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Troppo spesso, presi da un quotidiano che ripete all’infinito gli orrori di tutte le guerre, dimentichiamo cosa è l’Iraq. Qui ritroviamo i miti, le leggende, gli avvenimenti storici che imparammo a conoscere negli anni della scuola...

Colori, suoni e profumi ci aspettano in Kurdistan

Sempre da Andrea Misuri, il compagno di viaggio che questa primavera ha partecipato alla missione diplomatica dei "Sindaci per la pace", un nuovo racconto, una testimonianza viva seppure da un'altra angolazione.
Perché Iraq alla fin fine, vuol dire anche e soprattutto, con la sua storia millenaria, la culla della civiltà.
21 luglio 2006 - Andrea Misuri

La cosa più incredibile è pensare che un giorno, quando la guerra non ci sarà più, il Kurdistan e l’intero Iraq diventeranno la meta di un turismo appassionato di siti archeologici e opere d’arte di un passato millenario.
Troppo spesso, presi da un quotidiano che ripete all’infinito gli orrori di tutte le guerre, dimentichiamo cosa è l’Iraq. Qui ritroviamo i miti, le leggende, gli avvenimenti storici che imparammo a conoscere negli anni della scuola. Qui si perdono, dissolvendosi a ritroso nel tempo, gli archetipi di “Le Mille e una Notte” che hanno segnato l’infanzia della civiltà dell’uomo.
Ma anche l’infanzia di tanti di noi, popolata dai personaggi delle favole che Shahrazad, notte dopo notte, raccontava al crudele re Sharayar. Favole spesso ambientate in una Baghdad di tappeti volanti e di lanterne magiche, di personaggi come Sindbad il marinaio o Khalifa il pescatore.
Quante volte Shahrazad, affabulatrice per eccellenza, comincia la nuova favola: “C’era una volta nel tempo dei tempi, nella città di Baghdad…”
Un Paese al centro di fiorenti traffici tra Oriente e Occidente. Una Baghdad che secondo i geografi dell’epoca contava un milione di abitanti. Si dice che allora in città c’erano decine di biblioteche. Che vi si svolgeva un’intensa vita culturale, animata da filosofi e artisti.
Un’età dell’oro, alla quale si contrappone l’immagine della Baghdad attuale. Il cielo trafitto dagli aerei da guerra. La vita quotidiana un percorso a ostacoli dove il caso può giocare, a ogni angolo di strada, un ruolo decisivo per la sopravvivenza.

Tappeti al castello di Erbil

Erbil è la capitale del Kurdistan. E’ una delle più antiche città del mondo. Al tempo dei Sumeri era chiamata Urbillum. Al tempo degli Assiri prese il nome di Arbaello.
Qui, il re assiro Sennacherib che regnò fino al 681 a.C., costruì un’importante opera idrica. Una condotta che incanalava l’acqua, un tunnel di alcune decine di chilometri che partendo dalle montagne di Khani raggiungeva Erbil.
Poi, Sennacherib sarà ricordato per altri motivi, come la distruzione di Babele.
Ma viene ricordato anche da Dante nel Canto XII del Purgatorio dove è punito tra i superbi.
Qui, e più precisamente in un villaggio a cento chilometri, Gaugamela, si svolse una delle più importanti battaglie della Storia, la battaglia di Arbela, ricordata anche da Plutarco. Sul finire del settembre del 331 a.C. Alessandro Magno sconfisse, al culmine della sua campagna asiatica, il re persiano Dario III.

Il castello di Erbil ha più di 5.000 anni. Al centro della città, con i suoi trenta metri di altezza domina il bazar che si estende tutto intorno in un labirintico intreccio di viuzze.
Un tempo, il castello era abitato dalle famiglie importanti della città. Ancora oggi ci vivono centinaia di persone. Dall’alto, la vista è quella di tutte le metropoli mediorientali. I copertoni delle auto a tenere fermi i tetti di lamiera delle case. Sotto i nostri occhi, a perdita d’occhio, le antenne paraboliche. Sui balconi, sui tetti, alle finestre. Affastellate l’una accanto all’altra. Vera e propria foresta metallizzata indispensabile per prendere il segnale delle tv satellitari.
In quest’area si trovano importanti tracce di insediamenti archeologici. In gran parte tutt’ora da riportare alla luce.
A Erbil, ancora si ricorda il castello per la sconfitta di Holako. Nipote di Gengis Khan, a lungo pose l’assedio alla città, finché fu costretto a ritirarsi nel 1235.
Visitato il museo dei manufatti dell’artigianato curdo, scendendo le scale dalla sommità della fortezza, ai piedi delle spesse mura incontriamo venditori di tappeti. Tappeti di tutti i prezzi e di tutte le dimensioni. Arrotolati o appesi in alto a far bella mostra, o ancora stesi l’uno sull’altro all’entrata delle botteghe.
Ho acquistato un vecchio tappeto da preghiera. Fatto a mano, la cucitura al centro unisce due piccoli tappeti uguali. E’ color corda, delle righe azzurre sui lati. Tappeti come questo, che si presenta strappato qua e là dall’usura e ricucito, venivano lavorati al telaio dalle donne nelle case.

