'è la Nato. E la Nato non si tocca in alcuni ambienti del centrosinistra. Non importa che abbia cambiato statuto, missione, che sia cambiato il mondo. Non si discute e basta. L'importante è che ci sia l'Onu. E questo basta a molti per mettersi in pace la coscienza. Benedetto il materiale del professor Papisca dell'Università di Padova, diffuso dalla Tavola della Pace. Papisca, che difende l'ONU da tutta la vita e non è un estremista, mostra carte alla mano come la missione Onu non sia il cappello alla presenza militare Nato in Afghanistan, ma esattamente il contrario: La missione Isaf risponde al comando Usa. C'erano solide ragioni, quindi, perché la missione afghana non fosse nel programma dell'Unione.
Di motivo ce ne è anche un altro. Non riguarda i partiti ma il movimento contro la guerra che paga oggi il suo limite, tra i tanti meriti che ha avuto. L'ondata no-war che ha attraversato il mondo è stata terribilmente monotematica. Da quando è scoppiato l'Iraq non ha visto più niente altro, ha elaborato pochissimo sulle alternative alla guerra, su una nuova politica estera e sugli strumenti per affrontare le crisi internazionali senza armi. Una riflessione autocritica negli ultimi tempi sta emergendo in molte sedi, anche perché la gran parte delle forze di movimento hanno nel codice genetico e praticano un pacifismo ben più complesso e articolato.
Il tempo per correggersi c'è. La storia non finisce il 30 giugno, e già diverse iniziative concrete e di valore sono in campo. Ma sull'emergenza di oggi scontiamo l'aver abbandonato l'Afghanistan dopo la prima fase della guerra, non mettendo in campo per tempo quella pressione che tanto ha aiutato per l'Iraq. Ora, nella situazione data, che fare? Siamo convinti che quella in Afghanistan è stata una guerra di invasione vera e propria, attuata fuori e contro il diritto internazionale, e che nessuna foglia di fico legittimi la presenza militare straniera presente nel paese. I nostri soldati lì non ci devono stare, tanto più ora che la guerra si riaccende. Altro ci vorrebbe, per aiutare la gente afghana ancora una volta schiacciata fra l'incudine e il martello, ma non ciò che è in campo.
Non ci sono però le condizioni perché il governo faccia il passo di cui ci sarebbe bisogno. Noi non siamo disponibili solo a gridare allo scandalo. Sappiamo che i rapporti di forze non si cambiano con il fuoco della volontà, ma analizzandoli freddamente per capire come spostarli dalla nostra parte. Pensiamo e diciamo che il governo sbaglia, che espone i nostri soldati e il paese a pericoli grandi. Ma vogliamo anche provare a aprire un varco, affinché si creino almeno le condizioni per una svolta nel prossimo periodo. Stiamo lavorando per questo, in un periodo poco favorevole alle piazze, cercando di parlare e di discutere con tutti, fuori e dentro il parlamento. Di dare, se possiamo, una mano.
C'è ancora tempo. Molto dipenderà dalla mozione che accompagnerà il rifinanziamento, per capire se questo voto può segnare una discontinuità. Intanto si cancelli ciò che era in programma. Non aumenti la presenza, non aumenti la componente offensiva. Niente cacciabombardieri, niente corpi da combattimento, niente zone di guerra. Si spostino risorse sulla cooperazione civile, senza commistioni ambigue. Si smetta di finanziare Enduring Freedom. Il parlamento impegni le istituzioni a una analisi di tutte le missioni militari per verificare loro compatibilità con l'articolo 11 e con la Carta dell'Onu. Si coinvolgano in questo lavoro le competenze che esistono nella società civile - dagli operatori umanitari agli esperti di diritto, di prevenzione e risoluzione dei conflitti. E si apra, nel contempo, una seria discussione sull'Afghanistan nelle sedi internazionali e nella Nato.
Pensiamo che lavorare per questi obiettivi sia un nostro dovere, e anche un diritto. E poi, non è giusto lasciare ai deputati pacifisti tutto il peso. In mezzo fra il tutto e il nulla può esserci qualcosa di serio. Non qualche briciola, ma quello che serve a far pendere la bilancia dalla parte della pace: gli strumenti utili per fare vincere le ragioni di una strategia di uscita.

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