Dall'alto del castello, i tetti delle case. Sullo sfondo la zona dei bazar.

Sulla via che costeggiando il castello taglia in due il bazar, con il dedalo di stradine e botteghe che ai suoi lati si dipana, si aprono i negozi degli orafi dove entriamo, rimanendo presi in estenuanti trattative sul costo di collanine e piccoli anelli di cui vorremmo far dono al nostro rientro in Italia.
Un triciclo ai bordi della strada. Ricoperto da una tovaglia di plastica con stampe di figure geometriche dai colori vivaci e sopra una grande teiera e i bicchieri disposti su di un vassoio cesellato di metallo. Lì accanto, il venditore di tè siede accoccolato sullo sgabello. I capelli neri, le guance rotonde e glabre, gli occhi vivaci illuminano il viso che ispira simpatia a prima vista. Al mio cenno di saluto, allarga la bocca in un sorriso mentre, con i gesti, m’invita ad assaggiare il suo tè.
Un commerciante, i capelli brizzolati che escono dalla kefia, la sigaretta tra le dita, per attrarre nuovi clienti sta spostando le sue macchine da cucire, e dalla bottega le sistema l’una accanto all’altra sul largo marciapiede.
Subito dopo incontriamo un ciabattino. E’ poco più di un ragazzo. I baffi appena accennati. Anch’egli sulla strada, intento al suo lavoro. Una cassettiera sbilenca al fianco, ricolma di chiodi, martelli, trincetti e quant’altro gli abbisogna. Le persone gli passano accanto, lo sfiorano. Eppure, come nella più isolata delle botteghe, l’artigiano ricuce scarpe e sandali, indifferente all’intorno.
Tra computer e cellulari Superato un incrocio con al centro una zampillante fontana intorno alla quale siedono, acciambellati, anziani placidamente intenti a fumare, cominciano i negozi che vendono cellulari e computer. Qui si trovano gli ultimi prodotti del mercato coreano e giapponese. Colonne di scatole da dove a richiesta i commessi prelevano, assemblandoli, display e tastiere, stampanti, mouse e monitor. Sono quei casi nei quali ci rendiamo conto come l’inglese è diventata ormai lingua universale. Parliamo tranquillamente di pixel, security monitoring e process control con un giovane commerciante, attratto dall’idea di venderci i suoi ultimi arrivi tecnologici. Con noi, Roberto il nostro esperto informatico. I prezzi sono invitanti, ma la fretta e i dubbi ci assalgono prima di chiudere l’affare. Sarà meglio lasciar perdere.
Il venditore di cellulari Il cambiavalute, le banconote distese sul tappeto ai suoi piedi, discute animatamente con un cliente per niente convinto dalle sue argomentazioni. Mentre mi allontano, le voci concitate dei due uomini continuano ad arrivarmi, finchè, svoltato l’angolo, vengo attratto da un capannello di persone che commentano le notizie del giorno davanti alla bancarella del giornalaio.
Insieme ai giornali, trovo i poster di Jalal Talabani e di Masoud Barzani, a conferma di sicura popolarità. La carta geografica del Kurdistan e le bandierine con i colori nazionali, a ricordare la comune identità. Sfogliando le riviste ne trovo una, Al Hadath Al Riady, che proviene dal Libano. E’ tutta sul calcio e dedica un’intervista di otto pagine a Luca Toni. E poi Aras, una rivista sportiva curda. In copertina la foto della nazionale azzurra e la didascalia che propone gl’italiani sicuri protagonisti al mondiale in Germania.
Col triciclo il trasporto del ghiaccio I ragazzi sul triciclo trasportano grandi blocchi di ghiaccio. Si fermano predisponendosi per una foto, mentre il triciclo lascia gocciolante, al suo passaggio, una scia d’acqua che si dissolve nel sole del mezzogiorno.
Il venditore di cd, con i poster dei cantanti che vanno per la maggiore appesi alla vetrina. Ci consiglia Nadhim, guida e interprete inesauribile, amico prezioso per capire i segreti della città. Acquistiamo così i cd con le canzoni della tradizione curda e quelli con gli ultimi successi.

Il fabbro

Da lì ci s’infila nelle stradine laterali. Le voci dei venditori s’inseguono. Sull’uscio dei negozi, dietro improvvisati barroccini, accanto a teli distesi per terra e ricolmi di ogni cosa, lodano la propria mercanzia.
C’è il fabbro che taglia il metallo con la fiamma ossidrica, per farne grandi teiere e casseruole. Il sarto con il metro intorno al collo che discute con il cliente, mentre prende le misure per un abito di ottima fattura. L’orologiaio, intento al suo lavoro di precisione, sotto una lampadina accesa, penzolante dal soffitto di una microscopica bottega, con il cliente che rimarrà sulla strada, impossibilitato ad entrare per il tavolino ingombro dei cento orologi da sistemare che occupa tutto lo spazio.
Nei magazzini, oggetti per la casa provenienti dai Paesi orientali. I tipici bicchieri per il tè di provenienza turca. I rispettivi cucchiaini, dal Giappone. I piatti cinesi. Un’enorme aquila, un oggetto di arredamento comunque di difficile trasporto, data la grande mole, attrae la nostra attenzione. La solita lunga trattativa, poi, strappato il prezzo giusto, al momento di pagare, la sorpresa. Sotto il piedistallo scopriamo un “made in china” che ci obbliga ad una rapida ritirata.
Si possono però comprare le tipiche scarpe dell’artigianato curdo. Fatte a mano, di tela bianca. Molto comode.
Tra i foulard I foulard dalle cento sfumature, a comporre incredibili mosaici di colore che acquistiamo volentieri.
Incontriamo venditori di mozzarelle e di ricotte. Quest’ultime, chiuse in contenitori artigianali, attraggono la nostra attenzione, impilate come sono l’una su l’altra.
Si vedono venditori di banane. Un frutto che negli ultimi anni qui ha invaso il mercato e ti offrono, quando entri nelle case, unitamente al caffè nero.
Barroccini che espongono soltanto arance, oppure mele o cocomeri. Ci sono quelli che vendono la verdura di stagione, altri invece piccoli pani con il sesamo e ciambelle decisamente dolci.
E’ possibile trovare ogni tipo di spezie. Coriandolo, cumino, pepe nero, cannella, noce moscata. Salse come baharat, miscela piccantissima da usare con carni e verdure. Semi salati. Pistacchi, e tra questi, quelli provenienti dal vicino Iran sono sicuramente i migliori.
Sui banchi fanno mostra di sé grandi rotoli scuri. Francamente è difficile immaginare cosa sono. Un po’ titubanti li assaggiamo. Scopriamo che sono rotoli di marmellata di albicocche, basuq. Si tagliano a strisce. Ricordano la consistenza della marmellata di cotogne della nostra infanzia.

Ora con noi c’è “il veneziano”. Lo chiamiamo così perché ha studiato a Venezia, e poi, girato il mondo, è tornato nella sua città. I capelli, tanti, impomatati e di un nero intenso più del carbone, il viso regolare, la parlantina travolgente, un italiano pressochè perfetto. Conosce i commercianti, li saluta chiamandoli per nome, ce li presenta, il più delle volte, come cugini o zii. Con lui il bazar non ha più misteri, mentre a passo svelto ci guida per esaudire i nostri desideri. Fulgida, Lara ed io cerchiamo un rosario, un oggetto qui di uso comune, che viene sgranato normalmente per strada mentre la persona è intenta ad altre cose. Edoardo vorrebbe un giocattolo per il nipote. Gianandrea, invece, con i suoi dodici anni, il giocattolo lo vorrebbe per sé, se trovasse qualcosa di inusuale. Renzo e Flaviano sono alla ricerca di un tappeto poco ingombrante, pensando al lungo viaggio aereo che ci aspetta. Roberto, Filippo e Luciano di un ciondolo d’oro. Il piccolo Raman, per mano a Nadhim ci segue senza dar segni di stanchezza, preso dai colori e dal movimento intorno.
Con “il veneziano” ci si ferma a dissetarci con un succo di uvetta chiamato sharbat meuj, particolarmente consigliato d’estate. E’da sharbat, parola araba che ritroviamo in tutto il Medio Oriente, che deriva il termine italiano sorbetto.
Sulla strada si affacciano piccoli spazi dove, magari davanti a un trabiccolo metallico, è possibile bere caffè nero speziato con il cardamomo.
... Si mangia

Si può mangiare, seduti fianco a fianco ad avventori sorridenti e con la voglia di comunicare. Ci sono kuobba halab. Ravioli con il ripieno di carne di manzo. E poi kanaria, ovvero spezzatino di vitello con cardi, olive nere stufate, zafferano e bacche di ginepro. Oppure proviamo briani, carne di montone con riso, uva passa e pinoli. O ancora falafel, polpette fritte di ceci con aglio e cipolla. Sempre accompagnati da khubz arabi, il pane tradizionale arabo, dalle grandi forme rotonde e sottili.
Se preferiamo i dolci, si assaggiano ghoriba, dolcetti di semola con zucchero, lievito, olio, burro, essenza di vaniglia.
Ci vorrebbe un novello Pellegrino Artusi per descrivere mirabilmente i piatti tradizionali della cucina curda che abbiamo imparato a conoscere e apprezzare.
Da parte nostra, noi reduci del viaggio in Kurdistan, al ritorno in Italia ci siamo dati appuntamento a casa di Gulala, in quel di Venezia. Abbiamo avuto così l’opportunità di assaggiare in famiglia quegli stessi piatti, cucinati con maestria da una Gulala bravissima dietro i fornelli.

Sulaimanyia è a sud. Capitale della Provincia che corre fino al confine con l’Iran. La città giace tra due catene montuose, Gwezha e Glla Zard. Fu fondata nella regione di Sharazur nel 1786 dal Pasha Ibraherem del Principato di Baban e prese il posto di Kalacholan come nuova capitale del Principato.
Sappiamo che questa dinastia riuscì a mantenere l’indipendenza, nonostante l’espansione dell’impero ottomano, fino ai primi del XIX secolo, quando il Principato guidato dal nipote Pasha Abdul Rahman finì sotto il potere del viceré dell’Iraq, il Wali turco di Baghdad. Di questa lotta parla il poema epico popolare del bardo Alì Bardasani.
In quel periodo visse un grande poeta, Nali. Appoggiò il principe Abdul Rahman e legò il suo nome agli scritti dedicati alla donna amata, Habiba di Qaradagh. Al sopraggiungere del dominio turco andò in esilio lontano, a Damasco e Costantinopoli, mai più ritornando nella sua città.
Ci resta il carteggio con l’amico poeta Salim, che invece viveva a Sulaimanyia sotto i turchi. L’uno rimpiange la città amata lontana, l’altro l’oppressione turca. Salim si rivolge al vento perché convinca l’amico a “non ritornare mai a Sulaimanyia in queste circostanze”. Insomma, un carteggio che è un atto d’amore verso questa città.

Suleimanya, il carcere-museo e a fianco vecchi blindati

Abbiamo visitato il carcere di massima sicurezza di venerdì. Aperto al pubblico, testimonianza di un passato prossimo che non deve essere dimenticato. E’ giorno di festa e molti giovani entrano per visitare questo luogo un tempo temuto. Gruppi di amici, coppie che si tengono per mano. Il cancello spalancato immette in un cortile dove arrugginiscono al sole i carri armati, i cannoni, i bazooka della guerra del ’91. Entrando negli edifici, senti un’oppressione che ti sale dentro. Un corridoio della costruzione è ora divenuto luogo della memoria. E’ lungo qualche decina di metri. Le pareti ai lati sono completamente ricoperte di specchietti di vetro. Piccoli, dalle forme irregolari, sono 182.000. Tanti quante le vittime dell’Anfal. Desaparecidos nell’87 e nell’88 nei rastrellamenti che coinvolsero migliaia di villaggi, sulle montagne del Kurdistan. Sul soffitto, 5.000 microscopiche luci ricordano gli altrettanti villaggi ai quali furono strappati tutti i maschi tra i 14 e i 70 anni. Il corridoio è buio, le piccole luci fanno fatica a forare l’oscurità. Mentre gli specchi restituiscono immagini deformate del nostro passaggio. In fondo al corridoio, un paio di sale ricostruiscono momenti di vita quotidiana dei villaggi violati.
Nel carcere-museo si gira un film riguardante le torture ai tempi di Saddam Ora ci facciamo forza ed entriamo in alcune di quelle celle da dove sono transitati tanti sventurati prigionieri. Piccole e buie, come le celle di tutti i carceri di massima sicurezza del mondo. Ho paura a sfiorare con lo sguardo quei muri graffiati, quei pavimenti che immagino calpestati da uomini dolenti, piegati dalle torture. Stanno girando un film, per ricordare.
La regista, giovane, minuta, una cascata di capelli neri, indosso jeans e maglietta, discute con i cameramen le inquadrature delle luci. Un finto poliziotto, divisa mimetica, stellette e basco rosso, la barba a incorniciare il mento, sotto una lampadina troppo bassa, che dondola ogni volta che lì sotto passa qualcuno, attende di ricominciare a lavorare. Accanto la segretaria di produzione rilegge la scaletta dei lavori. Un manichino penzola legato al soffitto, a rappresentare un prigioniero torturato.
Chiedo. Anche in questa stanza si torturava? La risposta affermativa contribuisce a farmi tirare un sospiro di sollievo quando, allungando il passo, arrivo all’uscita.

Slemani Museum sorge in via Salim. E’ un’arteria importante della città. Quasi di fronte, il Parco pubblico, conosciuto per le statue di poeti e scrittori curdi che abbelliscono gli eleganti viali.
Il museo è qui dalla fine degli anni settanta. Pochi gradini immettono in una costruzione ad un piano. Il corpo principale dell’edificio è costituito da due grandi sale rettangolari e parallele. E’ sicuramente uno dei principali musei dell’Iraq. Forse secondo soltanto al museo di Baghdad, depredato nei giorni della caduta del regime ed ora impegnato a cercare di recuperare i tesori dispersi.
Sappiamo come la Mesopotamia sia stata abitata fin dai tempi più antichi da tanti popoli di grande cultura fino al periodo della dominazione araba. La visita del museo ci dà la possibilità di conoscere da vicino la vita quotidiana di questi popoli, attraverso gli oggetti che abitualmente usavano.
Ingresso allo Slemani Museum. Forse il secondo museo archeologico dell'Iraq, in ordine di importanza. Migliaia di oggetti che ammiriamo dietro le teche delle due sale. Pietre levigate dell’età neolitica, piatti di ceramica abbelliti con fregi colorati risalenti al periodo Halaf del 5° millennio a.C., anfore sasanide, figurine di ceramica del 2° millennio a.C., raffinati manufatti di avorio del periodo assiro, e utensili domestici, sculture e bassorilievi che ripercorrono la civiltà dell’uomo.
Ci accompagna il direttore del museo. C’è anche Azad, un nuovo amico che ha studiato in Italia e che qui abita, che ci traduce le dotte ed interessanti spiegazioni dell’esperto. Se ci sono, comunque, degli oggetti che più di altri riempiono di soddisfazione il direttore, sono delle tavolette di terracotta del 2° millennio a.C. Riportano numeri e logaritmi che fanno dire al nostro cicerone come qui furono per la prima volta elaborate formule matematiche, molto prima del tempo di Pitagora.

Vorrei finire questi appunti sparsi con i quali ho cercato di fermare i ricordi del viaggio, con una nota di attualità.
Per il Newroz, il capodanno curdo, in un prato nelle campagne a nord di Erbil giocammo a pallone con dei giovani appena conosciuti. Un incontro di calcio su di un campo improvvisato. I pali delle porte con golf e giacche. Ai piedi gli scarponi della scampagnata. La partita s’interruppe sul 2 a 2, quando la stanchezza cominciò a decimare le squadre. Ci scambiammo complimenti reciproci e i ragazzi curdi ci salutarono impegnandosi a fare il tifo per l’Italia ai Mondiali in Germania. Così successe anche con la comitiva che incontrammo sulla strada del ritorno, mentre ballavano per festeggiare il capodanno. Ci si unì a loro, suscitando risa e applausi fra quelli che passavano.
Mi piace pensare che la sera della finale del Mondiale, da qualche parte in quel di Erbil, dei giovani curdi hanno ripensato alla nostra partita o al ballo fatto insieme a quel gruppo d’italiani, tifando per quel Paese così lontano dal Kurdistan.

Note:

Tutte le immagini riguardanti l'articolo (foto di Andrea Misuri) sono presenti in questa galleria:
http://italy.peacelink.org/gallerie/101/

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